Archivi tag: cartaresistente

[Cartaresistente] Paralleli su carta n°2: Spiegelmann e Meyssan

Paralleli divergenti in questo caso, tra un fumetto serissimo nella sua opera di documentazione d’un dramma raccontato in presa diretta, e un romanzo-inchiesta a teorema, che vorrebbe dimostrare la falsità e l’inconsistenza della versione ufficiale dello stesso dramma.
L’episodio preso in esame è famosissimo: l’attacco all’America dell’11 settembre 2001, e ci viene raccontato attraverso il World Trade Center caduto a New York, disegnato qualche settimana dopo da Art Spiegelmann ne “L’ombra delle Torri“, e l’aereo caduto sul Pentagono pochi minuti dopo l’attacco a New York, che secondo il Therry Meyssan di “L’incredibile menzogna” non e’ mai esistito.

20130217-150443

I punti di vista opposti nascono da esperienze nemmeno lontanamente comparabili tra di loro: Spiegelmann che vive da sempre a New York, e che ci racconta l’ansia di sapere la figlia proprio nella zona dell’attacco, al suo terzo giorno di scuola, la corsa pazza e senza fiato alla ricerca di informazioni, l’orrore in successione dei crolli delle due Torri, l’odore nauseante delle settimane successive che ricorda quello che suo padre gli ha raccontato dei camini di Auschwitz… e Meyssan, che costruisce tutto il suo libro su assunti e prese di posizione del tutto arbitrarie, e lo fa “osservando” foto e filmati dalla Francia, senza nemmeno aver visto da vicino i luoghi di cui millanta di sapere tutto, che ci racconta di bugie e coincidenze incredibili, che discetta di ingegneria e tecnologie aeronautiche non avendo una base nemmen minima per farlo.

Io – ve lo dico subito – sto con Spiegelmann; ma i due libri leggeteli entrambi, perche’ solo il fatto che si possano esprimere idee cosi’ diverse su un episodio che tutti abbiamo vissuto e’ stupefacente e meraviglioso allo stesso tempo.

Art Spiegelmann “L’ombra delle Torri”, Einaudi 2004
Thierry Meyssan “L’incredibile menzogna”, Fandango Libri 2002

 

Barney

Annunci

[Cartaresistente] Paralleli su carta n°1: Baru e Izzo

Ri-leggere un libro è un atto che richiede volontà: non capita per caso, soprattutto quando dopo il primo ne rileggi un secondo che avevi già in mente dall’inizio, come nel caso che riempie il resto del post.

L’autoroute du Soleil” di Baru e “Casino totale” di Izzo sono rispettivamente una graphic novel disegnata da un francese del nord est quasi come fosse un manga giapponese, e un romanzo scritto da un francese del sud che si può etichettare “poliziesco hard boiled” ma anche racconto politico, diario musicale e ricettario assolutamente accurato di piatti della tradizione marsigliese.

20130206-194215

Entrambi pubblicati nel 1995, raccontano una Francia che sta facendo i conti in quegli anni con il prepotente ritorno del nazionalismo del Front National di Le Pen, e lo fanno incontrandosi idealmente a Marsiglia, città teatro delle gesta del poliziotto Fabio Montale di Izzo e luogo di fuga per Karim e Alexandre di Baru, che partono dalla Lorena per un viaggio picaresco nel profondo della Francia rurale.

In entrambi i libri si avverte l’anarchia dei protagonisti, e se nel fumetto si gusta il tratto splendido di Baru per tutto ciò che non è umano (le Citroën paiono fotografate, invece che disegnate) e la scanzonata ed incosciente gioventù dei due fuggitivi, in Izzo l’amaro fatalismo di Montale ci pervade, e ci lascia soltanto quando il poliziotto cucina, o quando va – da solo – in barca.

Tornando alla premessa iniziale, forse la ragione inconscia che mi ha spinto alla rilettura è proprio lo strato politico che entrambe le opere posseggono, il rifiuto di lasciare la società nelle mani di un nuovo fascismo che appare meno duro di quello vecchio, ma infinitamente più subdolo e pericoloso.

 

Barney

[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n. 6 (Lucca Comics and Games)

Lucca ospita ogni anno, nel weekend del 1 novembre, il Festival Internazionale del Fumetto, del Cinema d’Animazione, dell’Illustrazione e del Gioco. In parole povere, Lucca Comics and Games, in sigla d’ora in poi LCG.

LCG è di gran lunga l’evento più “riempipista” per la città: in quattro giorni si assiste ad un vero e proprio gioioso e colorato assedio da parte di più o meno giovani appassionati di fumetti e giochi di ruolo. Per dare un’idea a chi non ha mai provato l’ebrezza del Festival, l’edizione passata ha fatto registrare piu’ di 200.000 presenze, con più di 180.000 biglietti venduti. Tutta questa gente “fa girare l’economia”, e muove – in soli quattro giorni, ve lo ricordo – un venticinque milioni di Euro tra biglietti, fumetti venduti e indotto (vitto e alloggio). I lucchesi mugugnano e sbuffano per 361 giorni l’anno su come questo esercito di cosplayer, collezionisti, pazzi furiosi e adolescenti muniti di brufoli d’ordinanza sconvolga la tranquilla esistenza dei novemila residenti nel centro storico. Poi, contano gli incassi dei giorni di LCG e mugugnano su quanto poco duri la pacchia. Lucchesi: popolo di commercianti e venditori, si dice che siamo tirchi e corti di braccio, ma è tutta invidia

Nel 2008, nell’ambito di LCG fu organizzata una bella mostra nella quale si raccolsero le tavole originali di sei storie accomunate dall’essere ambientate a Lucca o nella campagna lucchese. Tra le storie esposte (ed integralmente fruibili da questo link qua) ce n’era una disegnata da Vittorio Giardino e sceneggiata da Pierfrancesco Prosperi che a me è sempre piaciuta parecchio: “La terza verità”. La si trova anche nel volume della collana “I grandi classici del fumetto di Repubblica” dedicato a Giardino. Il tratto di Giardino ricorda quello di Manara, che è più famoso solo perché disegna più donnine nude. Che riescono benissimo anche a Vittorio, per inciso; ma le sue storie sono più cerebrali, come quella ambientata a Lucca, che è – anche grazie al plot di Prosperi – un giallo fatto e finito, con innumerevoli colpi di scena e molta azione. C’e’ anche del sesso, ma non e’ fine a se stesso: fa parte della storia.

E così abbiamo anche introdotto il tema vero dell’articolo.

Dunque, dicevo che “La terza verità” è ambientato a Lucca. Questo è vero in senso letterale: l’autore non si è fatto ispirare da un luogo per poi – come a volte capita – costruire una città di fantasia. Qua i luoghi, i nomi, gli scorci sono esattamente quelli della mia città. E siccome sono luoghi e scorci che vedo tutti i giorni, m’è venuto in mente – in preparazione a LCG 2013 – di provare a far vedere anche ai lettori di Cartaresistente la maestria di Giardino nell’uso della linea chiara per i suoi fumetti, e la cura per i particolari che mette in ogni singolo disegno. Le foto cercano volutamente di scimmiottare i disegni: credo che così ci si possa rendere conto di quali sono i punti essenziali del luogo, e di come Giardino li ha colti molto meglio di come puo’ fare un mezzo artificiale quale è la macchina fotografica.

Basta scrivere, ecco qua lo svolgimento del tema:

20131028-152143

Barney

[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n.5 (mangiari lucchesi)

20131003-183639

Lucca è notoriamente una città “parca”; dei lucchesi si dice che competano con i genovesi in quanto a tirchiaggine, e i viareggini (che soffrono tantissimo il fatto d’esser comunque in provincia di Lucca) insinuano che a carnevale noi cittadini del capoluogo tiriamo i coriandoli legati ad un elastico, così li possiamo recuperare e riutilizzare più e più volte. Tutto ciò è ovviamente falso: sin da piccoli ci abituano a raccattare a brancate i coriandoli usati, e a tirarli con forza addosso ai nostri amichetti, soprattutto se son di Pisa.

Non stupirà scoprire che molte delle ricette tipiche lucchesi comportano l’uso di pochi ingredienti di base, o hanno a che fare con il recupero creativo di avanzi di cibo che in altri posti sarebbero etichettati come “rifiuto umido”, o declassati direttamente a cibo per gli animali da cortile.

Un bell’esempio è il pancotto, la versione nostrana della pappa al pomodoro, che si differenzia dall’originale perché noi risparmiamo sull’ingrediente principale (il pomodoro), mettendocene mezzo se va bene. Altrimenti, anche nessuno: bastano il pane raffermo, lo spicchio d’aglio, l’acqua e il dado da brodo, a dare quel minimo di sapore che distingue questo manicaretto da una sciacquatura di piatti riscaldata.

Molto più buono e conosciuto è il farro, che si cucina in genere con i fagioli borlotti (che qua si chiamano “scritti”, perchè la buccia è screziata e sembra macchiata di inchiostro), dopo aver fatto un battuto di carota, sedano e cipolla soffritti nel lardo. Alla fine si condisce con abbondante olio delle colline lucchesi, e una grattata di pepe nero.

Un’altra ricetta minimalista è la farinata. Si tratta di una zuppa di fagioli “scritti” e cavolo nero in cui si fa cuocere, alla fine, della farina gialla (quella per la polenta) facendo estrema attenzione a non creare grumi. Il risultato è molto buono, però si deve mangiare alla temperatura della lava vulcanica con il classico, immancabile filo d’olio nostrano, e spesso le uguole dei commensali escono dalla tenzone oltremodo ustionate. Quel che avanza (se avanza qualcosa) lo si può poi ripassare (o come diciamo noi “strascinare”) la sera in padella con olio e aglio oppure, dopo averlo fatto rapprendere e averlo tagliato a fette, si puo’ abbrustolire sulla brace, magari assieme a del baccala’ ammollato.

Tutte le ricette accennate sopra sono autunnali o invernali; in primavera il lucchese non bada a spese, e dalle ricette-bonsai passa direttamente ad un’altra pietra miliare della cucina di queste parti: la garmugia. Siamo ancora dalle parti delle zuppe, pero’ qua gli ingredienti sono numerosi e molto legati alla stagione: carciofi, piselli freschi, cipollotti, asparagi, fave, cui si aggiunge – lusso sfrenato! – del manzo macinato. Il tutto si soffrigge prima nella pancetta, poi si aggiunge del brodo e si porta a cottura. La zuppa risultante si serve con crostini di pane soffritti nell’olio o nel burro e risulta più che sufficiente per un pasto completo, anche se quasi sempre essa rappresenta uno dei tre primi piatti del pasto del giorno di festa (assieme agli immancabili tordelli al ragù e magari alla ottima pasta tordellata), e il prodromo ad arrosti e altre amenità al forno che “vanno finite tutte”, perché non è possibile buttare via la roba cucinata, o riutilizzate (come dicevo sopra) in un ciclo di trasmutazioni ed evoluzioni successive che prevedono a un certo punto la comparsa di nuove forme di vita.

Una nota enologica: come purtroppo succede per i dialetti toscani che sono riportati tutti al fiorentino che aspira le “c” e le trasforma in “h” (e SOLO i fiorentini parlano così…), così il vino toscano e’ in prima approssimazione solo Chianti. Poi, uno ci pensa e gli vengono in mente il Brunello, il Morellino, il Sassicaia e tutto il corrimidietro. A Lucca abbiamo forse poca fantasia per la cucina, ma il vino e’ ottimo: Bianco e Rosso di Montecarlo e Rosso delle Colline Lucchesi reggono tranquillamante la botta di qualsiasi Chianti, e nelle molte fattorie della zona si sperimentano produzioni monovitigno di ottima qualità.

La foto raccoglie alcuni dei volumetti della collana “I Mangiari” della casa editrice Maria Pacini Fazzi.

 

Barney

[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n.4 (Villa Bottini)

Per arrivare al luogo di oggi devo partire da lontano: da una foto aerea del centro storico. Eccola qua sotto:

20130918-134712

I punti rossi pieni rappresentano gli angoli del quadrilatero romano iniziale, la pianta primitiva della città ancora perfettamente visibile dopo più di venti secoli. Alcune porzioni di quelle mura si possono vedere dal vivo, nella parte sud del quadrilatero. Subito fuori dalle mura romane c’era – nella parte nord – l’anfiteatro, che oggi è una splendida piazza che conserva dell’antico luogo solo la forma ellittica, e un po’ di marmi e colonne nei muri degli appartamenti che adesso la circondano.

Il cerchio rosso vuoto rappresenta il luogo dove si apriva una porta sulla direttrice principale est-ovest. Subito fuori dalla porta c’è la chiesa di Santa Maria Forisportam, o Santa Maria Bianca (che ho citato parlando di Santa Maria Corteorlandini), in una piazza che si caratterizza per una colonna romana spezzata, da cui il nome popolare di Piazza della Colonna Mozza. Procedendo verso est sull’attuale via Santa Croce arriviamo al perimetro della seconda cerchia di mura, quella medioevale.
Nella foto ho evidenziato con pallini gialli il fosso (a Lucca i canali sono fossi) che circondava e delimitava le mura ad est. Il cerchio giallo vuoto racchiude una porta perfettamente conservata, Porta San Gervaso. Oltre la porta, ancora più a est, una volta c’era l’esterno della città, che nell’800 si trasformò nella zona del relax per i lucchesi: parchi, laghetti e luoghi di svago e gioco.
Si vede molto bene che questa parte di Lucca è anche oggi molto ricca di giardini e parchi; dal basso verso l’alto incontriamo infatti l’orto botanico monumentale (vale una visita per la varietà di specie, la maestosità di alcune piante centenarie, e per la magnifica collezione di piante officinali lucchesi); un po’ più su troviamo gli orti del convento di San Micheletto (oggi centro congressi e sede della Fondazione Ragghianti) e ancora piu’ su finalmente Villa Bottini.

La villa è un esempio perfetto di abitazione di campagna dei ricchi mercanti del 1600, con l’ovvia differenza rispetto alle sue simili d’essere dentro la città e non sulle splendide e soleggiate colline dei dintorni. La costruzione è semplice, due piani fuori terra piu’ una altana vetrata, più un seminterrato nel quale ancora oggi si possono vedere le cucine originali dell’epoca.
Da una ventina d’anni la villa è di nuovo aperta al pubblico che -soprattutto d’estate- affolla lo splendido parco alberato con libri, bambini e qualche innocuo cagnolino.

Nelle sere di luglio ed agosto il parco di Villa Bottini si trasforma in sala cinematografica all’aperto, o in palcoscenico per spettacoli di musica e teatro; le stanze splendidamente affrescate della villa ospitano invece tutto l’anno mostre e convegni.
La villa e il parco sono circondati da un alto muro in mattoni, nel quale si aprono grandi finestre inginocchiate dotate di grate in ferro battuto, che nel seicento ribadivano la distanza tra i ricchi che stavano dentro e i poveri che affollavano le viuzze subito fuori. Qualche anno fa il tempo e l’incuria hanno fatto cadere una larga parte del muro di cinta, quasi a confermare che siamo in un’epoca più democratica.

Almeno a parole…

 

Barney

 

 

[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n.3 (Santa Maria Corteorlandini)

[Questo pezzo è stato scritto per e pubblicato su Cartaresistente, il 12 settembre 2013]

Tra le innumerevoli, splendide chiese racchiuse dalla circonferenza delle mura urbane m’è venuto in mente di segnalarne una non conosciutissima, ma meritevole di più d’un paio di parole: Santa Maria Corteorlandini.
La zona in cui sorge la chiesa è quella nord ovest, fuori dal giro classico dei turisti da crociera che intasano a scaglioni il Fillungo e Piazza Anfiteatro, ma vicina al palazzo del Comune e adiacente alla Bibiloteca Statale: una porzione di città abbastanza viva e vissuta dagli abitanti del centro storico, sempre meno in numero assoluto e sempre più forestieri in termini di provenienza.
Ma torniamo alla chiesa. Già il nome ufficiale merita una spiegazione: “Corteorlandini” è imbarbarimento del nome della casata che abitava nella corte adiacente alla chiesa, i Rolandinghi, famiglia nobile e potente della Toscana del medioevo. La corte si chiamava infatti “Rolandinga”, da cui è uscito per varie inversioni lessicali e successive elisioni tipiche del dialetto lucchese l’”orlandini” che abbiamo oggi.

20130910-172255

L’impianto originario è romanico e risale sicuramente a molto prima del 1200, perché una scritta su una delle porte della sagrestia rammenta il rifacimento del 1187 sopra un edificio più antico; molti interventi successivi hanno poi trasformato la chiesa in un misto di stili che paiono arrampicarsi l’uno sull’altro: la facciata nuova, rifatta nella prima metà del 1600, è tipicamente barocca, mentre la parte posteriore conserva esternamente la struttura della chiesa romanica, con le navate e le absidi ben visibili dalla strada. Due inquetanti leoni del 1300 sovrastano infine l’attuale ingresso dal lato sud della chiesa, attraverso una severa porta lignea.

La chiesa è conosciuta dai lucchesi come “Santa Maria Nera”, da contrapporsi all’ovvia “Santa Maria Bianca” (o Santa Maria Forisportam, perché qua se le cose non hanno almeno due nomi non siamo contenti…) non tanto per il colore dei marmi (candido bianco di Carrara in entrambi i casi), ma perché dalla metà del 1600 ospita una statua che riproduce la Madonna di Loreto (che è per l’appunto nera).

L’interno di Santa Maria Corteorlandini è spettacolare. Un cartello all’ingresso vieta le riprese e le foto, per cui debbo rimandarvi a questa pagina per una visione che rende molto poco della bellezza del ricco barocco degli affreschi e degli stucchi dorati al soffitto, e della severa cupezza di tele e arredi alle pareti. La speranza è che la si vada a vedere dal vivo, ovviamente…

 

Barney

[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n.2 (le mura)

[Questo pezzo è stato scritto per e pubblicato su Cartaresistente, il 5 settembre 2013]

Tra i ricordi piu’ vividi che ho degli anni della mia infanzia c’e’ una gita che feci quando ero – mi pare – in prima media.
La mia classe fu portata a visitare i sotterranei delle mura di Lucca.
Io venivo dalla campagna profonda, e del capoluogo conoscevo appena un paio di piazze in cui mi portava mio padre la domenica mattina a comperare i giornali e le paste per il dopo pranzo.

Le mura erano un confine netto tra il fuori in cui vivevo io e il dentro, che ospitava luoghi mitici come le librerie (a quell’epoca spendevo tutta la mia paghetta in libri) o – in autunno – la tensostruttura della mostra dei fumetti. Il confine era superabile solo attraverso le porte incredibilmente sempre aperte al forestiero, e – ancor più incredibilmente! – l’intera cinta muraria era percorribile in auto.

Le davo per scontate, le mura, a quell’epoca, e pensavo non avessero altro scopo che ricordarmi benevolmente che ero “di fòra”, e che al contado avrei dovuto tornare dopo una breve visita “drento”.

20130903-140114

Fino al giorno della gita scolastica, quando con mio stupore scoprii che oltre al fuori e al dentro le mura avevano anche un interno fatto di grandi sale, soffitti a volta e umidi e sconnessi pavimenti in terra battuta.
Oltre all’impressione generale di meraviglia per quel mondo sotterraneo che mi si disvelava all’improvviso, serbo ancora il ricordo di quando la nostra guida ci disse – con orgoglio tutto toscano – che i sotterranei delle mura, vecchi di cinque secoli, avrebbero resistito per ben cinque minuti ad un attacco nucleare. S’era in epoca di guerra fredda, e sapere che a una quindicina di chilometri da casa mia v’era un rifugio antiatomico mi rese un bambino sicuro e sereno. Per quei momenti che bastarono a farmi chiedere cosa caspita sarebbe successo, dal sesto minuto di attacco in poi…

Anni dopo scoprii gli altri possibili usi delle mura in tempo di pace: parco giochi per bambini, pista da footing riparata dai raggi del sole da cortine di alberi secolari, luogo dove studiare per gli esami universitari, alcova dove portare le ragazze, ventilato materasso estivo per riposanti dormite (da soli o con le ragazze di prima), ristorante prèt a porter per spuntini e cene… Un confine tra quella che è poi diventata casa mia – il dentro – e il resto del mondo. Un confine adesso percorribile in bici o a piedi, un turismo slow che permette anche al visitatore occasionale di godere d’una comoda vista del dentro ricolmo di tetti, chiese e vicoletti, da paragonare agli spalti verdi e liberi del fuori.

L’unico rischio che si corre a passeggiare oggi sulle mura di Lucca, è quello di farsi stregare dal fascino decadente della città e restare impigliati per sempre nel suo tranquillo provincialismo.
Poi non dite che non v’avevo avvertito…

Didascalie
mura1: lato sud della passeggiata delle mura, dal Caffè delle Mura al baluardo San Paolino
mura2: dalla casermetta del baluardo San Donato alla Porta San Donato
mura3: Porta San Donato
mura4: vista dal baluardo Santa Croce alla piattaforma San Frediano (con le mura del 1100 in mezzo alle due strutture difensive, e gli spalti molto ben conservati sul prato)
mura5: le cannoniere del baluardo Santa Croce (sparano verso la piattaforma San Frediano)

Qui la cartina interattiva delle mura di Lucca.

 

Barney