Archivi categoria: Science Fiction

Sottocategoria Fantascienza. Tanto l’80% dei libri che leggo e’ SciFi…

“New York 2140”, Kim Stanley Robinson (Orbit, 2017)

Un futuro non così lontano né troppo improbabile, quello raccontato da Robinson nel suo ultimo romanzo.

ny2140

L’ambientazione è tutta nella copertina del libro: siamo a New York, e ovviamente l’anno è il 2140 o giù di lì. La città, come tutte le città costiere, è stata inondata da due successivi cataclismi climatici che hanno sciolto quasi tutti i ghiacci del Polo Nord. Il livello del mare si è alzato di 15 metri, e la parte bassa della città è adesso una “super-Venezia”, i vaporetti hanno preso il posto dei taxi e i grattacieli svettano come palafitte collegate da ponteggi tibetani a centinaia di metri dall’acqua. Al posto degli aerei, dirigibili e città-pallone solcano i cieli. Il disastro è l’effetto di uno sconsiderato sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo, che dalla seconda inondazione globale ha imparato ad inquinare di meno (forse).

In questo scenario postapocalittico si intrecciano le storie di alcuni personaggi che hanno in comune il luogo dove abitano: il Metropolitan Life Insurance Company Tower. La storia è però un pretesto per un j’accuse pessimista dello stile di vita dell’uomo di oggi, e per una critica serrata al turbocapitalismo che da vent’anni produce ricchezza per pochissimi sulle spalle della maggioranza della popolazione. Si direbbe “un romanzo comunista”, a voler essere leghisti (e ipotizzando che il leghista medio legga più di un libro nella sua vita…), ma il punto di vista di Robinson a me pare assolutamente corretto, così come corrette sono le spiegazioni di economia e finanza che supportano il plot.

Il libro è diviso in capitoli dedicati ai vari personaggi, intermezzati da una specie di voce narrante, un cittadino qualunque senza nome che ha la sola funzione di raccontarci come siamo arrivati sin lì e di legare i vari episodi.

Un buon romanzo, senza dubbio, che lascia nel lettore il dubbio -fondato- che quel che ha letto possa davvero un giorno verificarsi.

 

Barney

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La realtà che supera la fantas(c)i(enz)a

Leggo parecchio, e come qualcuno può aver notato leggo soprattutto fantascienza. Oggi, in pausa pranzo, mi sono trovato come sempre a leggere, e come succede spesso leggevo fantascienza.

Il libro -di cui forse parlerò quando lo finisco- è “New York 2140”, per la cronaca. Ma adesso è un particolare irrilevante.

Un collega mi chiede cosa leggo, e poi commenta che a lui la fantascienza non piace perché da una visione del futuro spesso angosciante ed eticamente discutibile.

Io ribatto che invece il bello della fantascienza è che ti apre il cervello al pensiero laterale, e comunque spesso la realtà attuale supera la fantascienza di soli dieci anni fa.

Un po’ come è successo per la satira al tempo di Berlusconi: superata a destra dagli eventi di tutti i giorni, il genere è andato in declino per anni, ripigliandosi solo da Renzi in poi.

Finito di pranzare, e in attesa che la teleconferenza interrotta all’una e mezza riprendesse (si sarebbe poi protratta fino alle cinque, per la cronaca…) mi metto a leggere notizie in rete, e mi capita sott’occhio di nuovo slashdot, con questa news qua.

Siamo in Cina, a Shenzen, ridente borghetto di dodici milioni di persone dalle parti di Hong Kong, e gli incroci sono controllati da telecamere ad alta definizione. Le telecamere riprendono i pedoni indisciplinati che attraversano fuori dalle strisce o col rosso, e una intelligenza artificiale riconosce i visi, gli affibbia un nome, risale al codice fiscale (al suo equivalente cinese, insomma) e poi –ora– proietta la gigantografia del viso su maxischermi nei pressi degli incroci, con il nome dell’attraversatore e -immagino- una sobria reprimenda. I cinesi sono severi ma educati, per queste cose.

Una gogna mediatica on line in tempo reale, gestita da un software e da tonnellate di telecamere HD. Che ti beccano e ti riconoscono al volo in una città di dodici milioni di persone.

Oggi, non in “New York 2140”.

Pare che il sistema nei primi dieci mesi di attività abbia pizzicato e identificato quasi quattordicimila persone in un unico mega-incrocio in centro.

Ora per abbassare i costi del sistema, le autorità cittadine stanno passando dalla gogna mediatica -che richiede il maxischermone gigante, che costa un botto- all’SMS personale, che arriva all’istante sul cellulare dell’infrangitore della legge stradale. Ad ogni tot messaggini che ti arrivano, perdi punti-società, il che significa che non ti daranno il mutuo per la casa, o che pagherai più tasse. O magari peggio…

Se lo fanno a Shenzen con dodici milioni di persone, che ci vorrà mai a tirare su un sistema simile che controlla tutta l’Italia?

Nel frattempo che il sistema venga esportato (magari con il modello di “democrazia” cinese) godiamoci gli ultimi giorni di libertà che ci concede Microsoft. Dal 1 maggio, infatti, può succedere quel che raccontavo ieri con le sex performers e Google Drive, ma su Skype e Outlook, e senza bisogno di contenuti porno. Basta parlare sboccato o insultare e può partire la censura.

Benvenuto nel 1984, Winston Smith…

 

Barney

Bookcrossing, Sfere e altre sciocchezze

Sono stato a Bruxelles, a dicembre. Per un meeting in uno dei palazzoni della Commissione Europea, sempre lo stesso e sempre al diciannovesimo piano. Davanti alle sale riunione c’e’ una specie di salottino da attesa, e una libreria dove si puo’fare bookcrossing. C’e’ di tutto, in tutte le lingue dell’Unione, e a dicembre m’e’ cascato l’occhio su questo paperback:

pandora

Di Hamilton ho gia’ parlato qua, per la sua trilogia “L’alba della notte“, e’ uno degli autori moderni di science fiction piu’ interessanti. Ho scambiato il romanzo con un fumetto che avevo nello zaino, e me lo sono portato a casa.

Il libro e’ -come accade spesso con i romanzi dello scrittore inglese- un enorme intreccio su scala galattica, che ha come spunto iniziale l’osservazione di una stella binaria lontana centinaia di anni luce che all’improvviso scompare. Non esplode come una supernova, non si affievolisce pian piano: prima c’era, un secondo dopo non c’e’ piu’.

Si scopre presto che le due stelle sono state inglobate in due sfere di Dyson, il che rende la sparizione ancora piu’ misteriosa: gia’ costruire una sfera di Dyson e’ fantascienza. Ma metterla attorno a due stelle in un secondo e’ inconcepibile. Il resto lo lascio a chi vuole leggersi il torrenziale seguito; non prima di avervi segnalato che qualche anno fa il mondo dell’astronomia fu percorso da una scarica elettrica, quando Tabetha Boyajian (una giovane astronoma statunitense) annuncio’ che la sua osservazione della stella KIC 8462852 aveva mostrato anomalie impossibili. KIC ecc ecc. e’ a piu’ di mille anni luce da noi, e gli astronomi la stavano osservando per verificare la presenza di pianeti che le orbitano attorno.

L’osservazione di pianeti da cosi’ lontano e’ piu’ un’indagine indiziaria, che si basa sull’abbassamento della luminosita’ della stella nel caso vi passi davanti un pianeta.

Senza stare a farla tanto lunga, l’abbassamento di luminosita’ registrato era del tutto incompatibile con un pianeta, grosso quanto volete. Vennero fatte molte ipotesi, tra cui quella che attorno a quella stella ci fosse qualcuno che stava costruendo un’enorme sfera di Dyson.

Ma, come potrete sentire da soli tra poco: “extraordinary claims require extraordinary evidence“…

Lascio quindi la parola a Tabby, che vi spiega in modo chiaro e appassionato tutta la storia. Non prima di dirvi che KIC 8462852 e’ nota come “Tabby’s star”, in suo onore.

 

Barney

“The lifecycle of software objects”, T. Chiang, Subterranean Press (2010)

“The lifecycle of Software Objects” e’ il primo racconto lungo pubblicato da Ted Chiang. Ted Chiang e’ a sua volta lo scrittore di “Storia della tua vita”, da cui e’ tratto “Arrival“.

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Avrete capito, quindi, che stiamo parlando di un libro di fantascienza. Ma anche chi non ama il genere e anzi lo schifa potrebbe resistere ed arrivare alla fine di questo pezzo, poi magari incuriosito potrebbe addirittura leggersi il libro e trovarlo interessante. Io ci spero sempre, in questi episodi…

Ma torniamo in tema. Il racconto lungo esiste anche in versione italiana, e si intitola ovviamente “Il ciclo di vita degli oggetti software”, ma vale la pena leggerselo in lingua originale perche’ Chiang scrive in un inglese chiaro ed efficace, e la lettura scorre veloce.

Senza svelare troppo la trama, “Lifecycle” racconta molte cose seguendo per vent’anni la vita di Ana, che da guardiana tuttofare dello zoo cittadino si ritrova trasformata in addestratrice di avatar semisenzienti. La storia si svolge nella vita reale e dentro vari mondi virtuali, alla “Second Life”, e intreccia molti fili e molte domande profonde sulla vita, l’universo e tutto quanto. In poche decine di pagine Chiang riesce a farci appassionare all’evoluzione di Jax, il digiens di Ana plasmato sulle forme di un robottino, da “cucciolo” spaesato a persona reale o quasi, che aspira a diventare un’entita’ giuridica per rivendicare i suoi diritti civili.

Il titolo e’ volutamente “geek”, e filologicamente corretto rispetto al contenuto del libro. Gli avatar semisenzienti (i digiens) sono infatti degli oggetti software, che come tutte le tecnologie hanno un ciclo di vita. Esattamente come le persone.

La versione cartacea originale, del 2010, e’ rarissima, e le copie su Amazon costano almeno 360$. Meno male che sul sito della Subterranean Press c’e’ la possibilita’ di leggerselo gratis per intero, ed e’ una gran bella lettura.

 

Barney

 

 

“La citta’ e la citta’”, C. Mieville (Fanucci, 2009)

China Mieville e’ uno dei maggiori scrittori di fantascienza viventi, e questo suo romanzo ne e’ la testimonianza.

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Questo libro non si puo’ rinchiudere in un genere di nicchia come la SciFi, perche’ in realta’ siamo dalle parti di un noir distopico orwelliano con abbondanti spruzzate di sociologia.

L’idea e’ geniale: siamo piu’ o meno negli anni ’80, in Europa dell’Est, in una citta’ immaginaria, Beszel, che si intreccia e si compenetra con un’altra citta’, Ul Qoma. Pero’ le due citta’ sono come due stati separati, e i rispettivi abitanti per legge non possono accorgersi, guardare, interagire con l’altra citta’ e con i suoi abitanti. Io mi sono immaginato una Berlino divisa da un muro invisibile, invece che da quello vero, in cui le strade che passano “di qua” e “di la’” provano a mescolare le due popolazioni. Le quali, pero’, come acqua e olio, scivolano una sull’altra senza degnarsi di uno sguardo. In strada le auto devono evitarsi non guardandosi, i pedoni attraversano guardando con cura solo dal “loro” lato, e cosi’ via. Ci sono quartieri in cui i palazzi di una citta’ sono accanto a quelli dell’altra, e gli abitanti non si incontrano mai.

Chi rompe questa legge compie una violazione, e immediatamente viene scoperto e catturato dalla Violazione, una polizia segreta che per analogia alla Berlino del secolo scorso potrebbe essere la VoPo locale.

In questo scenario spiazzante si svolge la storia, che inizia con la scoperta di un cadavere di una ragazza a Beszel, che pero’ non e’ di Beszel. L’Ispettore Borlu’, incaricato delle indagini, si trovera’ a dover indagare non solo a Beszel e Ul Qoma, ma rimarra’ invischiato pure nella ricerca della mitica Orciny, terza citta’ che sarebbe nascosta tra le due.

Il resto e’ molto sociologico, molto hard boiled e parecchio divertente.

Il libro si legge bene anche in lingua originale, scorre rapido verso la fine e non delude quando ci si arriva.

Notevolissima lettura, costringe a pensare il che -di questi tempi- e’ cosa rarissima.

 

Barney

“Ex_Machina”, A. Garland (UK, 2015)

Altro gran bel film in questa estate torrida e inutile, “Ex Machina” ha piu’ di un punto a suo favore.

1-UK_Ava-AW__Close-Crop_28198-Ex_MachinaIntanto e’ un film bello in tutto: la storia, l’ambientazione, la fotografia… ma soprattutto la recitazione dei quattro attori principali (in realta’ tre e mezzo, perche’ una donna non parlera’ mai durante tutto il film), in pratica gli unici sul palcoscenico a parte qualche comparsa alla fine e una scena iniziale funzionale al resto della trama.

La storia, in breve e senza troppi spoiler: Nathan (Oscar Isaac), ricchissimo genio misantropo, creatore del più usato motore di ricerca del mondo (Blue Book, usato dal 94% degli utenti), s’e’ rinchiuso in una villa ultra moderna sperduta da qualche parte vicino ad un ghiacciaio. Li’ sta cercando di realizzare la prima intelligenza artificiale (IA) “vera”, ossia in grado di passare il test di Turing [1]. Nathan indice una lotteria nella sua azienda, e il vincitore risulta essere il piu’ brillante programmatore dell’azienda, Caleb (Domhnall Gleeson). Caleb “vince” un soggiorno di una settimana nell’eremo di Nathan, dove scoprira’ che il suo unico compito e’ testare l’IA di Nathan, e verificare se riesce a passare il test di Turing. C’e’ una complicazione, pero’: al contrario della formulazione normale del test, in cui la prova deve essere fatta senza vedere l’interlocutore (altrimenti sarebbe troppo semplice decidere :-)), qua Caleb parla direttamente con un’androide, AVA, che ha le fattezze di una giovane ragazza (Alicia Vikander).

Le sessioni di analisi di Caleb si alternano alle discussioni tra lui e Nathan, quasi perennemente ubriaco, con altro unico spettatore Kyoko, una giapponese tuttofare al servizio del magnate.

Tra le molte cose interessanti la discussione tra i due su “come e’ fatta” AVA: hardware leggero e adattabile per il cervello, e come software Blue Book, il motore di ricerca stesso. E’ interessante come Nathan giustifica la scelta: oramai tutti sono connessi in rete, e su Blue Book passano Terabyte di informazione ogni secondo. Questa immensa mole di dati non e’ solo utilizzabile per profilare ciascun utente, ma -potendo accedere a telecamere e microfoni di PC e smartphone- rappresenta anche la completa gamma di sensazioni, stati d’animo, espressioni facciali dell’umanita’. Senza considerare che a valle c’e’ una capacita’ di elaborazione di dati mostruosa…

Mi ha colpito questa cosa, perche’ siamo nell’epoca di Windows10 (che mi si dice sia assolutamente intrusivo come controllo delle abitudini dell’end user), ma anche di Android e di iOS, sistemi operativi che esplicitamente ti chiedono il consenso per fare piu’ o meno tutto sul tuo dispositivo.

Il finale e’ notevole, non telefonato e certamente fa pensare.

Da vedere.

Paranoid android ci sta bene, sia perche’ e’ dedicata ad un altro famoso androide (Marvin di Douglas Adams), sia perche’ Tom Yorke somiglia inquietantemente al Caleb di Ex Machina…

[1] test di cui esistono innumerevoli modifiche, inclusa l’interessante stanza cinese di Searle.

Barney

“L’uomo di Marte”, A. Weir, Newton Compton (2014)

Non e’ che non leggo piu’, eh?

E’ solo che m’ero intestardito nello spararmi tutto di seguito “La Ruota del Tempo“, di Robert Jordan, e se avete idea di che roba sia potete capire perche’ sono mesi che non parlo di libri, qui.

Ok, che si sappia: ho terminato l’immensa saga di Jordan (incluso il prequel e i due tre volumi finali scritti da Brandon Sanderson alla morte di Jordan, basandosi sugli appunti di Robert), quindi -liberatomi dal giogo- ho ricominciato a leggere anche altro.

Il primo libro che m’e’ capitato sottomano e’ stato questo “L’uomo di Marte“, di cui gli appassionati di fantascienza parlavano benissimo su vari siti.

luomodimarteIl giudizio sintetico e’ “tutto qui? Mah…“. Sotto, una analisi (oddio, analisi: una accozzaglia di pensieri casuali, diciamo) piu’ approfondita, con i soliti spoiler che non posso esimermi dal metter giu’ alla fine.

Il romanzo di Weir mischia allegramente non solo “Gravity” e “Robinson Crusoe” (come ci strilla in faccia la copertina italiana), ma anche “Pianeta Rosso”, un film di qualche anno fa ricordato assai male da piu’ o meno tutti quelli che l’hanno visto.

La sinossi e’ semplice: siamo in un prossimo futuro, e la terza missione manned verso Marte, composta da sei astronauti, rischia di rimanere bloccata sul pianeta a causa di una violenta tempesta di sabbia che sta demolendo il Mars Ascent Vehicle, il veicolo che deve riportarli sull’astronave che li aspetta in orbita.

La comandante della missione comanda il rientro immediato, ma nella tempesta uno dei sei viene portato via da una raffica di vento e scompare. I suoi sensori fisiologici segnalano zero segni di vita, e l’equipaggio -dopo una inutile quanto necessariamente veloce ricerca nella polvere- e’ costretto a partire.

Come avrete capito, lo scomparso non e’ morto, e appena riavutosi ha il problema di sopravvivere -da solo- sino a che qualcuno lo soccorrera’.

Da qui in poi il libro e’ un continuo infodump tecnico sulle trovate da McGyver del nostro astronauta solingo (che per botta di culo e’ espertissimo di botanica, maanche di ingegneria e di astronomia e probabilmente sa anche leggere i tarocchi).

[Da qua in poi e’ tutto ‘no spoiler]

Si capisce da quasi subito che la speranza puo’ solo venire dall’astronave dei compagni, e che la storia andra’ a finire bene. Addirittura non muore nessuno, il protagonista dice sei o sette volte “piscia” e “cacca”, manca “culo” poi saremmo a posto. Non ci sono donne nude.

Fine. Delusione cocente.

Barney