Archivi categoria: raddrizzare le banane e’ il lavoro del futuro

La mia risposta alla crisi mondiale

Altro giro, altra fuffa

A volte mi sembra davvero di avere un magnetismo naturale per le cose assurde e improbabili. Assurde e improbabili per me, naturali e assodate per altri, ovvio.

Domenica mattina aspettavo i miei figli sotto casa quando sono apparsi due giovani sulla trentina, con fasci di volantini in mano. Stavano lasciando il pezzo di carta in ogni buca delle lettere, e pensando fosse l’ennesima pubblicita’ del black friday (che era il venerdi’ prima, ma si sa che e’ una data -come dire?- flessibile…) ho detto a uno dei tizi di darlo direttamente a me. Cosa che non ha fatto, ha voluto imbucare e mentre imbucava m’ha detto “E’ l’annuncio della proiezione di un documentario, la facciamo qua a Lucca”. Avevo intravisto le scritte, e mi era parso di leggere “Goering” sul volantino.

Nazisti, documentario… Potrebbe essere interessante mi dico.

Apro la cassetta delle lettere e trovo invece una faccia cosi’:

 

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Di notte potrebbe avere qualche somiglianza con il Reverendo Nick Cave:

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Ma per mia e vostra sfortuna non e’ Nick, quello in alto. E’ un tizio morto nel 1959 di cui fino a domenica non sapevo nulla, e che si chiamava Bruno Groning (o Groening, o Rintintin).

Wikipedia ce lo descrive come un “mistico tedesco“, in realta’ fu un santone che diceva di curare le persone con la preghiera, che credeva che i farmaci fossero inutili e che ha fatto -come nella migliore delle tradizioni dei santoni fuffari- proseliti, tanto che anche oggi esistono associazioni e circoli che continuano a tramandare le sue puttanate.

Sul volantino mi si informa con le parole del Mastro fuffaro che “non esiste l’inguaribile“, e che il documentario che verra’ proiettato a dicembre e’ “da oltre 10 anni al cinema”.

Il “cinema” in cui verra’ proiettato il documentario e’ in realta’ un hotel, dove si entra liberamente e dove l’ “offerta libera e’ benvenuta“.

Il documentario verra’ proiettato dalle 14 alle 20 (SEI fottutissime ore???) perche’ e’ diviso in tre pezzi, ciascuno da 95 minuti (??!!!), intermezzati da due “pause” dove mi immagino i seguaci cercheranno di fare pesca a strascico di gonzi in sala.

Sul retro si dice anche che “Molti spettatori riferiscono che guardando il film ad un tratto hanno avvertito nel corpo una forza, un formicolio, un fluire“. Di cosa non si sa, ho dei sospetti ma penso che dopo sei ore il formicolio verrebbe a chiunque.

Si continua dicendo che -seppure il fuffaro sia stiantato nel 1959- anche oggi avvengono guarigioni straordinarie, perche’ “la forza che a suo tempo agiva tramite Bruno Groning continua ad agire” (attraverso il documentario?). “I fatti parlano da soli: guarigioni da cancro, angina pectoris, reumatismi e osteoporosi” (mancano stranamente l’unghia incarnita e il giradito). E “I medici confermano le guarigioni“. E “La marmotta viola incarta la cioccolata“.

Insomma, un classico della fuffa medica da arresto immediato, che continua a far danni da decenni. Come Hamer e la sua Nuova Me(r)dicina Germanica.

E come accade con tutti i fuffari, basterebbe leggere una sua biografia per smontare tutto. Il tizio che curava infallibilmente gli altri, infatti, non fu in grado di salvare ne’ due figli (morti entrambi in tenera eta’), ne’ se stesso (morto di tumore). Fosse morto solo lui, me ne farei una ragione, ma in questi anni parecchi disperati sono stati convinti da lui o da altri aderenti alla sua setta a smettere di curarsi con i farmaci, per affidarsi alla forza interiore. Col risultato di lasciarci la buccia.

Non andro’ al “cinema” a vedere il “documentario” di 5 ore, domenica, e spero non ci vada nessuno.

Preferisco il Reverendo e i suoi semi cattivi: curano senza dubbio piu’ di qualsiasi fuffaro tedesco.

 

Barney

 

 

 

 

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Stasera s’e’ fatta la storia

La storia con la “s” minuscola, come s’addice al tempo e al livello culturale del paese. Che s’e’ fermato per un paio d’ore a sperare contro ogni logica e ogni cabala che la nazionale di calcio tra le piu’ brutte che io abbia mai visto facesse non uno, ma addirittura due gol alla Svezia, team di fabbri, boscaioli e cacciatori di foche che con il pallone hanno la stessa dimestichezza che c’ho io, ovvero molto poca.

Pero’ la data -almeno l’anno, via…- la si ricordera’ per decenni, cosi’ come successe per i mondiali del 1958 di cui tutti ovviamente oggi sapevano tutto quel che c’e’ da sapere: l’unica edizione in cui l’Italia riusci’ a non qualificarsi. Si giocarono in Svezia, e la cosa avrebbe dovuto preoccupare un minimo. Invece no: l’ottimismo scorreva forte nel popolo italico, che poneva illogica e folle fiducia in una nazionale guidata da un onest’uomo del tutto fuori ruolo, messo li’ da quell’altro omino buffo di Tavecchio, quello che fa il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio a forza di battute sui negri e tentativi disperati ed inefficaci di coniugare i verbi regolari meglio di come farebbe un negro.

Tutto assolutamente regolare, nessuna sorpresa e nessun dolore: siamo in Italia, cosa volevamo che succedesse?

La cosa positiva, dicevo, e’ che il popolo ha imparato una data storica: nel 2017 la nazionale di calcio non si qualifico’ per i mondiali di Russia.

Cosi’, al prossimo quizzettino preserale in cui lo sfoggio di ignoranza e’ richiesto piu’ della cravatta o dell’abito da gran sera per le dame non succedera’ piu’ quel che e’ successo la scorsa settimana su Rai Uno.

Questo:

matteotti

I concorrenti hanno cannato tutti, finche’ la risposta corretta non e’ rimasta a premiare l’asino che ha avuto la possibilita di dare una seconda risposta. E non dovendo scegliere ha -per cosi’ dire- indovinato.

Con la mancata qualificazione ai mondiali non succedera’, ne sono certo.

 

Barney

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“It”, A. Muschietti (U.S.A., 2017)

Stephen King lo conoscono tutti come il “Re del brivido”. Data la quantita’ di libri che vende c’e’ una discreta fetta di popolazione mondiale che ha letto almeno uno dei suoi libri, e una discreta fetta di popolazione mondiale che, fatta l’equazione

“re del brivido+tanti libri venduti=robaccia da decerebrati”

non s’e’ mai accostata ne’ mai si accostera’ a un libro di Stephen King. E’ un peccato, per questa fetta di popolazione, ma me ne faccio una ragione.

A me piace leggere King perche’ scrive benissimo. I suoi romanzi si leggono con piacere  per come sono scritti, per come quasi sempre le trame sono tutte cosi’ connesse che arrivi in fondo e non pensi che quella storia potesse avere un’altra fine. Se per caso avete mai avuto per le mani una versione in lingua originale vi sarete accorti di quanto questa cosa funzioni, e tanto di cappello ai traduttori italiani che riescono a mantenere il livello anche nelle trasposizioni nella nostra lingua.

It e’ uno dei romanzi piu’ conosciuti di King, ed uno dei piu’ belli per parecchi motivi. Uno di questi motivi (il come la storia e’ narrata, con continue alternanze di flashback e flashforward tra il 1957 e il 1984 a scandire i vari capitoli e a legare il tutto in modo magistrale) viene meno nella trasposizione cinematografica attualmente nelle sale. Questo e’ un problema per chi ha letto il libro, ma e’ uno dei problemi di questa pellicola strutturata esattamente come mille altre di questi tempi: un prodotto seriale che sfrutta un titolo famoso per fare incassi. Mandando in culo la storia, la logica, il pathos, l’introspezione dei vari personaggi, la spiegazione del perche’ certe cose succedono.

it-teaser-poster

Il film si riduce al clown Pennywise (fatto benissimo, per la verita’, ma grazie al cazzo…) e ai palloncini, che seppure demode’ sono pur sempre un ottimo strumento di marketing. Ma allo stesso tempo definiscono il target vero di questa operazione economica: i teenager dei nostri tempi, sempre meno avvezzi a leggere libri, e sempre piu’ consumatori di serie televisive che vanno riproducendo di annata in annata sempre gli stessi identici stilemi. Facili da seguire, senza bisogno di accendere il cervello.

L’assenza del pendolare di capitolo in capitolo avanti e indietro nel tempo e’ ovviamente funzionale al capitolo 2, che ci sara’ prima o poi non perche’ lo vuole la storia, ma perche’ i botteghini hanno macinato biglietti su biglietti grazie al tam tam mediatico che ha preceduto l’uscita del film. E’ funzionale anche alla riduzione del budget (non devi avere due cast in parallelo, distanziati da 27 anni di eta’, quindi nemmeno ti poni il problema di fare il casting “a coppie”: Ben quattordicenne e Ben quarantenne, e cosi’ Beverly, e Mike, e gli altri), e forse (magari, ma non ci spero: e’ troppo lungo per i canoni dei best seller odierni. Con un It ci vengono sei FabioVolo, per dire) anche alla vendita del libro.

Lo spostamento temporale della storia dal 1957 alla fine degli anni ’80 e’ pure funzionale al target dei bimbimink teenager, che a malapena sanno che c’e’ stato qualcosa prima del 2000, figurarsi se potevano apprezzare un tuffo nel passato di tale portata. Il capitolo 2 sara’ ambientato ai nostri giorni, e cosi’ anche i rimandi musicali (di cui King e’ maestro nei libri) saranno adeguati ad un pubblico venuto su ad X-Factor e ad Amici.

Da It fu tirata fuori una miniserie tv, decenni fa. E’ una produzione a basso costo se la si paragona a quel che lo stars system tira fuori in un mese oggi, ma almeno manteneva la struttura splendida e lineare (si: lineare. Pare strano dirlo d’un libro che salta avanti e indietro ma e’ cosi’) del romanzo.

Il film di adesso tradisce tutto del capolavoro di King, non fa capire allo spettatore ignaro della storia perche’ succedono certe cose, e colpisce forse solo per l’ambientazione e la fotografia. Il resto fa veramente schifo.

Due di incoraggiamento (a lasciare stare certe sceneggiature), come i film fatti sino ad oggi dal carneade muschiato Muschietti, onesto manovale della macchina da presa e niente piu’.

Barney

Il Paese e’ (ir)reale

Sono di ritorno da una due giorni in giro per -soprattutto- aeroporti, in cui ho avuto modo di verificare -sempre ve ne fosse il bisogno…- uno dei motivi per i quali l’Italia arriva sempre dopo la banda.

Ho avuto davanti due CEO (ossia due amministratori delegati) di due aziende, una grande (circa 800 dipendenti), l’altra enorme (40.000 dipendenti). Mercato aerospaziale e difesa, quindi per definizione globale e ancor piu’ per definizione strategico.

Tra le tante cose che accomunano i due (ottimo inglese pur non essendo nessuno dei due inglese, preparazione notevole sulle innumerevoli cose che fanno le due aziende, brillantezza nell’eloquio) quella che e’ saltata piu’ ai miei occhi e’ stata l’eta’. Il piu’ vecchio, quello dell’azienda enorme, ha 48 anni.

L’altro non arriva a 40, anzi credo ne abbia appena 35.

Mi chiedo se avremo mai in Italia una situazione del genere (retoricamente; la risposta e’ “col cazzo che l’avremo”), con aziende che fatturano miliardi di Euro guidate da un neanche cinquantenne che s’e’ presentato sul palco di Monaco di Baviera appena dopo essere rientrato da una conferenza negli USA, che ha spaziato su decine di argomenti a braccio, con slide di sottofondo (parete di dieci metri per tre) fatte solo di fotografie di aerei, satelliti e razzi. Senza una scritta in Comics Sans, magari gialla su sfondo blu come ho visto fare migliaia di volte in Italia[1].

Uno dei motori del cambiamento e’ il ringiovanimento della classe dirigente, e qua il ringiovanimento piu’ clamoroso lo ha portato uno come Matteo Renzi, profittando di congiunzioni astrali irripetibili e uniche, aggiunte alla capacita’ di cavalcare l’onda empatica del malessere nazionale. Piu’ che un ringiovanimento mi e’ sembrato un rimescolamento, perche’ di novita’ fattuali non mi pare ne abbia portato. A discorsi si, ma si sa che i discorsi li porta via il vento.

Ma torniamo a noi.

Stamani il CEO quarantottenne era accompagnato dal suo top management. Anche li’ i giovani non mancavano, e anche stavolta il paragone con l’Italia e’ impietoso. Basti dire che io (il cinquantenne italiano) abbassavo notevolmente la media dell’eta’ della pattuglia nazionale industiale, formata da ben tre persone.

La finisco qui, lascio a Manuel Agnelli il commento musicale.

[1] mi piacerebbe sapere a chi e’ venuta per prima l’idea di usare il Comics Sans per una presentazione che non sia quella di un bambino di terza media. Probabilmente ad un CEO italiano di almeno sessant’anni, che ha visto usare powerpoint dalla nipotina…

Barney

 

 

Selezione

Sto davvero cominciando a pensare che la civilta’ occidentale sia vicina al precipizio, se non gia’ con due piedi nel baratro.

I fatti: al lavoro stanno facendo dei colloqui di selezione per assumere un PA junior. Un PA sarebbe quello che si occupa di Product Assurance, La Product Assurance sarebbe a sua volta un processo per il quale un’azienda fa in modo che i requisiti del prodotto x, richiesto dal cliente y, siano rispettati sia qualitativamente che temporalmente, e che tutta la produzione sia efficiente.

Il ruolo del PA in un’azienda qualsiasi genera spesso reazioni un po’ sopra le righe da parte dei colleghi, che si sentono impastoiati da norme, regole, controlli, richieste di report e prove… Tutto cio’ spesso sfocia in pacate proteste verso il PA, uno dei classici parafulmine buono per ogni stagione. Proteste come questa qua:

Bene. S’era detto che ci sono selezioni per junior PA. I colleghi che si occupano della cosa ricevono una rosa di candidati da cui molti sono gia’ stati esclusi per via del loro curriculum vitae, o a seguito di un primo colloquio via Skype . Arrivano quindi quelli che teoricamente rappresentano il meglio di coloro che hanno applicato per la posizione.

I colloqui di selezione, essendo la posizione “junior”, mirano a capire quanto la persona sia adatta in prospettiva al compito, dal punto di vista tecnico ma anche come carattere. L’esperienza non puo’ esserci, o se c’e’ e’ davvero limitata.

Alla fine del colloquio di selezione a tutti i candidati vengono fatte due domande che hanno lo scopo dichiarato di vedere come ragionano di fronte a problemi nuovi. La prima domanda ha una certa attinenza al lavoro che dovrebbero fare se fossero assunti, e non credo interessi a molti.

Ma la seconda si’: “Secondo te quanti matrimoni sono stati contratti l’anno scorso in Italia?“.

E’ chiaro che lo scopo NON E’ quello di assumere chi si avvicina di piu’ al numero esatto, ma vedere il processo logico che porta ad un qualunque risultato. Il candidato viene quindi invitato a raccontare come sta ragionando per arrivare alla stima finale.

E qua pare esca fuori di tutto. Due candidati in particolare si sono distinti nel compito. Uno e’ partito dal numero di chiese esistenti nella sua citta’ e poi ha tirato fuori cifre da vincita alla lotteria di capodanno (tra l’altro la domanda non fa differenza tra matrimoni civili e religiosi, e quelli civili sono la maggioranza).

L’altro ha iniziato cosi’: “Mhhh… la mia citta’ ha 100.000 abitanti, citta’ come Milano ne avranno 200.000, poi bisognerebbe moltiplicare per il numero di citta’… In Italia ci saranno due milioni di persone…”. Sconfortante.

Questi due sono i casi eclatanti, e abbiamo parlato per adesso solo dell’inizio dei ragionamenti: trovato un numero di abitanti in Italia si deve andare avanti a determinare un sottoinsieme di “sposabili” ogni anno, e poi assumere quanti di questi “sposabili” si sposa davvero .

Buona parte dei candidati parte con considerazioni localissime da cui cerca di estrapolare informazioni di scenario generale. Il processo e’ sicuramente valido, ma se vuoi che abbia successo hai bisogno di parecchie informazioni di contorno che contestualizzano il tuo particulare e ne fanno il quadro d’insieme.

Evidentemente tali informazioni di contorno e alcuni dati di massima (per dire: il numero di abitanti dell’Italia e’ un dato che ciascuno dovrebbe avere almeno come ordine di grandezza. Il numero di regioni, quello delle province…) non ci sono. E non ci sono in neolaureati, giovani che han passato circa vent’anni della loro giovane vita a studiare.

Mancano queste informazioni nozionistiche, ma manca soprattutto la capacita’ di affrontare uno scenario sconosciuto con il ragionamento logico. Manca la capacita’ di improvvisare, il pensiero laterale insomma.

Tutta la societa’ e’ responsabile di questo stato di cose: la scuola ovviamente, ma ancor prima la famiglia. Gli smartphone che ti fiondano in un mondo di microtribu’ sui social network da cui uscire e’ faticoso, e le serie tv che ti danno le coordinate del tuo orizzonte degli eventi: la prossima stagione/la prossima puntata.

 

 

[Questo pezzo e’ dedicato a dem, morto ieri l’altro a 45 anni. Sarebbe stato interessante avere il suo parere]

 

Barney

Qualcuno l’ha gia’ detto…

…mi aggiungo anche io: Game of Thrones e’ una cagata pazzesca.

Questa settima stagione non resta in piedi nemmen con le stampelle, dalla quantita’ di contorsioni logiche e temporali che si sono viste. Il culmine (ahahahahaha!), quello che i fan piu’ accaniti aspettavano da anni, e’ arrivato alla fine: Jon Snow che in realta’ non e’ Jon Snow ma un Targaryen, che si tromba Danaerys Targaryen. Si e’ inziato con i fratelli Lannister che scopano a Winterfell, si finisce -per ora- con questi due che non ho capito quale grado di parentela abbiano. E la scena avviene su una nave, che fa taaanto Titanic…

In attesa, nell’ottava stagione, di un bell’accoppiamento tra il Mastino e il drago blu caduto in mano ai non morti, perche’ -diciamocelo- l’incesto avrebbe anche un po’ rotto i coglioni, spazio alla zoo-necrofilia, perdio!

L’interesse in Game of Thrones e’ oramai di tipo ginecologico: s’aspetta di vedere se le ovaie di Danaerys sono infiammate o no (dovrebbero, d’altra parte lei e’ la Madre dei Draghi, no?), e fanculo se succedono cose a caso nel mezzo, se i personaggi si bilocano che Padre Pio gli fa una sega, se il riassunto delle puntate precedenti sembra un frullato di fegato di canguro,cetrioli sottaceto e vodka al metanolo. L’importante e’ non solo guardare Game of Thrones, ma commentare estasiati ad ogni scorreggia di drago, ad ogni battuta acida di Cersei, a qualsiasi apparizione del Nemico al di la’ della Barriera.

Ho letto i libri della serie pubblicati sin qui, e sebbene i romanzi di Martin non siano la mia lettura preferita si innalzano di miglia sopra la serie tv, soprattutto da quando -spinta dall’enorme successo e da un pubblico formato dal mix perfetto di abbonati a YouPorn e lettori di locandine alle stazioni dei treni- la serie stessa ha deciso di non aspettare gli altri romanzi, ma di andare avanti da sola. A cazzo di cane: facendo morire gente a caso tanto per sfoltire il cast, infilando sotto-sotto-sotto trame dovunque senza la minima pretesa di portarle avanti con un minimo di coerenza. Le cose accadono come se fosse antani, e se gli sceneggiatori sono in difficolta’ basta piazzare davanti l’obiettivo il culo della Madre dei Draghi, e lo share e’ salvo.

Cosi’ e’ facile, forse troppo. Ma il prodotto vende, i fan sono gia’ in fibrillazione per l’ottava stagione e le ipotesi su quel che succedera’ in futuro non si contano piu’. E cosa volete che succeda, se non un altro giro di frullatore?

Nel frattempo, si parla di trasformare in serie tv anche “La ruota del tempo“, ciclo fantasy di Robert Jordan che ha due pregi: e’ terminato ed ha una coerenza che denota un progetto alla base della scrittura, una cosa che Game of Thrones se la sogna. Jordan, insomma, aveva in mente la storia quando inizio’ a scriverla. Un po’ come la serie de “La torre nera” di Stephen King, oggetto di un film che non ho visto per decenza e che dovrebbe trainare l’ennesima trasposizione televisiva spalmata immagino su otto stagioni.

In tutto questo, sempre meno persone leggono. E’ piu’ facile mettersi davanti allo schermo e farsi raccontare la storia dalle immagini, piuttosto che immaginare quel che si legge nella storia.

Soprattutto se ogni tanto Danaerys si esce le tette.

 

Barney

Man Vs Machine

Vince spesso la macchina, nello scozzo con l’umano: scacchi, go, bridge sono tutti giochi in cui un enorme potere di calcolo e la possibilita’ di gestire decine di migliaia di scenari diversi in frazioni di secondo fanno la differenza. A volte questa differenza non basta, soprattutto quando le cose non possono essere definite a priori, e l’improvvisazione dell’uomo puo’ venire fuori.

Il poker, per esempio, si presta poco a un campione computerizzato che non bari: se la macchina “vede” solo le sue carte e quelle eventualmente in tavola il giocatore professionista in carne e ossa ha piu’ o meno le stesse informazioni. Con in piu’ la capacita’ di usare quelle informazioni per ingannare il computer.

Per bluffare, insomma.

Cosa che non e’ permessa negli scacchi e -teoricamente, poi a volte succedono scandali inenarrabili ai tornei…[1]- nel bridge.

Ma non di Texas Hold’em, ne’ di dama cinese volevo parlare.

Tutto lo sproloquio qua sopra sta li’ per introdurre l’ennesimo scontro gastronomico che mi vede schierato nella fanteria umana contro l’armata motorizzata del Bimby, gia’ apparso su questi schermi tempo fa in tutto il suo splendore.

L’altro giorno a pranzo un collega s’e’ presentato con questa roba qua:

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Sembra un risotto, o il pastone del cane, o anche -ad esser creativi- un bel tegame di hummus.

Invece il collega che poi l’ha mangiato l’ha presentato come “la panzanella fatta ieri sera con il Bimby”.

Ora, siamo in Toscana e da noi (come in quasi tutta l’Italia centrale) la panzanella rappresenta il cibo tipico dell’estate. Un po’ quel che succede d’inverno con il cinghiale in umido con le olive.

Quindi, la sera mi sono preparato (con il solo aiuto di tagliere, coltellaccio da squarto e insalatiera) la mia panzanella, c’avro’ messo dieci minuti scarsi e il risultato e’ questo qua:

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Il giorno dopo l’ho mangiata davanti al collega, che ha avuto da ridire sui pezzi troppo grossi e le cipolle troppo cipolle.

Cioe’, le cose troppo simili alla realta’.

Quello che il Bimby non riesce a fare, insomma. Meno male c’e’ John Frusciante che a suonare la chitarra riesce assai bene.

 

 

[1] La soria raccontata nel link merita d’esser letta, anche se e’ lunga.

 

 

Barney