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Filosofia da muro #95 (hat trick: Leo)

La foto e’ stata scattata a Pisa da uno Spezzino espatriato a Barcellona, a dimostrare la confusione che regna sotto questi cieli:

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La scritta e’ impreziosita dall’omino col megafono; l’omino (spesso con palloncino rosso) e’ una presenza comune sui muri pisani e pur non essendo frutto di Michelangelo ha una sua bellezza. Molto meglio il graffito che la toppa sul muro in alto a destra, per dire.

Buona anche la calligrafia, e molto apprezzata da me la scelta dell’inchiostro verde. Sul contenuto non c’e’ molto da dire, se non che lo “stirare” si potrebbe prestare a doppie interpretazioni. La C finale di Copyright, a mo’ di firma, sembra rivendicare l’originalita’ del pensiero, ma forse e’ solo la tag del writer.

Il pezzo oramai l’avevo in mente. Sarebbe per un’altra filosofia da muro, ma e’ come l’omino col megafono: una presenza abituale qua dentro.

 

Barney

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Il regalo di Natale perfetto

Ieri, girovagando per le poche librerie rimaste aperte a Lucca alla ricerca degli ultimi regali, mi sono imbattuto in questa roba qua:

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La faccia del povero Terrier (o altra razza di cane da calcio) in copertina la dice lunga su quanto questi 15 pratici progetti a maglia faranno contento il nostro povero amico a quattro zampe. Se non sbaglio la bestia disperata si trova sui binari di un trenino, in attesa della locomotiva che porra’ fine alla sua sofferenza e alla vergogna di dovere indossare un cazzo di cappottino fatto dalla padroncina.

Speriamo almeno che oltre al cane ella non abbia pure figli, che gia’ mi immagino come lo stesso progetto “Jack Russell” si possa abbinare anche al povero figliolo di tre anni, con l’effetto “pendant” da ricovero coatto in psichiatria per la signora sferruzzante.

 

Non l’ho comperato, tranquilli: non ci sono persone che disprezzo cosi’ tanto.

 

Barney

Farewell, Mr. Stardust

Stamani, quando  letto la notizia ho pensato subito a una presa in giro di qualche sito del cazzo.

Invece no: in dieci secondi e’ arrivata la conferma che David Bowie era davvero morto, a qualche giorno dall’uscita del suo nuovo album che rimane un capolavoro, anche se adesso sara’ visto piu’ come un testamento -e lo e’- che un disco di musica rock -e lo e’, ed e’ splendido a prescindere-.

Le morti famose non mi smuovono piu’ di tanto in genere, ma Bowie e’ una rara eccezione.

Da anni speravo contro ogni logica che riprendesse a fare concerti, e che tornasse al Summer Festival a cantare. Perche’ io quindici anni fa lo persi, e questo sara’ per sempre uno dei miei rimpianti.

Come mai mi piacesse un cantante come lui non e’ neanche tanto difficile da spiegare: ho sempre visto Bowie come un alieno nel mondo della musica. I suoi due occhi diversi, la sua faccia da eterno bambino (almeno fino a cinque o sei anni fa), i suoi capelli biondi col ciuffo, quell’algido distacco che mostrava in tutte le performance che m’e’ capitato di vedere in rete… Mi rivedevo nel cantante poliedrico e polimorfo, in grado di passare dal rock and roll di “Rebel, rebel” al pop raffinato di “China girl” (io che odio il pop ho amato alla follia China girl), da ballate stracitate qua dentro come “Space Oddity” a pezzi epici come “Heroes” (abusatissimo oggi in tutte le salse, e gia’ il duca bianco si rotola nella tomba…), dalla ambiguita’ sessuale al matrimonio con la splendida Iman. Dieci vite in una sola, tutte vissute con distacco britannico e classe da gentleman francese. Dieci vite come tu vorresti che fosse la tua, insomma.

Rispetto alla recente morte di Lemmy dei Motorhead l’impatto emotivo per me e’ stato enormemente differente, e non basta il fatto di non avere mai sopportato piu’ di tre brani heavy metal di fila per spiegare le differenze. Un po’ come quando morirono Lucio Battisti e Fabrizio de Andre’, insomma. O John Entwistle e qualsiasi altro bassista vi venga in mente.

Si, ho detto “qualsiasi”.

Mi dispiace veramente sia morto Bowie. E confesso che il dispiacere e’ piu’ egoistico, per non potersi piu’ aspettare una genialata dall’artista, o un concerto a sorpresa, che per la morte dell’uomo.

Ma questo credo sia vero sempre: la parte egoistica penso la faccia sempre da padrone sulla pietas.

Stronzo? No, solo onesto con voi, miei due lettori.

Che altro devo dire? Che Space Oddity cantata da Happy Rhodes mi fa sempre piangere?

Che oggi tutte le volte che mi trovavo da solo mi mettevo a canticchiare “The man who sold the world”?

Un paio di mesi fa parlavo di “Blackstar”, il singolo che chiudeva la trilogia del maggiore Tom disperso nello spazio (secondo me), un anno fa celebravo San Valentino con un altro suo splendido pezzo recente, nel 2010 era nella mia playlist delle canzoni che avrei voluto con me se fossi sopravvissuto ad una catastrofe atomica… Space Oddity credo sia la canzone piu’ citata qua dentro, e non solo perche’ lo spazio e’ il mio lavoro…

Mi manchera’, Mr. Stardust. E lo vorrei ricordare anche con la ragazza cinese che a molti fece storcere la bocca, ma a me piace davvero un sacco:

 

 

Barney

 

Fantasmi dallo spazio profondo

E’ uscito l’altro giorno il singolo “Blackstar“, che anticipa di un paio di mesi l’omonimo album di David Bowie. Il pezzo e’ strano, lunghissimo per i gusti dell’ascoltatore medio attuale (quasi dieci minuti…), avvezzo a canzoncine da treminutiemezzo al massimo, cambia continuamente registro e musicalita’ (al primo ascolto volevo spegnere tutto, ma se si superano i primi 4 minuti, e magari poi lo si riascolta un paio di volte, le cose si evolvono in positivo) arricchendosi man mano che va avanti e lascia le dissonanze quasi jazzistiche dell’inizio.

Il video e’ altrettanto spiazzante: molto bello, molto inquietante, molto disturbante -per me- in alcune parti, soprattutto quelle in cui i ballerini sembrano tarantolati e si muovono a scatti  (odio questi movimenti a scatti, che ci volete fare?), eccolo qua:

Basta avere retto per un par di minuti che ci si imbatte in quello che -per me e l’omino del mio cervello- e’ sufficiente a giustificare il titolo del post e ad anticipare un altro par di brani (in realta’ tre) del Duca Bianco.

Per gli idiosincratici di youtube, la cosa di cui parlo e’ una tuta spaziale che si presume debba contenere un astronauta, seduto sul terreno spoglio di un pianeta sconosciuto. La ragazza con la coda che si avvicina alla tuta e apre il visore del casco ci fa scoprire che il legittimo proprietario e’ morto da eoni, il suo teschio in bella mostra annerito dal tempo ma imbellettato da pietre preziose varie che ne incastonano quasi ogni centimetro.

E siamo arrivati al punto: di chi potrebbe mai essere il corpo di quell’astronauta sperduto su un lontano pianeta? Siamo dentro ad una canzone di Bowie, e a me (e -prima che a me- all’omino del mio cervello) e’ venuto in mente subito il Maggiore Tom, lo sfortunato protagonista di “Space Oddity“, “Ashes to Ashes” e anche di “Hallo, Spaceboy”.

La storia di Tom che si perde nello spazio per un guasto della sua astronave scomoda come una lattina la conoscono tutti, eccola di nuovo su questi schermi per la sessantesima volta, in una versione che ci testimonia quanto il pezzo -scritto nel 1969- debba a “2001 Odissea nello Spazio”:

La sorte del povero Maggiore Tom e’ cantata di nuovo da Bowie una decina di anni dopo, nella splendida “Ashes to ashes“, che gia’ dal titolo ci fa propendere per una finaccia per l’astronauta sperduto:

E mica e’ finita qua, eh? Perche’ quindici anni dopo Mr. Bowie ci torna sopra, con “Hallo, Spaceboy“, qua dal vivo in tutta la sua energia:

E vent’anni dopo “Hallo, Spaceboy” c’e’ la tuta con il teschio tempestato di diamanti di “Blackstar”. Che pero’ in molti dicono essere stata scritta contro l’ISIS, a denunciare la caduta delle religioni nel fondamentalismo. Magari e’ cosi’, magari anche la stella nera che fa da copertina al disco a quello vuole ammiccare.

Ma per me e per l’omino del mio cervello e’ l’ennesimo capitolo della storia di Tom, disperso nello spazio e morto in solitudine su chissa’ quale pianeta lontano.

Fossi uno strizzacervelli, impazzirei per dare un significato a tutto questo.

 

Barney

Filosofia da muro #25

Nichilismo cosmico, per questa scritta sul muro:

IMAGE00412Pero’ c’e’ un “Queen” alla fine, chissa’ se c’entra qualcosa con il resto.

Ma se c’e’ una “queen” ci potrebbe essere anche un “king”, e il post lo si puo’ chiudere con “Heroes”, versione acustica al Bridge School Benefit, di cui sicuramente ho parlato decinaja di volte.

Barney

“The Martian – Sopravvissuto”, Ridley Scott (USA, 2015)

“The Martian” e’ la trasposizione cinematografica abbastanza fedele de “L’uomo di Marte” di Andy Weir, uscito nel 2011 ed acclamato come notevole romanzo di fantascienza per un pubblico mainstream. Il risultato e’ un buon film di fantascienza per un pubblico mainstream, quindi al vero appassionato (come me) la pellicola lascia in bocca sapori contrastanti.

The-Martian-2-693x1024Chi ha letto il romanzo sa gia’ tutto, ma anche il pubblico non informato non puo’ che aspettarsi un lieto fine da un film che in italiano si intitola “Il sopravvissuto”. Per cui, anche se da qua in poi e’ tutto uno spoiler, in realta’ non vi sto dicendo niente piu’ di quello che gia’ il titolo vi dice.

La storia e’ semplice: la terza missione umana su Marte viene sorpresa sul pianeta da una violentissima tempesta di vento e polvere e il comandante ordina l’immediata evacuazione verso l’astronave che -in orbita- li riportera’ sulla Terra. Durante le operazioni di imbarco un astronauta -Mark Watney, impersonato da Matt Damon- viene spazzato via da un’antenna strappata dal vento; nell’impossibilita’ di ritrovarlo e nella convinzione che sia morto il resto dell’equipaggio decolla e se ne torna a casa. Watney e’ invece miracolosamente sopravvissuto, e inizia ad organizzare la sua personalissima resistenza agli agenti esterni su un pianeta in cui e’ solo e solo rimarra’ almeno per altri due o tre anni. La NASA, dopo avere dato la notizia della tragedia in mondovisione, si accorge per caso e dopo un par di mesi che l’astronauta e’ vivo ma impossibilitato a comunicare con la Terra. Nel frattempo Watney (che e’ un botanico) ne fa una piu’ di MacGyver per sopravvivere: organizza una piantagione di patate, distilla acqua dall’idrazina, si carica nel rover un RTG a plutonio, va a recuperare il Mars Pathfinder e il robottino Sojurner e grazie alla sonda NASA organizza una trasmissione dati che si basa sul sistema esadecimale. Ovviamente dopo avere hackerato il sistema operativo della sonda grazie a istruzioni fornitegli dal JPL in ASCII puro (non e’ importante che capiate questa roba, davvero. E’ la parte geek del film, per quelli come me 🙂 ).

A Terra la NASA capisce che Mark non puo’ aspettare la prossima missione Ares, e in quattro e quattr’otto organizza una spedizione di cibo e materiale per il Robinson Crusoe del ventunesimo secolo. Ovviamente, siccome fanno tutto alla svelta, il razzo con i rifornimenti esplode poco dopo il lancio, e solo il genio di un astrodinamico della NASA, accoppiato con la generosita’ del CNSA (la NASA cinese) e l’abnegazione dei compagni di missione di Watney riuscira’ a salvare rocambolescamente il naufrago.

Plot lineare, le poche sorprese telefonate mezz’ore prima, il lieto fine come dicevo scontato gia’ dal titolo… ma il film riesce ad emozionare gente come me, che in questo settore ci lavora, perche’ e’ evidente come lo spazio sia davvero l’ultima frontiera per l’umanita, e una delle pochissime avventure in grado di unirla come se fosse un solo popolo.

Insomma: se e quando davvero andremo su Marte, probabilmente ci sara’ qualcosa di meglio di cui parlare e per cui emozionarci oltre ai vari reality show, partiti politici e partite di pallone.

Tra le poche canzoni degne di nota della colonna sonora (che gioca sul fatto che Mark ha a disposizione solo orrenda disco music anni ’80, sul pianeta rosso…) c’e’ questa qua:

che e’ una scelta meno scontata rispetto a “Space Oddity” o a “Life on Mars”, pero’ del tutto corretta.

Giudizio sintetico: da vedere. Non un capolavoro, ma puo’ servire alla causa della colonizzazione spaziale 😛

Barney

xkcd: Water Phase Diagram

Randall pirotecnico oggi con diagrammi di stato, giochi di parole e citazioni musicali pop come se piovessero:

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Vanilla Ice was produced in small quantities for years, but it wasn’t until the 90s that experimenters collaborated to produce a sample that could survive at room temperature for several months.

Il grafico mostra il comportamento fisico dell’acqua a varie combinazioni di pressione e temperatura. C’e’ il famoso punto triplo, in cui l’acqua puo’ esistere nei tre stati contemporaneamente. Per il nostro liquido esso e’ a 0° C (o a 273,16° K, che e’ lo stesso), a una pressione di non so quanti Pascal, ma lo potete vedere su Wikipedia.

Ma la genialata, oltre alla indegna citazione di Vanilla Ice, e’ la parte in basso, che chiaramente si riferisce al famoso duetto Bowie-Queen per “Under Pressure”. Che pero’ a me piace di piu’ nella versione Ben Harper-Eddie Vedder, quindi vi beccate quella, toh!

Barney