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I malanni di stagione (secondo i trend pubblicitari)

In TV e alla radio c’e’ sempre piu’ pubblicita’ “medica”. E’ tutta roba da banco, chiariamoci, quella che in America si chiama appunto OTC. Nulla che puo’ veramente salvarti la vita. Pero’ puo’ essere utile per tracciare una specie di mappa delle piccole malattie di stagione, considerando la quantita’ di spot che si dedicano a determinate malattie.

Dal mio personale e casualissimo osservatorio mi sono segnato queste quattro epidemie, che rappresentano l’equivalente odierno della tubercolosi e del tifo petecchiale:

Unghie incarnite/funghite (cioe’, coi funghi). Capisco che d’estate andare a giro coi sandali e le unghie conciate come tartufaie non e’ il massimo, per cui come malanno di stagione questo e’ al primo posto. Da quel che mi pare di avere capito si deve spennellare l’unghia con una roba che presumo parente prossima dell’acido muriatico.

Diarrea. Qua si strizza l’occhio al viaggiatore incauto che si abbevera ad improbabili fontanelli guatemaltechi, oppure -c’e’ uno spot che gira adesso- a tizi sfigatissimi che dopo anni di solitudine riescono a strappare un appuntamento ad una trota a caso, per scoprire di essere vittime di cagotto pre-cena proprio la sera fatidica. Malanno buono per tutte le stagioni, insomma, che si cura con bustine di cemento a presa rapida, o pillole a scoppio controllato.

Prurito vaginale. Il caldo, il sudore, la promiscuita’… possono certamente acuire il problema. Basta telefonare alla mamma che vi spieghera’ come si risolve la cosa: con la pomatina che pure lei usava dopo essere stata col bagnino del Forte.

Colpo della strega/stiramento muscolare. Una bella partita di tennis alle due del pomeriggio, sul campo di cemento in pieno centro, puo’ lasciare questi ed altri ricordi. Ad esempio l’insolazione, la disidratazione. O l’infarto. Pomatina anche qua, oppure cerotto riscaldante, dipende da quanto velocemente volete tornare a rompervi il resto della muscolatura.

Poi c’e’ il resto: parodontite, bruciori di stomaco, carenza di sali minerali… Credo che la cosa peggiorera’ man mano che la popolazione invecchia. Credo sara’ uno dei migliori business del futuro.

 

Barney

 

Once in a lifetime: ‘na ricetta

Tra i blog a tema fanno furore i foodblog, che spesso si trasformano in posti dove si fanno marchette a ristoranti o prodotti alimentari. E i foodblogger sono una setta a se, un gruppo in cui immagino tensioni e invidie da fare invidia alle curve dei tifosi di calcio.

Le ricette sono riportate con precisione micrometrica: dosi, strumenti, temperature di cottura, tempi… tutto riportato alla terza cifra decimale, i passaggi elencati con scarna prosa da verbale del brigadiere Cacace, e illustrati da foto che per essere scattate han richiesto scenografie da calendario Pirelli. Ci sono eccezioni, ovviamente, ma la maggioranza mi pare sia di questa fatta, e col fiorire di MasterCheffi e HellsKitchens la tendenza e’ all’aumento esponenziale, sia di questi blog che dei loro lettori.

Food is the new porn, insomma.

Detto cio’, vado a descrivere qua sotto in maniera del tutto anarchica, senza immagini e con quantita’ casuali una delle ricette che a me vengono meglio: il couscous.

Non la faro’ lunga sulla parte vegetale e animale della ricetta, dove ogni foodblogger che si rispetti mi potrebbe fare le scarpe in due secondi, mi concentrero’ invece sulla cottura della semola.

Dove in molti di questi novelli Artusi mi scivolano come su una buccia di banana.

Si, perche’ da molte parti si legge che cuocere il couscous e’ una cazzata: basta seguire la semplice ricetta scritta sulla confezione. Che dice piu’ o meno testualmente:

fate soffriggere 500 grammi di couscous in un po’ di olio extravergine d’oliva (qui il foodblogger avrebbe scritto “OLIO EVO”, ma io non sono un foodblogger…), aggiungete due bicchieri di acqua bollente, un po’ di sale, spegnete il fornello, incoperchiate e lasciate riposare cinque minuti. E il vostro couscous e’ pronto.

Col cazzo.

La roba che otterrete in questo modo e’ -per fare un esempio culinario- quello che vien fuori a fare la polenta con le buste ValBrembana (si, il nome non e’ quello, ma a me la polenta ValBrembana mica mi paga…). O il pure’ di patate coi fiocchi. Otterrete insomma una roba veloce che risulta appena mangiabile, pesante e nemmen lontanamente parente del prodotto vero.

Adesso ve lo racconto io, come si cuoce il couscous.

La premessa: cuocere ammodo il couscous e’ come fare la lotta nel fango con un maiale. Se ne esce abbastanza insozzati, e il couscous -come il maiale- si diverte piu’ di voi.

La ricetta: si parte con la stessa semola precotta che potete cuocere alla disperata in due minuti. Pero’ stavolta la metterete in un bel contenitore tipo zuppiera bassa (o insalatiera, o quel che avete. Piu’ e’ largo il contenitore, meglio e’). Aprite la confezione di couscous e versatela nel contenitore. Prendete un bicchiere di acqua fredda, mescolateci un cucchiaino di sale fino e poi versate il tutto a freddo sulla semola, impastando con le mani per fare assorbire l’acqua. Poi aggiungete sempre a freddo della curcuma o dello zafferano, per colorare il vostro couscous.

Nel frattempo che la semola riposa, avrete preparato il vostro spezzatino con verdure e spezie, di cui non vi daro’ la ricetta per pigrizia assoluta. Vi dico solo che cipolle e cumino a fiumi sono indispensabili, e che alla fine si dovrebbero agiungere dei ceci. La cosa fondamentale e’ che cuociate questo spezzatino -o stufato- in un pentolone alto, sopra il quale si possa incastrare perfettamente o una vaporiera, o uno scolapasta di acciaio, o la cuscussiera. Li’ dentro (ossia, nella vaporiera/scolapasta/cuscussiera) andra’ versata la semola quando la pietanza che sta sotto sta cuocendo. Senza timore che esca dai buchi e finisca tutta nello spezzatino: il vapore bagnera’ il contenitore e non ci saranno problemi. Messa la semola, doveta tappare con un coperchio il tutto e lasciare cuocere il couscous per un po’, diciamo 15-20 minuti.

Passati i suddetti minuti, muniti di presine o di guanti da forno, alzate la cuscussiera dal pentolone, e versate il couscous nella stessa insalatiera o zuppiera iniziale. Brucera’ parecchio, e i granelli salteranno qua e la’, sappiatelo. Poi prendete un mestolo e innaffiate la semola con uno-due mestolate di brodo di carne-vegetale che avrete avuto cura di far bollire in parallelo con lo spezzatino (vi servira’ anche per bagnare lo spezzatino durante la cottura, m’ero dimenticato di avvertirvi), e se siete molto coraggiosi sgranate il couscous bollente a mani nude. Altrimenti potete usare una forchetta. Lasciate riposate la creatura una decina di minuti cosi’, fuori dal fuoco, poi riprendete la cuscussiera e rimetteteci dentro la semola (che andra’ a giro per i cazzi suoi, come sempre), tappate col coperchio e impilate sullo stufato che continuava a cuocere (magari mettete nello stufato una mestolata o due di brodo, che senno’ s’attacca tutto) e lasciate tutto sul fuoco un’altra decina di minuti.

Passati anche questi dieci minuti, ripetete l’operazione di togliere la semola dalla cuscussiera, metterla nella zuppiera, bagnarla di brodo bollente, sgranare e far riposare altri dieci minuti.

Rifate tutto questo un’altro paio di volte almeno, e alla fine avrete una cosa che quando ve le metterete in bocca -con lo spezzatino ben speziato- vi chiederete come avete fatto fino ad allora a poter mangiare couscous cotto come dice la confezione.

Ah, raccomandazione tardiva: attenzione che mezzo chilo di semola cotta cosi’ cresce abbastanza, non lesinate sulle dimensioni della cuscussiera.

Vino o birra a vagonate, e se proprio volete fare le cose ammodino salsa harissa, che e’ l’equivalente maghrebino del wasabi.

Buon appetito.

 

Barney

Vaccini e pistole

Volevo scrivere qualcosa sull’ennesimo ritorno di fiamma degli antivaccinisti, e qualcosa sulla legittima difesa. Due pezzi separati, ma mi sono reso conto che la questione e’ trattabile in un unico post.

Il succo di entrambi i ragionamenti, sia degli antivaccinisti che dei fautori della pistola libera, secondo me e’ identico: facciamo il cazzo che vogliamo. Nulla di piu’, nulla di meno.

Poi, certo: le due fazioni si attorcigliano attorno a discorsi di contorno, volti a supportare l’assunto principale. Ma il succo resta lo stesso: liberta’ di decidere da soli se una malattia esiste E come curarla da un lato, liberta’ di sparare a chiunque violi -armato o disarmato- la mia proprieta’ dall’altro.

I motivi per cui tali posizioni stanno rafforzandosi sempre di piu’ sono vari. Ad esempio l’ignoranza scientifica mista all’idea -o vaccata- che su Internet ci siano le risposte a tutte le domande (vale per i vaccini), oppure il fatto che -non fatemi citare per la centesima volta “Il complotto” di Will Eisner, su- in periodi di crisi basta trovare un capro espiatorio e dare tutte le colpe a lui per sentirsi gia’ meglio. Ci sono motivazioni anche piu’ serie e ben costruite, che alla fine pero’ portano al risultato enunciato poco sopra.

In una democrazia compiuta secondo me il cittadino alla fine deve cedere una parte della sua liberta’ personale a favore della collettivita’. Vaccini e pistole, quindi, in fondo in fondo non fanno altro che certificare la crisi cronica delle nostre democrazie.

Che poi, in fondo in fondo, sono lo specchio esatto della nostra attuale societa’.

RAmen.

 

 

Barney

 

 

Mai piu’ senza

Visti stamani in libreria, questi tre testi sono un indispensabile strumento sociale che non puo’ mancare nelle case degli italiani:

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Essendo tutti bilingue, non dovrebbe essere un problema tirar fuori le combo cane-gatto, gatto-cavallo e cane-cavallo e mi stupisco non ci abbiano ancora pensato: qualche genio che li compra si trova di sicuro.

 

Barney

Fall

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Come pezzo, ci ristarebbe bene Autumnsong, ma ne ho abusato.

Quindi mettiamoci qualcos’altro, da uno dei miei dischi culto (ma la registrazione non e’ quella del disco…):

 

Barney

Epic fail

Quando un’immagine vale piu’ di mille parole, e quando quell’immagine dovrebbe servire ad attrarre avidi avventori… Beh, meglio scegliere bene forma e colore, no?

Ice_Shit

Il tocco di classe definitivo sono le due virgolette, che riviste nel contesto “shit” invece che “coffee” somiglian tantissimo a mosche.

Il gelato li’ comunque non ce l’ho mai preso, ne’ mai ce lo pigliero’.

E la colonna sonora non puo’ essere che del Signor Merda, in una splendida doppia performance.

 

Barney

Michel Platini

No, il titolo e’ fuorviante. E’ solo che stamani in ottanta chilometri di autoroute francese, verso Orly, avevamo la radio accesa su un canale all news. E l’unica notizia che in un’ora e venti e’ passata a nastro riguardava lui. Pare che abbia perso l’appello e che rimanga sospeso per un po’ da non so quale carica UEFA o FIFA (o NASA).

La cosa buffa e’ che tutte le volte che e’ stato nominato (una media di almeno una ogni tre minuti, ma con punte di sette o otto al minuto) chiunque fosse a parlare lo chiamava Michel Platini. Nome e cognome, sempre.

Non credo ci siano tanti Platini famosi in Francia. Non mi risulta un Gaston Platini, una Fleur Platini, un TizioCaio Platini.

E allora perche’ sempre “nomeccognome”?

L’unica risposta sensata che m’e’ venuta mente e’ che per i francesi dire solo “Platini” e’ cacofonico. “Michel Platini” gli suona piu’ musicale.

Di sicuro quel canale (mi pare si chiami “Info”, sara’ una roba tipo IsoRadio) ha l’abitudine di martellare i maroni dei radioascoltatori con la solita notizia  mandata avanti a manovella per ore e ore. All’andata, grazie a ingorghi vari, il viaggio ha sfondato le due ore, e la radio s’e’ premurata di sfrangerci i testicoli con il nome del terzo kamikaze del Bataclan. Senza soluzione di continuita’. Ogni tanto la cosa si inframmezzava con previsioni e servizi sul secondo turno delle regionali di domenica, ma davvero poca roba: il terzo kamikaze (avevo anche imparato il nome,  ovviamente l’ho scordato, ma Google mi da una mano) imperava e riempiva l’etere.

Mah, ho quasi rivalutato il livello del nostro giornalismo, questa settimana…

 

 

Barney