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xkcd: Scenery Cheat Sheet

Vignettona cinematografica, oggi da Randall.

Il titolo e’: Appunti per capire dove ci si trova in USA dagli sfondi dei film (per i giocatori di Geoguessr o per gli astronauti che cadono giu’).

Qua sotto la miniatura, consiglio di cliccarci per accedere all’ingrandimento:

scenery_cheat_sheetMolto carino tutto, da New York che e’ [Generic City], alla Chicago dei Blues Brothers, al Texas di “Non e’ un paese per vecchi” che confina con il deserto di Roadrunner… Tanto che l’alt-text dice:

Ai confini delle zone le storie si mescolano tra di loro. Da qualche parte nel deserto del New Mexico c’e’ Roadrunner inseguito da un infaticabile Anton Chigurh“.

Che e’ un’immagine inquietante, molto piu’ che avere alle spalle Wyle Coyote!

Barney

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“Tutti i santi giorni”, Paolo Virzi’, Italia 2012

L’idea di trarre un film dall’esordio letterario di Simone Lenzi e’ venuta a Paolo Virzi’ appena il cantante dei Virginiana Miller gli ha fatto leggere le bozze finali del suo libro.

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La generazione” e’ un buon romanzo, che rischia -purtroppo- seriamente di divenire un culto per una categoria di famiglie, facili ad immedesimarsi nelle vicissitudini della giovane coppia che cerca disperatamente una maternita’ (e una paternita’, ovvio) che non arriva.

Dal libro lo stesso Lenzi, VIrzi’ e Bruni tirano fuori un film piacevole, onesto, intelligente, che salvaguarda il plot di fondo del romanzo ma se ne discosta in parecchi altri aspetti di contorno (maanche non proprio di contorno…) che risultano comunque funzionali alla pellicola, come il contorno del romanzo era funzionale alla storia su carta.

Sono dunque mantenuti i due protagonisti, che qui si chiamano Guido (interpretato da un bravo Luca Marinelli) e Antonia (cui da corpo ma soprattutto voce Thony): due ragazzi che (soprav)vivono nella periferia romana grazie a due lavori “strani” (portiere di notte lui, pur essendo fine latinista con offerte di lavoro da Princeton; addetta al desk biglietti di Trenitalia lei, che sarebbe cantautrice di gran talento). A loro non importa di guadagnare poco, di vivere in affitto in un bilocale a schiera contornati da buzzurri e bori romanisti; si sono adattati ad una routine che vede Guido tornare alle sette del mattino a casa, preparare la colazione per la compagna, farci piacevolmente l’amore e prenderne il posto a letto quando lei si alza per andare al lavoro.

E’ mantenuta la voglia di procreare, che nel libro di Lenzi dava il titolo al romanzo (“generare”), a fronte di anni di tentativi andati a vuoto.

E’ rimarcata, nel film, una delle frasi emblematiche del libro: quando i due discutono sul desiderio di avere un figlio, che per Antonia e’ “lo voglio”, e per Guido “lo vorrei”, una sfumatura che sulla carta e’ l’uomo a sottolineare, mentre nel film viene sbattuta in faccia a Guido da Antonia (“tu che sei bravo con le parole, dovresti capire la differenza”). Una differenza che sia Lenzi che Virzi’ hanno bene in mente, e che io non posso che sottoscrivere.

La ricerca del figlio viene certamente raccontata, ma rimane come in sottofondo alla storia tra i due, il cui inizio viene ricordato a pezzi nel film, con spezzoni di flashback che riportano a quando Guido ascoltava Antonia suonare in un pub. E’ la relazione tra i due, piuttosto che la fivet, il vero protagonista della pellicola di Virzi’: la relazione assolutamente asimmetrica tra un tranquillo e impacciato ragazzo che imbrocca nella sua prima donna la donna della sua vita, e una monellaccia che ha avuto chissa’ quanti uomini (anche in parallelo), affascinata dalla tenera dedizione di lui e lusingata delle attenzioni e dalle coccole dell’uomo che tutte le mattine la sveglia con il vassoietto del caffe’ appena fatto.

Finche’, stanti i fallimentari e dolorosi tentativi di avere un figlio, a un certo punto i due litigano per una stupidaggine (diciamo meglio: lei litiga, dopo aver fatto la stupidaggine…), e Antonia non trova di meglio che passare la notte con un amico (“Sai, stanotte sono stata con Franco. A letto. E mi fa anche schifo. Non mi dici nulla? A me, troia, che ti ha fatto cornuto?” e lui: “Eh, mi dispiace”, detto dopo che lei afferma che le ha fatto schifo).

Insomma: due giovani credibili, senza silicone (lei) ne’ tatuaggi tribBali (lui), che inseguono una esistenza tranquilla e vedono nel figlio che non arriva quasi un esorcismo contro il tempo che passa (infatti Antonia si incazza di brutto quando il ginecologo del Papa (??!!!) le fa notare che ha 33 anni, e che e’ in scadenza come lo yoghurt dal punto di vista generativo).

Molto bravo Marinelli a dare vita all’alter ego di Lenzi, con parlata toscana e sincera ingenuita’ verso un mondo che proprio non e’ il suo; brava anche Thony che interpreta una cantante e quindi ha poche difficolta’ a calarsi nella sua parte, bravo infine Virzi’ a pennellare un film che non e’ commedia ne’ tragedia, che non vuole essere da cineforum d’essai ma nemmen da Vanzina di Natale, un film che lascia al termine della visione un buon sapore in testa e nessun rimpianto per i soldi del biglietto.

Che di questi tempi non e’ poco.

Barney

Prometheus, Ridley Scott (2012)

E’ un prequel? E’ una side-story? E’ uno spin-off? Oppure e’ un filone narrativo a se stante?

Prima di tutto “Prometheus” e’ un buon prodotto cinematografico, in cui teologia, evoluzione, filosofia si mischiano per dare origine ad una bella storia, girata con ottima mano da uno Scott che in certi punti pare tornato agli splendori de “i Duellanti”, o dell’Alien cui questo film si lega comunque indissolubilmente. La visione in 3D francamente non m’ha colpito piu’ di tanto: per buona parte del film ci si chiede se gli occhialini siano proprio necessari, in poche scene la terza dimensione si apprezza e diverte, ma certo non a sufficienza da giustificare il sovrapprezzo.

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La storia e’ una ricerca delle origini dell’uomo, che ha inizio con una scoperta archeologica sulla Terra e si sposta -assieme all’astronave Prometheus, che da’ il titolo al film e che prende il nome dal Titano che ha dato origine all’umanita’- nello spazio, alla ricerca del pianeta d’origine dei misteriosi “ingegneri”. Ma ci sono anche storie parallele: il tentativo vecchio come l’uomo di sconfiggere la morte, gli scontri genitori-figli, l’anelito e la sfida temeraria alla conoscenza che -come la mela di Eva- porta morte e distruzione. Ottimo cast, con Noomi Rapace e Charlize Theron a monopolizzare la scena (piu’ la prima che la seconda, sprecata un un ruolo antipatico e poco recitato), e un ottimo Fassbender-androide.

Proprio Fassbender e’ una delle figure che m’hanno suscitato piu’ interesse, perche’ molte delle cose che fa-sa David non si spiegano se non con assunzioni e teoremi che paiono ottimi prodromi per un secondo episodio (tanto per cominciare, poi si vedra’…).

D’altronde, la fine e’ assolutamente aperta e del tutto scollegata dall’inzio di “Alien”. Insomma: la “Nostromo” ha ancora da aspettare, prima di sapere come cavolo sono arrivati sull’asteroide tutte quelle maledette uova…

 

Barney

L’ultimo terrestre, di Gian Alfonso Pacinotti (Gipi)

Ieri sono stato a vedere “L’ultimo terrestre“, opera prima di Gipi presentata addirittura in concorso a Venezia, qualche mese fa. La storia e’ ispirata alle storie narrate in “Nessuno mi fara’ del male”, fumetto di Giacomo Monti. 

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L’ho visto al Circolo dei Cinema, dove ha transitato per un’unica serata; non c’e’ bisogno di scrivere che “I soliti idioti” rimarra’ in programmazione al cinema principale della citta’ per almeno tre settimane: business is business, e a culo tutto il resto.

Ma se per caso vi capita a tiro, provate ad andare a vederlo, L’ultimo terrestre: e’ prima di tutto un film girato bene, con una ottima padronanza della macchina da presa e dei tempi dell’azione.Fottetevene delle critiche che lo descrivono come “lento”: non e’ lento, lascia il giusto tempo alle azioni perche’ si sedimentino. E’ poi un film non facile, a tratti disturbante per quanto irritano i protagonisti nella loro mediocre nullita’, e nella drammatica indifferenza verso gli altri -soprattutto i diversi-, gli ultimi. Gli alieni, per l’appunto, che non sono i marziani -che pure poi arrivano veramente, annunciati sin dalle prime inquadrature-, ma piuttosto il travestito innamorato da decenni dell’amico, il disadattato, la brava ragazza che ama gli animali: quelli che poi si riveleranno gli ultimi terrestri, gli unici che hanno sentimenti.

Il film contiene anche una storia, anzi: piu’ storie collegate ottimamente una con l’altra. Il legante e’ Luca, il protagonista disadattato e quasi autistico (in realta’ alessitimico, a saper cosa significa, ma wikipedia e’ di la’) che vive in un miniappartamento di periferia, in un complesso turistico decaduto e precario.

Luca lavora al PalaBingo e -incapace di esprimere sentimenti- va a puttane. La scena iniziale, con un sottofondo audio di una finta puntata de “La Zanzara” che pare vera, lo vede -fermo su una vecchissima Uno bianca in una periferia industriale qualsiasi- impegnato a scegliere da un giornaletto di annunci la prostituta per la serata. La scelta cade su una “bionda sesta misura”, che si rivelera’ in realta’ una mora ex-mobiliera piatta come una tavola e almeno sessantenne.

La vita di Luca si dipana tra il lavoro alienante, con colleghi trucidi e volgari e ritmi allucinanti, e la casa. Davanti al suo miniappartamento vive Anna, una bella ragazza che lavora all’autogrill di cui Luca e’ innamorato, ma che ha una relazione con un guru new age che la tratta malissimo, ed arriva addirittura ad ucciderle li gatto perche’ miagola troppo. Il padre di Luca vive (meglio: sopravvive) in campagna, da solo, abbandonato dalla moglie trent’anni prima. L’unico amico di Luca e’ Roberto, un travestito che si vende a poco prezzo ad altri disperati.

In una quotidianita’ degradata, l’arrivo degli alieni e’ annunciato da TG e radio, ma la gente sembra non dare all’avvenimento stupefacente troppo peso. Anzi: niente sembra avere troppo peso.  

Tra scene grette e autistiche, finalmente arrivano gli alieni; una di loro si stabilisce nella fattoria del padre di Luca, rivoluzionando in tutti i sensi la vita dell’anziano genitore. Nel frattempo Luca riesce -dopo tre anni!- a parlare con Anna, cui regala addirittura un gattino che sostituisce quello ucciso (all’insaputa della ragazza) dal fidanzato-guru finto contattista,e  la porta a vedere -da lontano- l’aliena che abita con il padre.

La parte finale del film vede tutti i piccoli drammi sin li raccontati esplodere come bubboni maturi: Roberto, il travesitito amico d’infanzia di Luca, viene “utilizzato” per fare uno scherzo da caserma ad uno dei colleghi del Bingo, ma lo scherzo termina con l’uccisione brutale di Roberto, lapidato in un crescendo di omofobia rabbiosa. Luca rimane sconvolto dalla morte dell’amico, e dopo essere scappato ritorna sul luogo del delitto, solo per scoprire che l’uomo e’ scomparso (l’hanno portato via gli alieni dopo averlo apparentemente resuscitato: i diversi si attraggono…). Sulla scena del crimine Luca ritrova il telefonino di Roberto, che alla sua chiamata visualizza “A A A Amore”. Sconvolto, Luca torna a casa, solo per essere chiamato urgentemente al telefono dal padre. Arrivato alla fattoria, scopre che l’aliena ha abbandonato la casa, proprio come sua madre trent’anni prima. Il padre, ubriaco, rivela che in realta’ lui all’epoca insegui’ la moglie mentre scappava, e la uccise a rastrellate. Luca scappa dal padre e si dirige verso casa, ma l’auto si spegne come tutte le altre: gli alieni arrivano in forze e l’onda elettromagnetica blocca qualsiasi strumento.

La corsa verso casa a piedi fa arrivare Luca in tempo per salutare -forse e’ un addio- Anna, che se ne va chissa’ dove come tutti gli altri, senza un apparente perche’.

Luca no: lui rimane al balcone, a guardare l’arrivo degli alieni consapevole di essere come loro e diverso dal resto del mondo.

Film davvero notevole, purtroppo non distribuito ne’ pubblicizzato a dovere, che fa pensare parecchio e ripaga dallo sforzo di accendere -per una volta- il cervello. A dimostrare che il fumetto e i fumettisti fanno cultura, e vaffanculo ai Natali in culo al mondo, ai Vanzina, ai Faletti e ai Vaschirossi del menga.

 

Barney

Arrietty, Hiromasa Yonebayashi (Studio Ghibli)

Ieri, ultimo giorno di Lucca Comics & Games, dopo un rapido giro tra gli stand dei fumetti (giro in cui ho avuto il piacere di vedere da vicino Jiro Taniguchi, impegnatissimo a disegnare sui suoi libri per i numerosi fan in adorazione) ho portato Greta a vedere “Arrietty“, l’ultima fatica dello Studio Ghibli.

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Il lungometraggio animato e’ bellissimo, da vedere di sicuro come tutti i lavori precedenti dello Studio Ghibli. Miyazaki, oramai settantenne, si limita alla supervisione e lascia la regia all’esordiente Yonebayashi. Il risultato e’ notevole, anche grazie alla musica che accompagna il film:

Cecile Corbel rida’ alla storia la collocazione anglosassone originale (la storia e’ ispirata al libro “Gli sgraffignoli” di Mary Norton, meglio noti da noi come “I rubacchiotti”), e completa con le sue atmosfere gaeliche i coloratissimi disegni del gruppo di Miyazaki.

La storia e’ un racconto classico di amicizia tra due ragazzi molto dissimili l’uno dall’altro: Sho, un adolescente gravemente ammalato, che deve passare l’estate che precede una difficile operazione al cuore nella casa di campagna abitata solo dalla bisbetica governante, e Arrietty, una quattordicenne “prendimprestito”, una specie di piccola fatina alta una decina di centimetri. Arrietty vive con i genitori in una casetta sotto il pavimento della casa di Sho, e i piccoli folletti “prendono in prestito” (vulg.: rubano) piccoli oggetti e roba da mangiare durante avventurose scorrerie notturne.

Come tutte le fiabe la storia e’ il pretesto per parlare di altro: della paura del diverso (la governante nei confronti dei folletti, ma anche i folletti nei confronti degli uomini), della consapevolezza della caducita’ della vita (Sho che sa benissimo che le probabilita’ di sopravvivere all’operazione sono pochissime, e aspetta l’evento quasi rassegnato al peggio), della fragilita’ delle creature viventi (il discorso di Sho sull’estinzione di molti animali, e sulla probabilita’ che pure i prendimprestito si estingueranno presto), della forza d’animo che riesce a superare piccole e grandi difficolta’.

L’intera storia e’ poi un inno al sogno, alla fanciullezza in cui tutto e’ possibile, tutto e’ credibile e ogni cosa e’ superabile: anni fa il nonno di Sho aveva costruito una piccola casa per i prendimprestito, che pero’ non si facevano vedere non fidandosi degli umani. Ma anche la mamma di Sho credeva all’esistenza dei folletti, e cosi’ suo figlio. Dall’altra parte, c’e’ l’anziana governante che per anni e’ stata convinta dell’esistenza dei folletti, ma che -fino all’arrivo di Sho- non e’ stata in grado di scoprire dove si nascondevano. La sua voglia di catturarli vivi e’ probabilmente il prodromo di uno sfruttamento economico: magari vuole vendere i prendimprestito a qualche circo, o usarli per far chissa’ cosa: e’ il personaggio negativo del film, ma non si riesce a volerle male sino in fondo proprio perche’ le sue intenzioni rimangono poco chiare sino in fondo.

Il film si chiude con un finale “da grandi”: la famiglia di Arrietty che abbandona la casa perche’ gli umani non devono vederli, e se ne va alla ricerca di un altro posto dove ricostruire un rifugio sicuro; Sho che dopo una corsa a perdifiato riesce a salutarli per l’ultima volta, proprio il giorno prima dell’operazione. Il sole finale lascia capire che l’intervento avra’ successo, ma i grandi questo gia’ lo sanno: il lungometraggio inizia con Sho che racconta di quell’estate passata tutta alla casa in campagna, come se fossero passati anni da quei giorni bellissimi.

Se avete dei bambini, portateli senza indugio a vedere Arrietty; se non ne avete, trovate il tempo e il coraggio di andare comunque ad assistere ad uno spettacolo emozionante come difficilmente accade con i prodotti ipertecnologici di Pixar e DreamWorks.

Barney

 

 

 

Quanti ne riconoscete?

Grégoire Guillemin ha realizzato questo poster, in cui un fracco di personaggi famosi viene rappresentato stilizzato, ma riconoscibile.

I gruppi sono collegati, cosi’ dare i nomi e’ piu’ semplice…

Barney

Una notte al cinema

Ieri sera, in preparazione alla giornata campale di oggi, ho deciso di andare a formattarmi il cervello al cinema. Non avendo la tv, la sala cinematografica e’ uno dei sistemi piu’ innocui ed economici che mi rimangono per lobotomizzar rilassare la mente. Purtroppo, pero’, la mia citta’ sta vivendo una crisi delle sale che nemmeno la grande depressione del ’29 a New York, e se attualmente possiamo contare su quattro cinemi piu’ o meno funzionanti, due di questi (incidentalmente quelli d’essai, i preferiti dai comunisti radical-chic) sono li’ li’ per tirare il calzino per due differenti motivi kafkiani che qua non c’e’ il tempo di discutere e comunque non importerebbero a nessuno. E poi -se non s’e’ capito- vorrei parlare del film che ho visto ieri sera.

Che -anche qua e’ pleonastico- si intitolava “Carnage”, no, forse “Terraferma”. Anzi, era “I Puffi in 3D”. O forse “Super 8″… La scelta del giorno era tra questi quattro qua.

Io -figurati- ero partito per andare a vedere “Contagion”, che essendo le sale quattro (come ho gia detto) ed essendo in queste quattro sale programmati i filmi che ho rammentato poco sopra, era obiettivamente difficilino da vedere…

Al suo posto c’erano i Puffi in 3D, che prima di tutto avevo gia’ visto domenica pomeriggio con Greta e amica di Greta, poi francamente i Puffi allo spettacolo delle 22,30 sono piacevoli come un gatto che ti s’e’ aggrappato alle palle con gli artigli e non ti molla manco se gli prometti doppia razione di croccantini al caviale. Allora ho dovuto scegliere un ripiego, visto che di tornare a casa senza film non se ne poteva proprio parlare (son di ferrei principii, io). Mi son diretto rapido e scattante verso il luogo di proiezione di “Carnage”, film visto domenica pomeriggio da Mrs. Panofski e dalla mamma dell’amica di Greta, mentre le bimbe e il sottoscritto -as said above- si sparavano tonnellate di poppicorni e di Gargamelli, entrambi in 3D. Nell’invero breve tragitto -saran 200 metri a esagerare- ho mentalmente scartato la visione di “Terraferma” perche’: 1) Mrs. Panofski c’era stata la sera prima e gli aveva assegnato il voto di ZERO (estiquaatzi!); 2) sapevo gia’ di che si trattava e preferisco leggerci un libro sopra, grazie; 3) essendo girato da un italiano non poteva che essere -con quell’argomento- un film da ZERO; 4) ci recita il fratello di Fiorello, che si chiama Fiorello anche lui perche’ quello e’ il cognome, ma il nome so una sega qual’e’.

Arrivato davanti al cinema dove si proiettava l’ennesimo capolavoro del regista pedofilo Roman Polanski, alla vista di si’ tanti giovini radical-chic davanti al portone in trepida attesa dell’apertura delle cancellate per assistere allo chef d’oeuvre del Maestro mi s’e’ guastato il sangue, e ho repente girato il cavallo d’acciaio, direzione ultima chance per raddrizzare la serata: “Super 8”.

Super8

Ecco, e’ andata a finire che ho visto “Super 8”, ed e’ finita bene, nel senso che il film m’ha piacevolmente sorpreso.

E’ un prodotto raffinato, che parte come una storia di iniziazione adolescenziale sul perfetto stile di “Stand by me”, che viene citato a mani basse (con leggera variazione verso “It”, che comunque l’ha scritto Stephen King pure quello). Poi vira -sempre sul versante adolescenziale- verso i “Goonies”, per infine assumere i toni piu’ cupi e introversi (no, niente paura:il cervello non si solghera’…)  di un “La cosa” di Carpenter, sfiorando “E.T.” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. D’altra parte, il produttore del film si chiama Steven Spielberg…

Un accenno alla trama: in una tranquilla cittadina di provincia un gruppo di adolescenti sta girando (in Super 8) un filmino amatoriale sugli zombi. La troupe improvvisata assiste ad un catastrofico incidente ferroviario, che li lascia incredibilmente illesi, ma che scatena un essere alieno nascosto da decenni nelle viscere della citta’.

Il finale leggermente scontato e forse troppo mieloso non toglie comunque niente ad un buon prodotto da entertainement, perfetto per lobotomizz rilassare la mente. Ah, una menzione anche da parte mia (mi sono trovato incredibilmente d’accordo con quasi tutte le recensioni in rete) per la giovanissima e bravissima Elle Fanning, sorella di Dakota Fanning, che dimostra grande stoffa da attrice.

Giudizio sintetico: da vedere (senza aspettarsi Kieslowski, ma chi se ne fotte). 3,7 stelline su 5.

 

Barney