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Si diceva “fantas(c)i(enz)a”…

Come no? Ieri la notizia principale sui media italianiera Zuckeberg che al Congresso ha fatto ammenda della leggerezza con cui Facebook ha stretto accordi con Cambridge Analytica (e in una botta sola le azioni dell’azienda di Menlo Park hanno riguadagnato quasi il 5%).

Oggi per caso ho acceso la tv su Rai1 alle 20, e nel sommario tra le notizie principali del tg c’era quella del cane abbaione che -grazie ad una petizione bBobolare- e’ stato liberato dal canile di Sarcazzo di Sotto (giuro che e’ vero).

Nessuno vi segnalerà il nuovo exploit del riconoscimento facciale cinese, ossia della schedatura di Stato, che ha beccato un ricercato ad un concerto. Tra più di 50.000 (cinquantamila, esatto) altri cinesi che erano allo stesso concerto.

Adesso capisco quegli strani bagliori che tempestano le strade cinesi di notte, quando passi con la macchina sotto tralicci stracolmi di telecamere: ti fanno il flash come con l’autovelox, ma di continuo, anche se il limite non lo superi.

E se questo non bastasse a far capire che il problema non è Zuckeberg, c’è quest’altra notizia sempre dalla Cina: controllo attraverso riconoscimento facciale delle minoranze musulmane [1], e allerta automatico alla polizia se uno della minoranza si allontana troppo dalla sua “safe area”, la riserva indiana in cui può stare liberamente.

Fuori no, chissà cosa può combinare.

Se comunque siete tra quelli che credono che il male sia solo Cambridge Analytica (che è il male, ma solo perché l’end user inetto gli da i dati…), leggetevi questo pezzo che spiega come si derivano -dalla serqua di quizzettini del cazzo che impestano Facebook- importanti e pregiati tratti della vostra personalità.

Poi, come sempre, condividete.

Su Facebook.

[1] incredibile, ma ci sono posti nel centro e nord della Cina in cui ci sono moschee che neanche alla Mecca. Lanzhou -che è una delle mie mete di lavoro-è uno di questi.

Barney

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La realtà che supera la fantas(c)i(enz)a

Leggo parecchio, e come qualcuno può aver notato leggo soprattutto fantascienza. Oggi, in pausa pranzo, mi sono trovato come sempre a leggere, e come succede spesso leggevo fantascienza.

Il libro -di cui forse parlerò quando lo finisco- è “New York 2140”, per la cronaca. Ma adesso è un particolare irrilevante.

Un collega mi chiede cosa leggo, e poi commenta che a lui la fantascienza non piace perché da una visione del futuro spesso angosciante ed eticamente discutibile.

Io ribatto che invece il bello della fantascienza è che ti apre il cervello al pensiero laterale, e comunque spesso la realtà attuale supera la fantascienza di soli dieci anni fa.

Un po’ come è successo per la satira al tempo di Berlusconi: superata a destra dagli eventi di tutti i giorni, il genere è andato in declino per anni, ripigliandosi solo da Renzi in poi.

Finito di pranzare, e in attesa che la teleconferenza interrotta all’una e mezza riprendesse (si sarebbe poi protratta fino alle cinque, per la cronaca…) mi metto a leggere notizie in rete, e mi capita sott’occhio di nuovo slashdot, con questa news qua.

Siamo in Cina, a Shenzen, ridente borghetto di dodici milioni di persone dalle parti di Hong Kong, e gli incroci sono controllati da telecamere ad alta definizione. Le telecamere riprendono i pedoni indisciplinati che attraversano fuori dalle strisce o col rosso, e una intelligenza artificiale riconosce i visi, gli affibbia un nome, risale al codice fiscale (al suo equivalente cinese, insomma) e poi –ora– proietta la gigantografia del viso su maxischermi nei pressi degli incroci, con il nome dell’attraversatore e -immagino- una sobria reprimenda. I cinesi sono severi ma educati, per queste cose.

Una gogna mediatica on line in tempo reale, gestita da un software e da tonnellate di telecamere HD. Che ti beccano e ti riconoscono al volo in una città di dodici milioni di persone.

Oggi, non in “New York 2140”.

Pare che il sistema nei primi dieci mesi di attività abbia pizzicato e identificato quasi quattordicimila persone in un unico mega-incrocio in centro.

Ora per abbassare i costi del sistema, le autorità cittadine stanno passando dalla gogna mediatica -che richiede il maxischermone gigante, che costa un botto- all’SMS personale, che arriva all’istante sul cellulare dell’infrangitore della legge stradale. Ad ogni tot messaggini che ti arrivano, perdi punti-società, il che significa che non ti daranno il mutuo per la casa, o che pagherai più tasse. O magari peggio…

Se lo fanno a Shenzen con dodici milioni di persone, che ci vorrà mai a tirare su un sistema simile che controlla tutta l’Italia?

Nel frattempo che il sistema venga esportato (magari con il modello di “democrazia” cinese) godiamoci gli ultimi giorni di libertà che ci concede Microsoft. Dal 1 maggio, infatti, può succedere quel che raccontavo ieri con le sex performers e Google Drive, ma su Skype e Outlook, e senza bisogno di contenuti porno. Basta parlare sboccato o insultare e può partire la censura.

Benvenuto nel 1984, Winston Smith…

 

Barney

Filosofia da muro #95 (hat trick: Leo)

La foto e’ stata scattata a Pisa da uno Spezzino espatriato a Barcellona, a dimostrare la confusione che regna sotto questi cieli:

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La scritta e’ impreziosita dall’omino col megafono; l’omino (spesso con palloncino rosso) e’ una presenza comune sui muri pisani e pur non essendo frutto di Michelangelo ha una sua bellezza. Molto meglio il graffito che la toppa sul muro in alto a destra, per dire.

Buona anche la calligrafia, e molto apprezzata da me la scelta dell’inchiostro verde. Sul contenuto non c’e’ molto da dire, se non che lo “stirare” si potrebbe prestare a doppie interpretazioni. La C finale di Copyright, a mo’ di firma, sembra rivendicare l’originalita’ del pensiero, ma forse e’ solo la tag del writer.

Il pezzo oramai l’avevo in mente. Sarebbe per un’altra filosofia da muro, ma e’ come l’omino col megafono: una presenza abituale qua dentro.

 

Barney

Il regalo di Natale perfetto

Ieri, girovagando per le poche librerie rimaste aperte a Lucca alla ricerca degli ultimi regali, mi sono imbattuto in questa roba qua:

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La faccia del povero Terrier (o altra razza di cane da calcio) in copertina la dice lunga su quanto questi 15 pratici progetti a maglia faranno contento il nostro povero amico a quattro zampe. Se non sbaglio la bestia disperata si trova sui binari di un trenino, in attesa della locomotiva che porra’ fine alla sua sofferenza e alla vergogna di dovere indossare un cazzo di cappottino fatto dalla padroncina.

Speriamo almeno che oltre al cane ella non abbia pure figli, che gia’ mi immagino come lo stesso progetto “Jack Russell” si possa abbinare anche al povero figliolo di tre anni, con l’effetto “pendant” da ricovero coatto in psichiatria per la signora sferruzzante.

 

Non l’ho comperato, tranquilli: non ci sono persone che disprezzo cosi’ tanto.

 

Barney

Farewell, Mr. Stardust

Stamani, quando  letto la notizia ho pensato subito a una presa in giro di qualche sito del cazzo.

Invece no: in dieci secondi e’ arrivata la conferma che David Bowie era davvero morto, a qualche giorno dall’uscita del suo nuovo album che rimane un capolavoro, anche se adesso sara’ visto piu’ come un testamento -e lo e’- che un disco di musica rock -e lo e’, ed e’ splendido a prescindere-.

Le morti famose non mi smuovono piu’ di tanto in genere, ma Bowie e’ una rara eccezione.

Da anni speravo contro ogni logica che riprendesse a fare concerti, e che tornasse al Summer Festival a cantare. Perche’ io quindici anni fa lo persi, e questo sara’ per sempre uno dei miei rimpianti.

Come mai mi piacesse un cantante come lui non e’ neanche tanto difficile da spiegare: ho sempre visto Bowie come un alieno nel mondo della musica. I suoi due occhi diversi, la sua faccia da eterno bambino (almeno fino a cinque o sei anni fa), i suoi capelli biondi col ciuffo, quell’algido distacco che mostrava in tutte le performance che m’e’ capitato di vedere in rete… Mi rivedevo nel cantante poliedrico e polimorfo, in grado di passare dal rock and roll di “Rebel, rebel” al pop raffinato di “China girl” (io che odio il pop ho amato alla follia China girl), da ballate stracitate qua dentro come “Space Oddity” a pezzi epici come “Heroes” (abusatissimo oggi in tutte le salse, e gia’ il duca bianco si rotola nella tomba…), dalla ambiguita’ sessuale al matrimonio con la splendida Iman. Dieci vite in una sola, tutte vissute con distacco britannico e classe da gentleman francese. Dieci vite come tu vorresti che fosse la tua, insomma.

Rispetto alla recente morte di Lemmy dei Motorhead l’impatto emotivo per me e’ stato enormemente differente, e non basta il fatto di non avere mai sopportato piu’ di tre brani heavy metal di fila per spiegare le differenze. Un po’ come quando morirono Lucio Battisti e Fabrizio de Andre’, insomma. O John Entwistle e qualsiasi altro bassista vi venga in mente.

Si, ho detto “qualsiasi”.

Mi dispiace veramente sia morto Bowie. E confesso che il dispiacere e’ piu’ egoistico, per non potersi piu’ aspettare una genialata dall’artista, o un concerto a sorpresa, che per la morte dell’uomo.

Ma questo credo sia vero sempre: la parte egoistica penso la faccia sempre da padrone sulla pietas.

Stronzo? No, solo onesto con voi, miei due lettori.

Che altro devo dire? Che Space Oddity cantata da Happy Rhodes mi fa sempre piangere?

Che oggi tutte le volte che mi trovavo da solo mi mettevo a canticchiare “The man who sold the world”?

Un paio di mesi fa parlavo di “Blackstar”, il singolo che chiudeva la trilogia del maggiore Tom disperso nello spazio (secondo me), un anno fa celebravo San Valentino con un altro suo splendido pezzo recente, nel 2010 era nella mia playlist delle canzoni che avrei voluto con me se fossi sopravvissuto ad una catastrofe atomica… Space Oddity credo sia la canzone piu’ citata qua dentro, e non solo perche’ lo spazio e’ il mio lavoro…

Mi manchera’, Mr. Stardust. E lo vorrei ricordare anche con la ragazza cinese che a molti fece storcere la bocca, ma a me piace davvero un sacco:

 

 

Barney

 

Fantasmi dallo spazio profondo

E’ uscito l’altro giorno il singolo “Blackstar“, che anticipa di un paio di mesi l’omonimo album di David Bowie. Il pezzo e’ strano, lunghissimo per i gusti dell’ascoltatore medio attuale (quasi dieci minuti…), avvezzo a canzoncine da treminutiemezzo al massimo, cambia continuamente registro e musicalita’ (al primo ascolto volevo spegnere tutto, ma se si superano i primi 4 minuti, e magari poi lo si riascolta un paio di volte, le cose si evolvono in positivo) arricchendosi man mano che va avanti e lascia le dissonanze quasi jazzistiche dell’inizio.

Il video e’ altrettanto spiazzante: molto bello, molto inquietante, molto disturbante -per me- in alcune parti, soprattutto quelle in cui i ballerini sembrano tarantolati e si muovono a scatti  (odio questi movimenti a scatti, che ci volete fare?), eccolo qua:

Basta avere retto per un par di minuti che ci si imbatte in quello che -per me e l’omino del mio cervello- e’ sufficiente a giustificare il titolo del post e ad anticipare un altro par di brani (in realta’ tre) del Duca Bianco.

Per gli idiosincratici di youtube, la cosa di cui parlo e’ una tuta spaziale che si presume debba contenere un astronauta, seduto sul terreno spoglio di un pianeta sconosciuto. La ragazza con la coda che si avvicina alla tuta e apre il visore del casco ci fa scoprire che il legittimo proprietario e’ morto da eoni, il suo teschio in bella mostra annerito dal tempo ma imbellettato da pietre preziose varie che ne incastonano quasi ogni centimetro.

E siamo arrivati al punto: di chi potrebbe mai essere il corpo di quell’astronauta sperduto su un lontano pianeta? Siamo dentro ad una canzone di Bowie, e a me (e -prima che a me- all’omino del mio cervello) e’ venuto in mente subito il Maggiore Tom, lo sfortunato protagonista di “Space Oddity“, “Ashes to Ashes” e anche di “Hallo, Spaceboy”.

La storia di Tom che si perde nello spazio per un guasto della sua astronave scomoda come una lattina la conoscono tutti, eccola di nuovo su questi schermi per la sessantesima volta, in una versione che ci testimonia quanto il pezzo -scritto nel 1969- debba a “2001 Odissea nello Spazio”:

La sorte del povero Maggiore Tom e’ cantata di nuovo da Bowie una decina di anni dopo, nella splendida “Ashes to ashes“, che gia’ dal titolo ci fa propendere per una finaccia per l’astronauta sperduto:

E mica e’ finita qua, eh? Perche’ quindici anni dopo Mr. Bowie ci torna sopra, con “Hallo, Spaceboy“, qua dal vivo in tutta la sua energia:

E vent’anni dopo “Hallo, Spaceboy” c’e’ la tuta con il teschio tempestato di diamanti di “Blackstar”. Che pero’ in molti dicono essere stata scritta contro l’ISIS, a denunciare la caduta delle religioni nel fondamentalismo. Magari e’ cosi’, magari anche la stella nera che fa da copertina al disco a quello vuole ammiccare.

Ma per me e per l’omino del mio cervello e’ l’ennesimo capitolo della storia di Tom, disperso nello spazio e morto in solitudine su chissa’ quale pianeta lontano.

Fossi uno strizzacervelli, impazzirei per dare un significato a tutto questo.

 

Barney

Filosofia da muro #25

Nichilismo cosmico, per questa scritta sul muro:

IMAGE00412Pero’ c’e’ un “Queen” alla fine, chissa’ se c’entra qualcosa con il resto.

Ma se c’e’ una “queen” ci potrebbe essere anche un “king”, e il post lo si puo’ chiudere con “Heroes”, versione acustica al Bridge School Benefit, di cui sicuramente ho parlato decinaja di volte.

Barney