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I malanni di stagione (secondo i trend pubblicitari)

In TV e alla radio c’e’ sempre piu’ pubblicita’ “medica”. E’ tutta roba da banco, chiariamoci, quella che in America si chiama appunto OTC. Nulla che puo’ veramente salvarti la vita. Pero’ puo’ essere utile per tracciare una specie di mappa delle piccole malattie di stagione, considerando la quantita’ di spot che si dedicano a determinate malattie.

Dal mio personale e casualissimo osservatorio mi sono segnato queste quattro epidemie, che rappresentano l’equivalente odierno della tubercolosi e del tifo petecchiale:

Unghie incarnite/funghite (cioe’, coi funghi). Capisco che d’estate andare a giro coi sandali e le unghie conciate come tartufaie non e’ il massimo, per cui come malanno di stagione questo e’ al primo posto. Da quel che mi pare di avere capito si deve spennellare l’unghia con una roba che presumo parente prossima dell’acido muriatico.

Diarrea. Qua si strizza l’occhio al viaggiatore incauto che si abbevera ad improbabili fontanelli guatemaltechi, oppure -c’e’ uno spot che gira adesso- a tizi sfigatissimi che dopo anni di solitudine riescono a strappare un appuntamento ad una trota a caso, per scoprire di essere vittime di cagotto pre-cena proprio la sera fatidica. Malanno buono per tutte le stagioni, insomma, che si cura con bustine di cemento a presa rapida, o pillole a scoppio controllato.

Prurito vaginale. Il caldo, il sudore, la promiscuita’… possono certamente acuire il problema. Basta telefonare alla mamma che vi spieghera’ come si risolve la cosa: con la pomatina che pure lei usava dopo essere stata col bagnino del Forte.

Colpo della strega/stiramento muscolare. Una bella partita di tennis alle due del pomeriggio, sul campo di cemento in pieno centro, puo’ lasciare questi ed altri ricordi. Ad esempio l’insolazione, la disidratazione. O l’infarto. Pomatina anche qua, oppure cerotto riscaldante, dipende da quanto velocemente volete tornare a rompervi il resto della muscolatura.

Poi c’e’ il resto: parodontite, bruciori di stomaco, carenza di sali minerali… Credo che la cosa peggiorera’ man mano che la popolazione invecchia. Credo sara’ uno dei migliori business del futuro.

 

Barney

 

Prepariamoci a Sanremo

Ho usato “Powderfinger” di Neil Young cantata da Margo Timmins e i Cowboy Junkies come chiosa del pezzo dell’altro giorno, che va bene -anzi, benissimo- ma siccome il brano e’ un capolavoro di semplicita’ musicale che racchiude un intero romanzo in quattro strofe, credo che sia il caso di presentarlo di nuovo come si deve, nella sua versione originale.

Neil scrive Powderfinger nel 1975. Vuole metterlo in un disco che non uscira’ mai. Tiene il pezzo li’ per un po’, poi decide di spedirlo ai Lynyrd Skynyrd perche’ lo incidano e lo mettano nel disco che stanno registrando. E’ il 1977, e purtroppo poco dopo meta’ della band muore in un incidente aereo prima di finire il disco. La canzone non la sentiremo cantare da loro, e -vedremo- e’ un vero peccato perche’ secondo me la band di “Sweet home Alabama” l’avrebbe interpretata alla perfezione, visto l’argomento.

Nel 1979 finalmente Neil fa uscire un disco che non e’ quello del 1975, e’ lo splendido “Rust never sleeps”, e anche li’ Powderfinger ci sta da dio.

Prima del testo, faccio una sinossi veloce con l’ambientazione che mi immagino sempre quando la ascolto.

Anni ’40, pontile in legno di una catapecchia cadente in riva al Mississippi, caldo e soleggiato. Un ragazzo e’ sul pontile, magari a pescare. Vede arrivare in lontananza una barca bianca, con un grosso faro rosso. Un uomo e’ in piedi sulla barca, guarda verso la catapecchia. E’ armato.

Look out, Mama,
there’s a white boat
comin’ up the river
With a big red beacon,
and a flag,
and a man on the rail
I think you’d better call John,
‘Cause it don’t
look like they’re here
to deliver the mail
And it’s less than a mile away
I hope they didn’t come to stay
It’s got numbers on the side
and a gun
And it’s makin’ big waves.

Daddy’s gone,
my brother’s out hunting
in the mountains
Big John’s been drinking
since the river took Emmy-Lou
So the powers that be
left me here
to do the thinkin’
And I just turned twenty-two
I was wonderin’ what to do
And the closer they got,
The more those feelings grew.

Daddy’s rifle in my hand
felt reassurin’
He told me,
Red means run, son,
numbers add up to nothin’
But when the first shot
hit the docks I saw it comin’
Raised my rifle to my eye
Never stopped to wonder why.
Then I saw black,
And my face splashed in the sky.

Shelter me from the powder
and the finger
Cover me with the thought
that pulled the trigger
Think of me
as one you’d never figured
Would fade away so young
With so much left undone
Remember me to my love,
I know I’ll miss her.

La storia si svolge rapida e scarna come un romanzo di Cormac McCarthy, e come un romanzo di McCarthy finisce: male, nel sangue. Ma non c’e’ altra fine possibile: il ragazzo e’ troppo giovane, troppo solo e troppo fiducioso nel potere del fucile di suo padre per ricordarsi quel che il genitore scomparso gli aveva detto: se vedi rosso, scappa. Se ci sono anche i numeri e’ peggio.

Il racconto e’ retrospettivo, e ce lo fa il ragazzo morto, che alla fine si scrive pure l’epitaffio: “pensate a me come uno che non avreste mai immaginato se ne andasse cosi’ giovane, con cosi’ tante cose da fare”.

Ecco, una canzone puo’ essere anche questo: una storia raccontata in pochi minuti, con la Gibson nera distorta che spara sempre i soliti quattro accordi e te che immagini una camicia a quadri, jeans e bretelle inanguinati nelle acque del Mississippi.

Sospetto che a Sanremo non ascolteremo roba cosi’, purtroppo.

 

 

Barney

Filosofia da muro #62

Cambiando strade si incontrano scritte nuove. Questa qua e’ una di quelle che ho beccato stasera girando a destra invece che a sinistra per tornare a casa:

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E’ rima baciata di qualita’ bassina, direi una ghisa placcata argento per restare in tema, ma serve anche a dare una cifra dello stato della musica italiana.

Si, perche’ ‘sta roba e’ un’altra citazione dal recinto “hip hop” italiano, che sembra piu’ un serraglio di wannabe artisti che una fucina di talenti, ma i tempi son questi. I geni che hanno scritto l’indimenticabile rima metallica si chiamano Gemitaiz (gia’ uscito su questi muri, un trascinatore di cervellini, si direbbe…) e Madman, e la -scusate l’overstatement- canzone sarebbe “Blue sky”. Che ovviamente col cazzo che ve la metto, mi son bastati cinque secondi per bollarla come vaccata da bimbominkia.

E quindi, per fare pari col la bùa vi metto il poggio: il giovane Nello con “Heart of Gold”, che magari ho gia’ messo mille volte ma tanto lo sapete che a me il giovane Nello piace…

 

 

Barney

Dall’archivio personale di Barney Panofsky: Trebbiatrici su campo di grano maturo

Ogni tanto mi capita, guardando la pagina di gestione di WordPress, di rileggere post di tempo fa che -chissa’ per quali assurdi giri di motore di ricerca- son capitati sotto gli occhi di ignoti utenti. Ieri ho visto che qualcuno s’era messo a leggere questo post qua.

Lo ripropongo perche’ m’e’ piaciuto rileggerlo e perche’ si parla (io e l’omino del mio cervello) di Neil Young e insomma: mica la fighetta del quartierino… Magari anche perche’ sono piu’ vicino a Neil come eta’, che a GigGi D’Alessio (beh, questo ancora no, via…).

E’ li’ sopra, e’ lungo e tedioso come spesso sono io, e questo e’ tutto. Anzi no: ci sono anche una storia e una canzone che quella storia racconta senza troppi giri di parole.

Barney

Still life with The needle (and the damage done)

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Ever since I left Canada, about five years ago or so… and moved down south… found out a lot of things that I didn’t know when I left. Some of ‘em are good, and some of ‘em are bad. Got to see a lot of great musicians before they happened… before they became famous… y’know, when they were just gigging. Five and six sets a night… things like that. And I got to see a lot of, um, great musicians who nobody ever got to see. For one reason or another. But… strangely enough, the real good ones… that you never got to see was… ‘cause of, ahhm, heroin. An’ that started happening over an’ over. Then it happened to someone that everyone knew about. So I just wrote a little song.

Neil Young, 1971

Per i piu’ giovani, c’e’ una citazione -direttissima- al brano di Neil Young anche in “Song to say goodbye“, dei Placebo.

Barney

Il Concerto di capodanno 2015

Come da tradizione, trasmettiamo da Vienna il concertone di capodanno 2015, con Kekko dei Modà come special guest alle nacchere. Auguri:

(Neil entra sul palco a 3:00, Kekko non s’e’ visto…)

Barney

Playlist. March, 14th 2014

E’ venerdi’, sono stanco ma felice e tranquillo. E queste sono le canzoni che ascolto, stanco ma felice e tranquillo…

Satellite of love” di Lou Reed nella versione di Morrissey:

 

Heaven” dei Talking Heads presa da “Stop making sense”, che e’ una roba da vedere almeno una volta nella vita:

 

The one I love” dei R.E.M., che mi ricorda i miei vent’anni e altre cose, e che no: non e’ un pezzo romantico…

 

Behind blue eyes“, dei Who. Perche’ nessuno sa come e’ essere triste dietro quegli occhi blu… E perche’ qua sotto ci sono Keith and John ancora vivi.

 

Hey hey, my my” di Neil Young. ‘Cause it’s better to burn out than to fade away. Siempre. E poi la ruggine non dorme, mai.

 

Del nostro tempo rubato“, dei Perturbazione. Che sarebbe davvero bello ridere di noi…

 

Gimme shelter” degli Stones ma cantata da Patti Smith. Un inno alla pace con la guerra che e’ solo uno sparo (o un bacio?) piu’ in la’.

 

Black hole sun” dei Soundgarden, per finire in bellezza. Won’t you come?

 

 

Barney