Archivio dell'autore: Barney Panofsky

Informazioni su Barney Panofsky

A totally unnecessary blog

Filosofia da muro #170 (hat trick: Ammennicoli di pensiero)

ADP mi manda un bello scatto parigino, che merita sicuramente la pubblicazione:

Pur non essendo su un muro, la scritta ha una bella verve rivoluzionaria.

Per i non francofoni, c’è scritto: “leggere è disobbedire, scrivere è peggio“, che a me fa subito venire in mente Orwell. Ma è molto bello il contesto della finestra scrostata con il buco a forma di cuore da una parte e quello quadrato a sinistra, la luce che va solo sulla scritta e pure il soglio della finestra quasi a sottolineare il resto.

La colonna sonora ideale, che confeziona il tutto come il fiocco sul pacco regalo, mi sembra questa qua:

Barney

Filosofia da muro #169 (hat trick: Rudi)

Ricevo e volentieri pubblico una perla di saggezza trovata nella pineta di Viareggio da Rudi.

Sia la scritta grande (che sarebbe bello fosse stata vergata da due mani differenti) sia quella piccola a destra (visibile solo dopo zoomata) sono un po’ grossier, ma certamente rispecchiano lo spirito toscano. Ecco qua sotto il reperto:

Il graffito è composto da due frasi collegate da una logica perversa, e sebbene una prima ricostruzione cronologica farebbe pensare che la prima ad essere vergata sia quella che si sviluppa dall’alto al basso con pendenza a destra (ovvero “Cazzo ti amo”), pure una tempistica opposta può avere senso, con l’ulteriore dubbio sul punto esclamativo: pertiene alla prima o alla seconda frase?

Nessun dubbio invece per la scritta in piccolo, che complementa il tutto riportando le cose in un’ottica commerciale di bassissima lega. Come ve ne fosse bisogno…

Lascio ogni ulteriore commento ai Pineapple Thief, band prog rock inglese in cui ascolterete e vedrete alla batteria Gavin Harrison, uno scarsissimo che suona anche con i Maneskin i Porcupine Tree. Robetta, insomma.

Barney

(Di)Visioni diverse #2 e #3

E’ un filone inesauribile, come già sospettavo.

Ieri avevamo questo parallelo:

Stamani la situazione è la seguente:

E’ abbastanza evidente come la linea editoriale de “La Nazione” prediliga -al netto della carenza di morti eccellenti/truculenti- una titolazione “da cronaca locale” con aggiunta di contenuti speciali (ad oggi dovremmo dire “premium”) variegati e del tutto scollegati dalla notizia principale -la giornata dell’acqua e i mondiali (di cosa, poi?)-, mentre “Il Tirreno” punta al solito so(l)do e alle tasche dellagGente.

In tempi bui come questi, presumo che la praticità del secondo quotidiano locale paghi più del tentativo di aggrapparsi alle chiacchiere da comare del primo, ma è una mia impressione (peraltro supportata dal fatto che nel bar dove in genere prendo il caffé quando lavoro da remoto l’unico quotidiano a disposizione è appunto Il Tirreno…).

Una nota per chi non è lucchese (i.e., tutti fuorché me): nella civetta del Tirreno in alto, la notizia su sfondo nero riguarda le prossime elezioni comunali, alle quali concorrerà anche (forse, non si sa ancora di preciso…) Giorgio Del Ghingaro. Che ha una storia molto simile a quella di Mourinho: prima sindaco di Capannori (il mio comune natale, uno dei più grandi d’Italia con i suoi quasi 170 chilometri quadrati di estensione) sotto le insegne del PD, poi -dopo due mandati- si candida in una lista civica di sinistra alle elezioni comunali di Viareggio (??!!!!) e VINCE, da straniero in terra straniera. Adesso -con la città di Viareggio in subbuglio perchè la sua amministrazione ha sostanzialmente risanato un comune oltre l’orlo del fallimento- è tra i papabili a Primo Cittadino di Lucca, ma dice di voler correre solo sotto la bandiera di una lista civica col suo nome, senza simboli politici a far ombra a se stesso.

In una parola: l’attuale stato della politica italiana, fatto di personalismi più che di idee. Che magari ci sono anche, per carità… Ma quello che conta è primariamente la faccia.

Ad onore di Del Ghingaro, c’è da dire che lui la faccia ce la mette sempre -nel bene e nel male-, e che riesce a fare cose che i nostri politici a Roma si sognano.

Forse proprio perché lascia i partiti in quarto piano?

Commento musicale che non c’entra nulla con il resto di Anna Calvi:

Barney

(Di)Visioni diverse #1 (forse)

Era un po’ di tempo che avevo in mente di sfruttare una fonte quasi quotidiana di spunti interessanti, che si rinnova e si evolve tutte le mattine: le civette dei due quotidiani locali che l’edicolante sotto casa espone fuori dal suo negozio.

Stamani le due storie di locandina de “La Nazione” (soprannominata “La Fazione” dal Vernacoliere) e de “Il Tirreno” esploravano ambiti molto differenti della natura umana:

A sinistra abbiamo prima di tutto un episodio che avrebbe potuto essere tragico, ma s’è fermato al drammatico, e sotto una strizzata d’occhio agli animalisti.

A destra si va subito al so(l)do con il primo titolo, e sul classico del lunedì per la seconda notizia in ordine di importanza.

Potete vedere da soli quindi che domenica non è successo nulla di eclatante, e soprattutto non è morto nessuno (il morto è sempre un acchiappalettori, almeno dalle mie parti), e quindi i titolisti han dovuto e potuto sbizzarrirsi a loro piacimento.

In attesa di altre e migliori perle (ce ne saranno, sicuro come le tasse), lascio la parola ai Thee oh Sees:

Barney

Still life with toothbrush

La fine (??!!!) della pandemia mi porta -purtroppo- sempre piu’ spesso in ufficio, il che comporta un ritorno alla classica vita da pendolare: almeno due ore al giorno buttate via tra andata e ritorno, sveglia almeno mezz’ora prima di quando lavoro da casa e corse per non perdere le coincidenze treno-autobus.

Tra le cose belle della vita da pendolare c’e’ la possibilita’ di fotografare nature morte steampunk, composizioni casuali che solo l’interazione giornaliera di una massa caotica di viaggiatori con le infrastrutture Trenitalia puo’ generare. Infatti, negli ultimi due anni pur facendo molta attenzione ai binari ho trovato poca roba interessante.

Fino all’altro giorno, quando al mattino m’e’ apparso questa roba qua:

Il povero spazzolino da denti appare solitario sulla traversina, chissa’ se buttato via da mano incivile o perche’ vittima di uno smarrimento da fretta di prendere il treno.

La colonna sonora perfetta per la composizione e’ Mark Lanegan che canta “One way street”. Abbiamo perso anche lui, quest’anno…

Barney

xkcd: Immunity

Randall Munroe parla di COVID, immunità e -indirettamente- vaccini con la sua solita classe ricorsiva:

L’alt text come sempre fa parte integrante del tutto, ed è assolutamente da non perdere:

This plan may sound appealing to people who know a little about the immune system, but the drawbacks are clear to people who know a lot about the immune system and also to people who don’t know anything about it.

… ed evidenzia ancora una volta -laddove ve ne fosse bisogno- che per una persona normale (non uno studioso di epidemie su Facebook, quindi) l’idea di infettarsi per non infettarsi è una puttanata sesquipedale.

Barney

Non è un paese per vecchi, né per giovani

Mi riaffaccio qua intanto per dare presenza della mia esistenza in vita, il che non fa mai male.

Poi per raccontare un episodio piccolo che m’è capitato qualche giorno fa.

Dunque: saprete che esiste questo fantasmagorico Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (o PNRR per gli amici), che mette a disposizione del nostro paese una caterva di miliardi di Euro, parte a fondo perduto (traduzione: gratis et amore dei), parte da restituire ma ad interessi agevolati. Questa carrettata di soldi va impiegata per far ripartire il carretto Italia: per ammodernare le Pubbliche Amministrazioni, per realizzare infrastrutture, per supportare la transizione verso Industria 4.0 (qualsiasi cosa ciò significhi, ovviamente)… cose così insomma.

Questa montagnola di soldi è un’opportunità, ma anche un problema per l’Italia perchè va impegnata prestissimo e secondo criteri che dovranno passare il vaglio della Commissione Europea. Insomma: non si può fare alla cazzo di cane come al solito, né usare il malloppo per “ridurre le accise sul gas e la benzina” (cit. Meloni e Salvini), né tantomeno rifinanziare il reddito di cittadinanza per come è oggi.

Queste due condizioni (spendere PRESTO e BENE) hanno già prodotto nel settore di cui mi occupo io (lo Spazio) la simpatica conseguenza che una buona fetta di investimenti italiani per l’industria aerospaziale, volti soprattutto allo sviluppo di sistemi satellitari di osservazione della Terra, sono stati dati in gestione all’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea) invece che a strutture nazionali. Si tratta di circa 1,4 Miliardi di Euro, non esattamente bruscolini, e la gestione di bandi, controlli e collaudi costerà all’Italia il 6% di quei 1,4 Miliardi di Euro.

Intendiamoci: questi soldi dovranno essere spesi da aziende italiane, e dovranno generare profitto in Italia, e l’ESA non è poi così inefficiente nel gestire grandi programmi. Però questa scelta è un segnale: come paese non siamo bravi (pietoso eufemismo) ad allocare soldi dove servono, né tantomeno a spenderli velocemente.

Ma veniamo a me.

Leggo pochi giorni fa, a fine novembre, che c’è un bando pubblico per la selezione di esperti che supporteranno i vari Ministeri nella gestione del PNRR. Bene: è un lavoro a tempo, si tratta di cose che conosco abbastanza bene (e aggiungo che le conosco “dalle due parti” per aver lavorato in entrambe: quella della Pubblica Amministrazione che bandisce le gare ed eroga i finanziamenti, e quella dell’azienda che risponde ai bandi e spende i soldi), pagano -per una volta- molto bene… Decido di candidarmi, alla fine saremo in migliaia e anche se fossi selezionato potrei rinunciare (nel caso di un attacco di pazzia improvvisa, dico).

La candidatura si fa solo attraverso il “Portale del Reclutamento” (quando leggo “Portale” io pronuncio “Porcale”, metto mano alla bestemmiatrice e imposto il tiro sulla raffica) della PA.

E va fatta molto velocemente. perchè il tempo concesso è dal 30 novembre al 6 dicembre 2021. Una settimana scarsa.

Ok, andiamo sul Porcale.

Si entra solo con SPID. Bene: ce l’ho. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto con errori di server da ambo le parti (quello delle Poste Italiane che mi ha cortesemente offerto lo SPID gratis, e quello del Portale del Reclutamento) scopro che servono due devices, perche’ con quello su cui hai lo SPID devi inquadrare un QRCode dalla pagina del Portale, ma alla fine riesco ad entrare e il sistema riempie le prime tre o quattro caselle della domanda di partecipazione (nome, cognome, sesso, data di nascita e codice fiscale). Eccellente partenza, invero.

Da qua in poi si deve “caricare il Curriculum“. Che non significa prendere l’ultimo CV che hai, magari in formato Europass, magari in inglese, oppure connettere il Portale alla tua pagina Linkedin.

No: significa proprio riempire tutte le fottute caselle, tutte fottutamente indispensabili per passare a quelle successive.

Bene, e’ sabato e mi metto di buzzo buono nell’impresa.

Che fallisce immediatamente allo step 1: Titolo di studio.

Io non è che non abbia titoli di studio, eh? E’ che essendo oramai cinquantaquattrenne, e non avendo mai dato alcun significato al pezzo di carta non ho copie incorniciate di Laurea e Dottorato di Ricerca per la casa. Mal me ne incoglierà, come vedremo.

Le caselle da riempire sono:

  • Ciclo di dottorato seguito
  • Data di conseguimento del titolo
  • Università che l’ha rilasciato
  • Votazione

La tesi di Dottorato la discussi nel 1997, ma la data esatta è buio totale. Cerco disperatamente di ricordarmi almeno il ciclo, scopro che è(ra) il IX (dell’era fascista, probabilmente…), e provo a vedere se in rete esistono dei database. Ne esiste uno gestito dal CINECA che però parte dal XII ciclo (borbonico, suppongo) e da questo database si ottiene quasi nulla di significativo, non certamente i nomi dei vincitori del concorso, ad esempio. Né tantomeno la data di conseguimento del titolo.

Ok, piano B: scrivere all’Università che ha rilasciato il titolo. Nel mio caso dovrebbe essere Roma 1, l’esame finale lo feci lì oramai più di vent’anni fa. Dal sito riesco a trovare un indirizzo email dell’ufficio Dottorati, e scrivo per sapere come caspita si fa ad ottenere un certificato di addottoramento. La risposta anonima (che inizia con un inconcepibile “Gentile Dott.ssa” che non mi offende per nulla, ma che la dice lunga su quanto devono aver letto la mail in quell’ufficio) arriva a bando oramai chiuso da un par di giorni; mi si dice che tutti i certificati di Dottore di Ricerca conseguiti fino al 1999 possono essere richiesti esclusivamente al MIUR secondo le modalità che un cortese link mi spiega.

Intanto apprendiamo immediatamente che “I Diplomi non possono essere spediti per posta“. Quindi, per entrare in possesso della pergamena che attesta che ho il titolo io devo andare (o mandare qualcuno con delega firmata da me) direttamente al MIUR, avendo cura di aver con me:

  • il certificato sostitutivo del titolo, rilasciato dalla Università dove è stato sostenuto l’esame finale, dopo la consegna degli attestati di deposito delle tesi presso le Biblioteche Nazionale di Roma e Firenze;
  • una marca da bollo di € 14,62.

Per la marca da bollo nessun problema, per il certificato sostitutivo invece temo che dovrei mettermi a scavare in qualche antro-segreteria alla ricerca di quel “certificato sostitutivo” che incautamente mi pare (non ne sono sicuro) di non avere mai richiesto.

Capirete che non ho applicato, alla fine.

Ma questa storia è paradigmatica di come funzionano le cose nella Pubblica Amministrazione, anche quando ci sono –forse, gli dò il beneficio del dubbio- le migliori intenzioni di fare qualcosa per bene:

  • Hai un problema grosso (spendere i soldi presto e bene, ricordiamocelo), e ti accorgi che con la struttura inefficiente che hai (la macchina della Pubblica Amministrazione Italiana) non lo potrai gestire.
    1. Se sei Colao, applichi la soluzione semplice ad un problema complesso: deleghi a qualcuno che si suppone sappia gestire ‘ste cose (per ESA 1,4 Miliardi da gestire sono bruscolini, alla fine).
    2. Altrimenti fai un bando per selezionare chi potrebbe aiutarti, MA…
      • Tieni aperto il bando per sei giorni (forse perchè la presa di coscienza che il problema è grave c’è stata tardivamente…), e
      • Alla fine selezioni “naturalmente” chi in questi contesti ha già tutto pronto: il concorsista pubblico seriale. Che è esattamente colui di cui NON HAI BISOGNO.

Vorrei spendere due parole sull’ultimo punto. In casi come questi dove i soldi che gireranno sono parecchi e le possibilità di -come dire?- circuire il finanziatore (ossia lo Stato) numerose, sarebbe il caso di arruolare nel novero di coloro che controllano le cose qualcheduno esperto in -come dire?- circuiti circonvenzioni. A partire dall’inizio, ossia da quando si scrivono i bandi, per continuare nella loro assegnazione tramite gara e nel controllo degli stati di avanzamento. Per prendere un pirata informatico non assumi un programmatore PHP, per dire: meglio convincere un hacker a lavorare per te, perchè i trucchi per sfondare il tuo firewall l’hacker li conosce, probabilmente il programmatore PHP no.

Non so cosa ne sua uscito, dalla selezione ultrarapida con modalità da PA old style di centinaia di “tecnici” di supporto all’attuazione del PNRR. Per me poco di significativo, a parte l’avere impegnato un par di milionate per il pagamento delle consulenze. Per arrivare alle centinaia di miliardi bisognerà fare molto, molto di più.

Perché alla fine, come cantava Lou Reed, raccoglierai quel che hai seminato.

Barney

“Quo vadis, Aida?”, Jasmila Žbanić, Bosnia Erzegovina, 2020

“Quo vadis, Aida?” è tra i film più disturbanti che mi sia mai capitato di vedere: non per quello che mostra la pellicola, ma perché sai già la fine, sai cosa succederà e non puoi farci nulla. Perché niente è inventato, tutto è storia vera.

Il film è molto bello, da vedere.

1995, Bosnia Erzegovina, città di Srebrenica. L’esercito filo serbo del generale Mladic è alle porte della città, i caschi blu dell’ONU promettono raid aerei e rappresaglie ogni giorno, e ogni giorno disconoscono le loro promesse, e intanto i serbi fanno quello che vogliono.

Aida è interprete dei caschi blu, e assiste impotente alla presa della città. Vi assiste dal compound ONU, teoricamente territorio protetto e inviolabile, in mano al comando olandese. Compound ripetutamente violato dalla milizia di Mladic, che fa il bello e il cattivo tempo. Fino a farsi consegnare tutti gli abitanti di Srebrenica, per poterli deportare in altre città.

Non serve dire altro, se non che alla fine più di ottomila abitanti della zona vennero trucidati sotto lo sguardo complice e inerme dei caschi blu. Per questo episodio Mladic verrà soprannominato “il macellaio di Srebrenica”, e poi condannato all’ergastolo. Catturato dopo 16 anni di tranquilla e dorata latitanza solo perché altrimenti la Serbia non avrebbe mai potuto richiedere di entrare a far parte della UE, adesso Ratko a quasi ottant’anni si gode la meritata prigione.

Il film colpisce per come riesce a non far vedere quasi niente del conflitto (un solo morto ripreso dalle macchine da presa), ma il resto lo racconta benissimo proprio non inquadrando sangue e genocidio, quasi spostando la telecamera per pudore un attimo prima dei colpi di kalashnikov.

A parte la ferocia dei serbi -continuamente a caccia di musulmani come i nazisti facevano con gli ebrei- si staglia nella pellicola la connivente inazione dei militari olandesi (anche loro poi condannati per non avere fatto nulla per salvare le migliaia di sfollati della città assediata, condanna che ha portato alle dimissioni di un paio di ministri).

Finale amaro con -forse- fievole barlume di speranza per un gran bel film, un gran colpo nello stomaco. Soprattutto se ci ricordiamo che tutto questo e’ successo ventisei anni fa, non nel 1800.

E a qualche centinaio di chilometri da casa nostra, non in Afghanistan.

Barney

Filosofia da muro #168

Non è proprio su un muro, ma è una cosa che da qualche tempo mi incuriosiva, e siccome ha resistito settimane, vado a presentarvela.

La premessa: nella mia città i rifiuti adesso li si mette in appositi raccoglitori, apribili con chiave elettronica personale. L’iniziativa è stata battezzata dalla municipalizzata “Garby”, che è l’anglicizzazione del toscano garbo (che alla fine è una parola italiana, ma non so perché penso la si usi correntemente solo qua). Io l’ho subito rinominata “SGarby”, e qua sotto vi faccio vedere l’installazione che uso più di frequente. Sta sotto una specie di passaggio coperto tra le case, ma ve ne sono una infinità in centro storico, devo dire quasi sempre ben mimetizzate in vicoli e anfratti al di fuori del salotto buono, quindi non semplici da trovare per lo straniero invasore.

Cinque contenitori, da sinistra a destra abbiamo “Indifferenziata“, “Vetro“, “Rifiuti organici“, “Carta” e infine “Plastica e metalli“. Per aprirli si pigia il pulsante rosso corrispondente al contenitore che ci interessa, si avvicina la scheda magnetica, il sistema ti riconosce, ti saluta (“Buongiorno, AB01345893“) e ti permette di aprire il coperchio.

Sul contenitore “Plastica e metalli“, se ci fate molto caso riuscirete a intravedere una cosetta biancastra, in basso a destra rispetto all’apertura.

Eccola in tutto il suo splendore:

Capirete anche voi che sono settimane che mi scervello per capirne il senso. E’ stata messa lì appositamente, qualcuno addirittura s’è preparato prima la scritta e si è portato lo scotch per attaccarla… ma mi sfugge il motivo. Non può essere una frase diretta a chi fa uso del cassonetto per la plastica e il metallo, perchè allora non capirei la discriminazione degli altri contenitori.

Oppure potrebbe essere il risultato di un casuale ritrovamento in terra della scritta già scotchata e appiccicata a caso proprio su quel cassonetto, ma mi sembrerebbe una coincidenza astrale poco probabile.

Avevo anche pensato a robe tipo “caccia al tesoro”, con il messaggio successivo che magari era sotto il coperchio del cassonetto, ma allora i partecipanti avrebbero dovuto toglierlo, alla fine del gioco.

A intricare ancora di più la storia non ci sono segni di punteggiatura, né faccine che ridono/piangono/fanno altro: non è quindi una battuta, o se lo è potrebbe essere stata scritta da Pio e Amedeo (uso questi due su una personale scala dell’ironia che parte da loro e arriva a Groucho Marx).

Rimane un mistero, almeno per il momento. Quasi quasi ci attacco un contro-messaggio, pure questo senza punteggiatura, tipo “come una Pasqua“, o “anche se piove e tira vento” così, per vedere se succede qualcosa…

Nel frattempo ascolto i Dry Cleaning, band londinese che mi rammenta addirittura i primi Velvet Underground, o una giovane Patti Smith. Quindi, non certo “rock”, visto che oramai quello lo fan soltanto i Maneskin. No?

Barney

Filosofia da muro #167 (hat trick: Pendolante)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo uno scatto dalla “Pendolante” Katia.

Siamo a Modena, e su una colonna moderna Katia ha trovato questa tenera scritta tra virgolette:

Chissà quali sbagli lascerebbe passare questƏ innamoratƏ al suƏ amorƏ (ok, ora anche basta con il simbolo del neutro inclusivo a tutti i costi, che già mi sto sulle scatole da solo, eh?)… Corna? Non avere alzato la tavoletta del cesso prima di fare pipì? Errore nell’acquisto del detersivo per piatti? Cottura della pasta ben oltre il tempo stabilito dalla confezione?

Non lo sapremo mai, e a me resta il dubbio che il virgolettato sia una citazione da canzone sdolcinata di qualche italico cantore di amori dilaniati, dubbio che non ho alcuna intenzione di fugare.

Invece sarei curioso di capire cosa sta a significare il “96” lì sopra. Un anno? Oppure è una runa nazista camuffata da una seconda mano? O cos’altro?

Nel dubbio, propongo di ascoltare i God is An Astronaut, band irlandese di un certo spessore musicale e probabilmente del tutto sconosciuta ai più.

Rimediamo subito con un pezzo da un loro concerto:


Barney