Archivio dell'autore: Barney Panofsky

Informazioni su Barney Panofsky

A totally unnecessary blog

Filosofia da muro #107 (hat trick: adp)

Ammennicoli di pensiero mi manda questo muro milanese (Via Mincio), composito e variegato nelle scritte e nelle tecniche:

dav

La scritta piu’ leggibile e’ sormontata da uno stencil contro la tortura, e alla sua destra un altro stencil rosso avverte il lettore che “lo smartphone controlla te e chi ti sta intorno”. Altri stencil raffigurano due tizi pare con in mano un telefonino e un telecomando (mia libera interpretazione, potrebbero essere anche due pistole. Ma non ci vedrei tutta questa differenza, alla fine…), poi c’e’ l’altro stencil aerografato a bomboletta che inneggia all’incendio dei centri di identificazione e espulsione.

Una macedonia rivoluzionaria chiusa da una specie di tag forse lasciata a meta’, ABN… che chissa’ che vorra’ dire.

A naso non siamo davanti ad una sede della Lega Nord, ecco…

Come brano musicale mi ci sta questo, che temo d’avere gia’ giUocato su questi schermi. In ogni caso e’ perfetto, a dare il senso della lenta rivoluzione che non arriva mai.

 

Barney

 

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Il Paese e’ (ir)reale

Sono di ritorno da una due giorni in giro per -soprattutto- aeroporti, in cui ho avuto modo di verificare -sempre ve ne fosse il bisogno…- uno dei motivi per i quali l’Italia arriva sempre dopo la banda.

Ho avuto davanti due CEO (ossia due amministratori delegati) di due aziende, una grande (circa 800 dipendenti), l’altra enorme (40.000 dipendenti). Mercato aerospaziale e difesa, quindi per definizione globale e ancor piu’ per definizione strategico.

Tra le tante cose che accomunano i due (ottimo inglese pur non essendo nessuno dei due inglese, preparazione notevole sulle innumerevoli cose che fanno le due aziende, brillantezza nell’eloquio) quella che e’ saltata piu’ ai miei occhi e’ stata l’eta’. Il piu’ vecchio, quello dell’azienda enorme, ha 48 anni.

L’altro non arriva a 40, anzi credo ne abbia appena 35.

Mi chiedo se avremo mai in Italia una situazione del genere (retoricamente; la risposta e’ “col cazzo che l’avremo”), con aziende che fatturano miliardi di Euro guidate da un neanche cinquantenne che s’e’ presentato sul palco di Monaco di Baviera appena dopo essere rientrato da una conferenza negli USA, che ha spaziato su decine di argomenti a braccio, con slide di sottofondo (parete di dieci metri per tre) fatte solo di fotografie di aerei, satelliti e razzi. Senza una scritta in Comics Sans, magari gialla su sfondo blu come ho visto fare migliaia di volte in Italia[1].

Uno dei motori del cambiamento e’ il ringiovanimento della classe dirigente, e qua il ringiovanimento piu’ clamoroso lo ha portato uno come Matteo Renzi, profittando di congiunzioni astrali irripetibili e uniche, aggiunte alla capacita’ di cavalcare l’onda empatica del malessere nazionale. Piu’ che un ringiovanimento mi e’ sembrato un rimescolamento, perche’ di novita’ fattuali non mi pare ne abbia portato. A discorsi si, ma si sa che i discorsi li porta via il vento.

Ma torniamo a noi.

Stamani il CEO quarantottenne era accompagnato dal suo top management. Anche li’ i giovani non mancavano, e anche stavolta il paragone con l’Italia e’ impietoso. Basti dire che io (il cinquantenne italiano) abbassavo notevolmente la media dell’eta’ della pattuglia nazionale industiale, formata da ben tre persone.

La finisco qui, lascio a Manuel Agnelli il commento musicale.

[1] mi piacerebbe sapere a chi e’ venuta per prima l’idea di usare il Comics Sans per una presentazione che non sia quella di un bambino di terza media. Probabilmente ad un CEO italiano di almeno sessant’anni, che ha visto usare powerpoint dalla nipotina…

Barney

 

 

“Blade Runner 2049”, D. Villeneuve (USA, 2017)

Si inizia con un’infodump a tutto schermo.

Scritto piccolissimo.

Per quelli che non hanno visto il Blade Runner originale, e per contestualizzare la storia che si svolge trent’anni dopo il film di Ridley Scott. Due parole in rosso, per i piu’ tardi: “replicanti” all’inizio, e “blade runner” alla fine.

Si parte quindi con le immagini, splendide davvero e saran cosi’ per tutto il film. E c’e’ subito un lavoro in pelle da ritirare per l’Agente K, un Ryan Gosling che anche se non ci diceva che era un replicante si sarebbe capito dalla monoespressione che tiene per tutto il film. Non ci sta male, sia chiaro. Ma e’ cosi’.

blade-runner-2049-poster-1

Il film ha pretese di capolavoro (alcuni ne parlano come di un prodotto migliore dell’originale. Mah…), ma oltre che cercare -e trovare- agganci col primo ne vuole ricalcare anche lo schema, in quasi tutti i personaggi. Cosi’ al posto di Deckard abbiamo K, al posto della Tyrrel Corporation e del suo fondatore ora c’e’ la Wallace e il suo fondatore (con Jared Leto simpatico come una ciaffata nel muso), al posto di Rachel ci sono ben due donne (una virtuale, ovviamente).

La Los Angeles del 2049 e’ molto piu’ bella di quella del 2019 (la tecnologia cinematografica ha fatto passi da gigante, in questi anni), i cartelloni luminosi sono ancora piu’ enormi, ogni tre per due si legge “SONY” (sara’ un caso che SONY Pictures distribuisce il film? Non credo…) e c’e’ anche una splendida ATARI per nerd nostalgici.

Oltre la fotografia (davvero da applausi) e gli effetti scenografici manca pero’ il decadente pathos che permeava l’opera tratta dal racconto di PK Dick, e il finale farraginoso lascia l’amaro in bocca.

Un film alla fine decente, con alcune buone trovate e un Harrison Ford che alla fine fa quel che negli ultimi anni gli riesce meglio: il padre vecchio di un personaggio chiave.

Pensavo molto peggio, via.

 

Barney

Filosofia da muro #106 (hat trick: pendolante)

Un altro reperto di graffito che mi ha spedito Katia “Pendolante“, direttamente dalla latrina di una stazione emiliana, che mostra alcune cose.

Intanto la scritta:

ibernati

Allora: se quello e’ davvero un muro d’un bagno di una stazione, chapeau alla stazione e ai frequentatori del bagno.

Anche la grafia e’ bella sfarfallante: un misto di maiuscole, corsivi, script che paiono messi a casaccio e che datano la mano piu’ d’una carta di identita’ (direi tra i diciotto e i ventitre’ anni).

Infine, la chiosa del ragionamento-protesta per la modalita’ digitale di azionamento dell’aria condizionata nei carri bestiam treni regionali per pendolari (acceso, modalita’ “Siberia”, o spento. Tertium non datur), che non so quanto consciamente si presta a una doppia lettura “ibernati” – “i Bernati“, con la seconda a dare finalmente un nome a questa razza di viaggiatori nomadi che -in pieno agosto- sortono fuori dalle tradotte a tranci, come i merluzzi.

Per la musica non ci si puo’ sbagliare: i Diaframma nella formazione originale, con Sassolini alla voce e Fiumani “solo” alla chitarra. E il pezzo e’ -ovviamente- “Siberia”. Mimato in una squallida stazion trasmissione televisiva di piu’ di trent’anni fa.

 

 

Barney

xkcd: Worrying scientist interviews

In tempi di fuffari conclamati, questa vignetta si rivolge ai pochi ancora in grado di ragionare con la loro testa, e di riconoscere un qualche merito alla scienza.

Randall mette in riga il livello di preoccupazione che uno dovrebbe avere se un giornalista locale intervistasse uno scienziato:

worrying_scientist_interviews

L’economia non e’ una cosa seria (e infatti tutti gli anni Brunetta pensa di meritarsi il Nobel…), quindi sta appena dopo l’archeologo (e questo dimostra come le maledizioni di Cheope e Tutankamon siano leggende metropolitane). Il nutrizionista segue a ruota, poi si comincia a fare sul serio, procedendo verso destra: biologo marino, entomologo, astronomo, virologo, vulcanologo (sapere che vicino casa tua c’e’ un vulcano attivo puo’ decisamente essere preoccupante), fino ad arrivare all’astronomo che studia il Sole. Che ci da vita, ma puo’ sterminare l’intero genere umano in due balletti.

L’alt-text sdrammatizza:

They always try to explain that they’re called ‘solar physicists’, but the reporters interrupt with ‘NEVER MIND THAT, TELL US WHAT’S WRONG WITH THE SUN!

E comunque un mega flare solare non sarebbe cosa che arriva in tv, schianteremmo prima…

 

Barney

 

Selezione

Sto davvero cominciando a pensare che la civilta’ occidentale sia vicina al precipizio, se non gia’ con due piedi nel baratro.

I fatti: al lavoro stanno facendo dei colloqui di selezione per assumere un PA junior. Un PA sarebbe quello che si occupa di Product Assurance, La Product Assurance sarebbe a sua volta un processo per il quale un’azienda fa in modo che i requisiti del prodotto x, richiesto dal cliente y, siano rispettati sia qualitativamente che temporalmente, e che tutta la produzione sia efficiente.

Il ruolo del PA in un’azienda qualsiasi genera spesso reazioni un po’ sopra le righe da parte dei colleghi, che si sentono impastoiati da norme, regole, controlli, richieste di report e prove… Tutto cio’ spesso sfocia in pacate proteste verso il PA, uno dei classici parafulmine buono per ogni stagione. Proteste come questa qua:

Bene. S’era detto che ci sono selezioni per junior PA. I colleghi che si occupano della cosa ricevono una rosa di candidati da cui molti sono gia’ stati esclusi per via del loro curriculum vitae, o a seguito di un primo colloquio via Skype . Arrivano quindi quelli che teoricamente rappresentano il meglio di coloro che hanno applicato per la posizione.

I colloqui di selezione, essendo la posizione “junior”, mirano a capire quanto la persona sia adatta in prospettiva al compito, dal punto di vista tecnico ma anche come carattere. L’esperienza non puo’ esserci, o se c’e’ e’ davvero limitata.

Alla fine del colloquio di selezione a tutti i candidati vengono fatte due domande che hanno lo scopo dichiarato di vedere come ragionano di fronte a problemi nuovi. La prima domanda ha una certa attinenza al lavoro che dovrebbero fare se fossero assunti, e non credo interessi a molti.

Ma la seconda si’: “Secondo te quanti matrimoni sono stati contratti l’anno scorso in Italia?“.

E’ chiaro che lo scopo NON E’ quello di assumere chi si avvicina di piu’ al numero esatto, ma vedere il processo logico che porta ad un qualunque risultato. Il candidato viene quindi invitato a raccontare come sta ragionando per arrivare alla stima finale.

E qua pare esca fuori di tutto. Due candidati in particolare si sono distinti nel compito. Uno e’ partito dal numero di chiese esistenti nella sua citta’ e poi ha tirato fuori cifre da vincita alla lotteria di capodanno (tra l’altro la domanda non fa differenza tra matrimoni civili e religiosi, e quelli civili sono la maggioranza).

L’altro ha iniziato cosi’: “Mhhh… la mia citta’ ha 100.000 abitanti, citta’ come Milano ne avranno 200.000, poi bisognerebbe moltiplicare per il numero di citta’… In Italia ci saranno due milioni di persone…”. Sconfortante.

Questi due sono i casi eclatanti, e abbiamo parlato per adesso solo dell’inizio dei ragionamenti: trovato un numero di abitanti in Italia si deve andare avanti a determinare un sottoinsieme di “sposabili” ogni anno, e poi assumere quanti di questi “sposabili” si sposa davvero .

Buona parte dei candidati parte con considerazioni localissime da cui cerca di estrapolare informazioni di scenario generale. Il processo e’ sicuramente valido, ma se vuoi che abbia successo hai bisogno di parecchie informazioni di contorno che contestualizzano il tuo particulare e ne fanno il quadro d’insieme.

Evidentemente tali informazioni di contorno e alcuni dati di massima (per dire: il numero di abitanti dell’Italia e’ un dato che ciascuno dovrebbe avere almeno come ordine di grandezza. Il numero di regioni, quello delle province…) non ci sono. E non ci sono in neolaureati, giovani che han passato circa vent’anni della loro giovane vita a studiare.

Mancano queste informazioni nozionistiche, ma manca soprattutto la capacita’ di affrontare uno scenario sconosciuto con il ragionamento logico. Manca la capacita’ di improvvisare, il pensiero laterale insomma.

Tutta la societa’ e’ responsabile di questo stato di cose: la scuola ovviamente, ma ancor prima la famiglia. Gli smartphone che ti fiondano in un mondo di microtribu’ sui social network da cui uscire e’ faticoso, e le serie tv che ti danno le coordinate del tuo orizzonte degli eventi: la prossima stagione/la prossima puntata.

 

 

[Questo pezzo e’ dedicato a dem, morto ieri l’altro a 45 anni. Sarebbe stato interessante avere il suo parere]

 

Barney

Filosofia da muro #104 e #105

Due scritte dallo stesso muro, di fronte alla stazione centrale di Pisa.

La prima l’avevo gia’ fotografata tempo fa, ed e’ questo classico sessantottino che mi ricorda il tempo che passa inesorabile:

imagination

Non da molto l’idea del maggio francese, messa li’ sotto una finestra anonima e con il condizionatore in alto a dare un tono ancor piu’ decadente al tutto. A sinistra si intravede una saracinesca, che appare anche nella seconda filosofia da muro:

transgender

Cosi’ a naso il simbolo (che sarebbe per l’omino del mio cervello il protagonista dello scatto…) rappresenta i transgender o qualcosa del genere. C’e’ anche un bel pugno chiuso in mezzo al cerchio, e qua si capisce il motivo della combo con la prima scritta.

A impreziosire il tutto la scritta sulla saracinesca, quasi illeggibile ma pregna del tipico spirito toscano fatto di grezzume, politicamente scorretto e concetti chiari e diretti. Li’ se zoomate dovreste leggere:

“topa, saro’ rude ma ti amo!”

Ora, in Toscana “topa” ha vari significati, e qua si fa una bella sineddoche passando dall’organo sessuale femminile alla donna tutta intera. Classico anche il vezzeggiativo “topina”, o l’iperbolico “topona”. Questo della scritta mi pare un delicato tributo all’amata, rude ma sincero, piuttosto che un classico “W la topa” tirato li’ come anche i milanesi saprebbero fare (ma scrivendo “figa”, chiaro).

La musica e’ degli Zen Circus, che essendo pisani emigrati a Livorno (in realta’ credo solo Appino) non possono mancare in Via Catalani:

 

Barney