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Perle ai porci, ovvero: come NON convincere leghisti e grillini che il problema più grande dell’Italia NON E’ l’immigrazione

L’altro giorno è stato pubblicizzato uno studio -scusate il termine- scientifico, di un team di Harvard capitanato da un italiano.

Gli articoli scientifici sono una palla, lasciatevelo dire da uno che li deve leggere per lavoro (in realtà a me divertono sempre, ma sono strano e si sa), e uno che parla di immigrazione e percezione del problema in un campione casuale intervistato in sei differenti stati del mondo presumo lo sia ancora di più (ancora più divertente, invece).

Allora il Corriere della Sera per una volta oggi ha fatto il lavoro che un giornale dovrebbe fare sempre: s’è fatto spiegare da Alberto Alesina, il capoprogetto dello studio, il contenuto del lavoro.

Ne è uscito un pezzo assolutamente equilibrato, che si pone -come ogni articolo scientifico dovrebbe fare- in posizione laterale rispetto al problema analizzato, e racconta in poche parole le metodologie, il campione statistico, i risultati. Poi si lancia addirittura in un commento, sempre laterale ed equilibrato, nella speranza che qualcuno che legge si faccia un’idea non preconcetta del problema.

Quale è, il problema? Come ho già detto, lo studio analizza la percezione dell’impatto dell’immigrazione usando un campione casuale abbastanza grande (più di ventimila persone, da sei diverse nazioni).

In pratica, alle persone che hanno accettato di partecipare allo studio sono state chieste un po’ di cose., La prima è stata fare una stima del numero di immigrati presenti nel paese del rispondente. Il risultato di questa parte dello studio è poco sorprendente, se seguite le urla quotidiane di Salvini: in cinque paesi su sei (l’Italia è nei cinque, ovvio) le persone hanno risposto con cifre TRE VOLTE superiori alla realtà. La Svezia fa un po’ meglio, e sovrastima di meno del 10% il valore reale (moltiplica per meno di 1,5 volte il dato assoluto, se vi interessa).

Un’altra domanda è stata: secondo te da dove vengono questi immigrati? Gli italiani hanno risposto che secondo loro almeno la metà sono musulmani. In realtà il dato ufficiale da’ una percentuale di musulmani del 30% e addirittura un 60% di cristiani.

Ancora: è stato chiesto se questi immigrati sono poveri, disoccupati, ignoranti più dei locali. Gli italiani hanno risposto “certo, sono negri, vedrai saranno anche capre”. La dura realtà ci dice invece che la percentuale di disoccupati è uguale a quella dei nativi, la scolarizzazione  quasi dieci punti meglio di quella percepita.

Potrei continuare con gli altri dati, ma il succo è molto semplice: c’è una disinformazione enorme rispetto al problema, che poi ammonta -nel nostro paese, ad oggi- a ben 45.000 (si, quarantacinquemila) persone da gennaio 2018. L’anno scorso, con Salvini sempre all’opposizione (in realtà c’è stato fino a un mese e mezzo fa) gli immigrati totali sono stati 175.000. In un paese di 60.000.000 di persone, fa percentuali dello zerovirgola, ma sono sicuro che se per caso un leghista fosse arrivato a leggere sin qui, non sposterebbe di un millimetro la sua granitica posizione (“Siamo invasi dai negri musulmani!!!”), perché un altro dato ricorrente è che in tutti e sei i paesi gli intervistati che si sono dichiarati di destra hanno sistematicamente cannato in peggio le loro stime, e anche questo sorprende poco.

La conclusione del pezzo del Corriere ve la copincollo, qualcuno forse dirà che è cerchiobottismo della migliore acqua ma secondo me è perfetta:

“È ovvio che l’Europa non può accogliere chiunque voglia entrare nei propri confini e vanno fatte scelte più eque tra i Paesi europei per le emergenze. Come è altrettanto ovvio che chi commette crimini vada espulso con rigore e prontezza, ed è necessario che la cittadinanza vada concessa con criteri chiari e rigorosi che rispondano alle esigenze del mercato del lavoro oltre che a criteri di moralità su cui la nostra cultura si basa. Ma se la discussione sull’immigrazione continuerà a basarsi su percezioni errate e stereotipate, su slogan urlati, «fake news», e dall’altra parte su sogni irrealizzabili di ammettere tutti, non si risolverà nulla. “

RAmen, che altro aggiungere?

Ah, si: i Germs…

 

Barney

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Grave, ma non seria

La situazione è grave, non tanto perché il governo Serpeverde scimmiotta una politica nazional-socialista, cosa che però non sono in grado di attuare neanche con l’insegnante di sostegno, questi qua. Ho già scritto che Salvini -e in misura minore Di Maio- di quell’epoca mutuano le semplificazioni ad usum coglione: le promesse roboanti, il continuo cambiare bersaglio attenzionale di chi li sta a sentire, l’individuazione di gruppi minoritari cui accollare tutte le colpe del mondo… roba  che un liceale che due righe sul manuale di storia le ha lette non ci può cascare, ma pare che invece alla gGente sia taaanto piaciuta…

E’ grave non solo perché l’opposizione in trent’anni di berlusconismo non ha ancora capito che più si prende sul serio il problema, ma più gli si risponde con proclami ad minchiam (si, Rolling Stone: sto parlando di te), più l’avversario ha gioco facile a compattarsi e a urlare al radical chic di sinistra che non capisce i problemi del paese, e parla dalla sua villa in riva al mare di Capalbio.

E pensare che basterebbe sottolineare quanto nulla di pratico (lasciate stare la Aquarius e i roboanti summit europei dove ci pisciano in testa che è una bellezza, per favore) abbiano fatto i Serpeverde in questo poco tempo, oltre che parlare, cercare il nemico nella minoranza del giorno, coprirsi di ridicolo con videini e messaggetti del cazzo su qualsiasi social vi venga in mente. Ora per dire Salvini ha messo i taser in mano alla Polizia, e tutti a pensare -anzi, a credere- che così il problema della sicurezza si risolverà. Mah…

E’ tutto così irreale e circense che oramai anche i grillini non possono non andare dietro ai leghisti, e se a Pontida si è certi che i bambini affogati l’altro giorno sian solo bambolotti, i cinquestelle il dubbio lo devono avere, che sia stato tutto teatro. Non possono permettersi di prendere per buona la spiegazione semplice (sono bimbi morti affogati), come non possono esser certi che le scie chimiche non esistono, o che i vaccini sono innocui. Devono dubitare, di tutto e di tutti, a meno che la rRete -o bBeppe- non proclami la Verità, che allora è indiscutibile, diventa un fatto acclarato. Almeno i leghisti hanno poche idee ma chiare (direi due: negri e zingari a casa loro, Italia agli italiani), e possono permettersi di osannare Rita Pavone che sfancula Eddie Vedder e i Pearl Jam (con i PJ che rispondono: Rita Pavone? Who the fuck is Rita Pavone?), senza avere mai probabilmente sentito cantare né Rita, né Eddie.

Di Maio è tapinescamente costretto a cercare supporto in Jerry Calà (no, dico: Jerry stracazzo Calà: uno che per far ridere doveva sembrare ancora più scemo di quel che in realtà è, ma non son sicuro di questa affermazione), e a twittare “Libidine!” stamani, in risposta a un altro peto da 140 caratteri dell’ex- attore (scusate il termine) che dava la colpa di tutto alla sinistra (per i negri aspettiamo due giri, poi escono anche loro), e davvero in questa lotta di titani tra chi non sta con Salvini e lo dice su Rolling Stone e la combo dell’ospizio Pavone-Calà a me viene da tifare per il povero cane da calcio (la padrona l’ha orgogliosamente presentato come un incrocio tra un Pincher e un Chiuhahua, a me è parso più un topo marroncino) che l’altro giorno volava accanto al mio sedile, rinchiuso in un “trasportino” che sarà costato quanto un diamante della Tanzania.

Ma diamogli tempo, no? Si dice sempre così: diamogli tempo. Poi giudicheremo. E quanto sarebbe questo tempo? Sei mesi? Un anno, cinque anni? Trenta, come ha proclamato il Duce della Lega sulle malghe bergamasche l’altra domenica?

Aspettiamo, ora c’è in ballo il Decreto Dignità, che mi pare un obbrobrio a ventisette teste che fa rabbrividire anche il Referendum costituzionale di Renzi, vediamo cosa ne esce se e quando questa roba verrà presentata (magari un giro di consultazioni su Rousseau lo vogliamo fare, o stavolta si passa la mano?), poi vedrai che la Lega impone il porto d’armi libero e la libertà di sparare giorno e notte “a casa propria”, una roba che il Make my Day è una sciocchezza al confronto, e vedrai che tutto passa.

E se non passa c’è il poliziotto col taser, tranquilli.

 

Barney

Due o tre cose a caso

Molti sono stupiti dalla vittoria elettorale delle destre (e in particolare della Lega) in Toscana. In effetti, fa un po’ impressione vedere che gli unici due capoluoghi di provincia ancora gestiti dalla sinistra sono Firenze e Lucca, la mia città, il proverbiale feudo bianco in una regione altrimenti rossa di appena vent’anni fa.

Mi vengono in mente un paio di riflessioni a caldo, su quel che la gente ha deciso ieri. La prima ed evidente è il crollo verticale del partito che non c’è più: il PD, incapace di liberarsi dell’ingombrante cadavere politico di Renzi e del tutto avulso dalle dinamiche sociali ha perso dappertutto et pour cause. Il motivo principale della sconfitta non è (leggete il labiale) l’invasione degli immigrati, né l’aumento di furti e rapine negli appartamenti. Non sono i campi nomadi, né la crisi economica che porta ogni giorno aziende e botteghe alla chiusura. Intendiamoci: non è che quelli non siano problemi, semplicemente secondo me non sono la causa scatenante della fuga degli elettori. Penso invece che la partita del governo locale la si sia iniziata a perdere da qualche lustro, da quando i burocrati fiorentini qua in Toscana e i capopartito a Roma si sono dimenticati di quello che una volta era il compito principale del politico: ascoltare gli elettori e dare risposte ai loro problemi.

Da anni oramai le primarie si sono trasformate in imposizioni di candidature dall’alto, cui sempre più spesso rispondevano candidature locali che perdevano lo scontro delle tessere e si rifugiavano in liste civiche. Da tempo le primarie erano una farsa, diciamolo chiaramente: un teatrino che serviva solo a giustificare l’esistenza dell’apparato di partito e nulla più.

Il risultato finale è stato un decennio e più di amministratori del tutto alieni dal territorio che erano chiamati a governare, il che ha fatto imbestialire gli elettori sia per l’ovvio motivo di sentirsi presi per il culo dai capi fiorentini, sia perché se non conosci il territorio non puoi dare le risposte che il territorio chiede. E spesso quelle risposte -diciamolo chiaramente- erano l’assunzione del giovane disoccupato alla municipalizzata, il favore fatto all’amico dell’amico che aveva tirato su la tettoia senza permessi, i contributi alla festa del ranocchio fritto… cosette del genere, che però hanno cementato negli anni il legame tra chi il potere lo esercitava e chi doveva scegliere da chi farsi dirigere. Siena è un esempio lampante: una città che letteralmente viveva di una banca, fintanto che la banca è andata in mano a gente che con Siena aveva un rapporto inesistente, interessata solo ai soldi e non alla città. E quella gente non ce l’ho messa io al Monte dei Paschi, né Salvini: l’ha decisa il PD romano e fiorentino.

Oh, non è che la Lega faccia qualcosa di diverso in Lombardia e in Veneto, anzi. Ed è esattamente per questo che continua ad avanzare: perché fa oggi quello che il PD faceva anni fa: lavora (anche) per il territorio, non solo per rafforzare la posizione del boiardo di turno in consiglio regionale.

Al di là delle false moralità, cose del genere ci sono dappertutto e sono funzionali sia al rafforzamento della posizione elettorale, sia all’economia della zona (a patto che i beneficiati non siano solo i trombati alle varie tornate elettorali ovviamente, e a patto che non si mettano tutti i raccomandati in posizioni manageriali, perché le strade vanno asfaltate -per dire-, i vigili urbani servono, i comuni han bisogno di dipendenti. Non di Dirigenti e sottoDirigenti, però: di quelli ne bastano un paio bravi).

Torniamo a noi.

A Pisa stamani tutti gli elettori di Conti (e Conti stesso, il neo-sindaco) esultavano e promettevano “sicurezza” e “legalità” credo da domattina (in realtà credo che sia domattina che per un bel po’ continuerò a vedere stuoli di spacciatori alla Stazione Centrale: d’altro canto la domanda di merce è elevata, e i clienti sono italiani…), sono sicuro che tra qualche mese i veri problemi -le botteghe che chiudono, i capannoni sfitti, le aziende in cassa integrazione…- verranno fuori, e anche se per un paio di volte li si rintuzzerà dando la colpa ai negri e agli zingari, prima o poi nessuno -anche chi ha votato Conti- ci crederà più di tanto.

Ho sentito a un TG guardato per sbaglio un senese intervistato, che ha detto con la faccia raggiante: “Era l’ora, erano qua da vent’anni”, un concetto che si può tradurre con: “Ho chiesto tante volte anche io un aiuto al PD, che mi ha sempre sputato in faccia probabilmente perché ero della corrente sbagliata. Vediamo se a questo giro questi qua nuovi mi fanno avere qualcosa”. Un’idea che -ripetiamolo per i benpensanti- non mi perplette né mi schifa più di tanto, visto che si, la politica è il governo del bene comune, ma è meglio iniziare dal mio bene, no?

Che succederà, ora, a sinistra?

E che volete che succeda? Nell’improbabile ipotesi che la classe dirigente capisca la situazione, la risposta adeguata sarebbe l’autoesilio in qualche comune fricchettona sugli Appennini ToscoEmiliani. Cui dovrebbe far seguito l’ascesa di non so bene chi a dettare nuovi indirizzi e traguardi radiosi. Probabile come una scala reale servita di mano contro un poker d’assi… In realtà le tredici correnti attuali si spartiranno lo zerovirgola necessario a superare lo sbarramento del 4% alla prossima tornata elettorale, e le poltrone alle poche municipalizzate ancora sotto controllo.

E la destra (ossia: la Lega)?

Non v’è dubbio che Salvini è in grado di intercettare i malumori del paese, e di incanalarli attraverso letture semplicistiche su bersagli facili da individuare (“ha stato il negro!!!”, “zinghero rubabambini!!!”, “prima gli italiani!!!”, e via andare), che risultano l’ovvia risposta semplice (ma sbagliata) a problemi complessi. Meno ovvia è la sua capacità di andare oltre lo sparare ogni santo giorno cazzate a coppiole finché non diventan dispari, riportando sui social media con dovizia ed imperizia tali cazzate affinché l’attenzione dell’elettore sia concentrata sul particolare inutile invece che sul reale problema.

In ciò gli va dato atto che svolge il compito alla perfezione, altro che i tentativi di agenda setting del PD di qualche mese fa su temi per carità importanti ma del tutto avulsi dalla vita reale del contadino di Fauglia (le famiglie arcobaleno, il fine vita, lo ius soli…).

In attesa delle prossime elezioni politiche (non credo si andrà oltre metà 2019) non resta che dotarsi di birra e pop corn in abbondanza. Come sempre in questo paese, la situazione è grave ma non seria.

 

 

Barney

Sheena is a punk rocker

Nell’ultima settimana mi è capitato due volte di trovarmi di fronte il punk (inteso come musica) declinato in salsa bimbominkia.

La prima su facebook, dove su chissà quale gruppo cui chissà perché sono iscritto un tizio, uno studente che prepara la tesi, invitava i membri a riempire un semplice questionario online. Era sulle preferenze musicali, ma alla fine al tizio interessavano due cose: se ti piacevano i Green Day, e se ti piacevano alcuni altri “artisti punk”.

Tra le scelte, oltre ai Green Day e ai Blink 182 (questi ultimi secondo la vulgata corrente avrebbero scritto “Behind blue eyes”, il pezzo dei Who del ’71…) c’era roba come Avril Lavigne, i Fall Out Boy e i My Chemical Romance, e a quel punto ho fatto notare che non si poteva proprio vedere una robaccia così, e non ho riempito nulla.

Ieri invece al lavoro il collega DJ mi ferma per il corridoio e mi dice che ha bisogno di una consulenza musicale sui Green Day (aridaje…). La consulenza e’ dire il nome di una canzone su youtube che non ha il titolo. Me la fa sentire e invece che i Green Day sono i Blink 182 col loro pezzo più famoso, “All the small things”. Appurato questo, si viene a sapere che ha bisogno di alcuni pezzi punk per suonarli ad un matrimonio, dove gli è perlappunto stato chiesto un po’ di punk, tipo (cito il messaggio che gli han mandato) “…Green Day …Blink 182”.

Io gli ho tirato giù cinque o sei pezzi facili che non credo suonerà mai a quel matrimonio, ma il punto è che oramai “punk” significa una cosa completamente diversa da quella di trenta o quaranta anni fa, sia musicalmente che socialmente. Una cosa che a me fa schifo quanto immagino faccia schifo ad uno che ascolta musica classica sentirsi mettere Giovanni Allevi tra Bach e Dvorjak.

Quello che oggi si chiama punk è una batteria veloce e martellante fine a se stessa più che al pezzo suonato, una linea di basso che quasi non si sente e sopra tutto una chitarra ipereffettata che anestetizza tutto. Cambi di ritmo sincopati, voce dissonante e parlata, abbigliamento alla skateboardista… insomma, tutte le piccole cose che piacciono ai gGiovani d’oggi:

Il punk di ieri erano i Dead Kennedys e Jello Biafra, i Ramones della Sheena che da il titolo al pezzo, i Clash (che resero la vecchia “I fought the law” un capolavoro e che se la fanno i Green Day è obiettivamente sette livelli sotto), i Sex Pistols, e anche questi tizi qua sotto che qualche anno fa, imbolsiti dall’età ma sempre uguali a quarant’anni prima mi sedevano accanto a bersi una pinta prima del loro concerto:

Io non ho niente contro i Blink 182 o i Green Day, ma per favore non si dica che fanno punk rock.

“Pop punk” può andare, anche se mi sa tanto di culo e quaranta ore…

 

Barney

Gnocchi

Domenica 27 maggio, alle 19 circa l’Italia non aveva più un governo. Il primo ministro incaricato, Antoni Giuseppe Conte, diretta espressione del voto popolare (anche se nessuno ha potuto votarlo, una novantina di giorni fa, non essendo candidato), uscito dal colloquio finale con Mattarella rimetteva il mandato. Dicendo che c’era stato un problema con un ministro, quello dell’Economia, Paolo Savona (anch’egli diretta espressione del consenso leghista, candidato nel collegio di Vergate sul Membro), rifiutato dal Presidente della Repubblica. Un nome alternativo non c’era, nelle tasche di Conte, quindi amici come prima e bella lì.

Pochi minuti dopo esce Mattarella, che conferma la sua ferma opposizione al nome di Savona come ministro dell’Economia, in quanto portatore di idee anti-Euro -peraltro non esplicitamente nominate né nei programmi elettorali di Lega e M5S, né richiamate nel famoso Contratto di Governo, ma perché sottolineare questi particolari insignificanti?-. Vabbè, c’han provato, Mattarella dice che ha avuto anche troppa pazienza e ha permesso le burattinate indegne del voto su Rousseau (una quarantacinquemila voti, direi plebiscito bulgaro) e dei gazebo della Sagra della Polenta con gli Osei (duecentomila avventori), oltre che rimandi e allungamenti infiniti.

Si scatena l’inferno: tra domenica e lunedì gli italiani si trasformano da CT della nazionale di calcio ed esperti di vaccini in finissimi costituzionalisti, citando articoli a caso (gettonatissimi il 90 e il 92, ma anche il 10 e l’11 sono usciti spesso. Il 42 inspiegabilmente ritarda su tutte le ruote) ed interpretandoli a caZZo come solo un popolo di laureati su Youtube sa fare. Di Maio invoca l’impeachment e dichiara che ha in mano il vestito di seta di Monica con le tracce di sperma (no, questa forse è un’altra storia…), Salvini urla ELEZIONI!!!11!!!, ma non a luglio perché gli italiani hanno diritto alle sacrosante ferie (vulg.: Salvini e la Isoardi hanno prenotato la crociera sul Mediterraneo a luglio). Lo spread BPT-Bund (qualsiasi cosa esso sia) tocca quota trecentoventi e poi inizia a fare su e giù come un ubriaco in bicicletta.

Nel frattempo siamo a martedì, e Cottarelli -incaricato da Mattarella il giorno prima come Premier tecnico- non sa che pesci pigliare. Ha una lista di ministri che chissà quali nomi contiene, ma scopre mentre sta andando al Colle che nemmeno il PD gli voterà la fiducia, e pensa che s’è fatta una certa e lui a fare figure di merda in aula non ci va neanche con la pistola alla tempia. Vuole andare anche lui a rimettere il mandato nelle mani di Mattarella, che però lo convince a temporeggiare, a dormirci sopra, e la mattina dopo se ne riparla.

Il mercoledì è un incrocio tra leoni e coglioni, con i secondi che dominano sulla lunga distanza. Succede di tutto: inizia Di Maio che su Twitter (o su Facebook, è lo stesso: sono gli unici due canali che lui e Salvini usano, sapendo che così han la certezza di intercettare il 271% del loro elettorato potenziale…) dice rivolgendosi a Mattarella: “no, scherzavamo, l’impeachment non lo chiediamo più anche perché Casalino non ha ancora trovato su youtube un tutorial per scriverlo giusto. Poi, se abbiamo sbaliato (e qua fa la voce di Wojtyla, una mossa che in Italia paga sempre benissimo) ci coriggerai. Dacci un’altra scha can chanch chance, vedrai che stavolta il governo lo facciamo, noi e la Lega. E anzi, togliamo di mezzo anche Paolo Savona, se disturba”.

Salvini ha già istruito i suoi sindaci padani a levare dai municipi la foto del Traditore della Patria (Mastella, ovviamente), il giorno prima aveva ristretto imperitura alleanza con Silvio e la Meloni in vista delle elezioni prossime venture (ma non a luglio, mi raccomando) e per far capire come stanno le cose si lancia in una metafora calcistica (sicuro che tutti lo capiranno al volo): “in una squadra il centravanti fa il centravanti, non è che puoi prenderlo e metterlo in porta. Savona può fare solo il ministro dell’Economia.” Ma sono solo le otto di sera. Alle nove la posizione è che ci si può pensare,  perché tra le otto e le nove Matteo si deve essere accorto che Di Maio gli ha reso pan per focaccia, sempre usando il povero Paolo Savona come se fosse un randello nodoso (spero per Savona che emigri in Germania, prima di essere usato pure dal PD). Si sente anche la voce di Giorgia Meloni, che fino a martedì era pronta a votare per l’impeachment, ma di mercoledì vuole far parte della squadra di governo col suo quattro virgola qualcosa (che comunque è sempre un quattro virgola, e buttalo via di questi tempi…).

Domani è giovedi, e avremo un primo ministro incaricato che non ha ancora rimesso il mandato (Cottarelli), più uno ombra (di nuovo Antoni Giuseppe Conte?), ma ancora nessun governo.

Però è giovedì, e almeno ci saranno gli gnocchi.

 

Questa, come ha detto Colapesce venerdì scorso, è per Di Maio:

 

Barney

L’economia ai tempi del governo Serpeverde, spiegata ai suoi elettori

Da qualche giorno, accanto alle ipotesi su chi sarà la marionetta di Salvini e Di Maio il Presidente del Consiglio, girano anticipazioni su quali saranno gli interventi che il quasi Governo ha in canna per far “ripartite l’economia” italiana, interventi che spesso sono paralleli all’affrancarsi dal giogo franco-tedesco e prodromici all’uscita dall’odiato EurodiProdi.

Una delle mie preferite, e una di quelle più osannate dai leghisti (e dai grillini, di riflesso) è quella tirata fuori da Claudio Borghi, economista vicino a Salvini, che da un par di settimane ha estratto dal suo cilindro i miniBOT.

L’idea di Borghi è in estrema sintesi la seguente:

Lo Stato Italiano è  poco propenso a pagare in tempi ragionevoli (forse bastava “poco propenso a pagare”)e quindi risulta debitore nei confronti di moltissimi contribuenti, siano essi privati cittadini o –peggio- aziende. Perché lo Stato non paga è facile da capire: non ha i soldi necessari. E allora ecco la genialata Serpeverde: al posto dei soldi che lo Stato deve ai suoi creditori, si emettono dei titoli di stato a copertura di quel debito che già esiste! Al contrario dei BOT normali, però, questi (mini)BOT avrebbero la caratteristica di potere essere spesi ovunque (parole di Borghi), per comperare e pagare qualsiasi cosa. Incluse le tasse che il cittadino deve versare allo Stato.

L’idea che sta sotto questa pensata è che siccome l’Italia NON PUO’ più stampare moneta a manovella per far fronte ai suoi bisogni di cassa (e quindi non può più svalutare la sua moneta ed inflazionare l’intera economia nazionale), allora si stampano questi pezzi di carta, che non sono soldi veri (né veri titoli di stato, peraltro…), e gli si dà valore legale. Un po’ come successe una quarantina d’anni fa con i miniassegni, e chi c’era sa come è finita.

Ora, l’intento di questo post sarebbe far capire bene ai grillini e ai leghisti che capitano qua per caso cosa sono i miniBOT e a cosa servono, per cui inizierò semplificando i termini del problema, e chiamando i miniBOT “torte di fango“. E non parlo di torte al cioccolato, no. Voglio indicare, con “torte di fango”, proprio delle frittelle di terra umida fatte seccare al Sole. Quindi: miniBOT=torte di fango.

Già con questo piccolo artificio semplificativo si intuisce che la qualità dell’idea non è eccelsa: uno Stato che emette torte di fango e che con quelle pretende di sanare i suoi debiti a me fa subito venire in mente certe tribù africane di tre o quattrocento anni fa. Ma poniamo che queste torte di fango vengano davvero tirate fuori dalle intellighenzie grilline e leghiste.

Ecco, in questo futuro prossimo un giorno un cittadino (sia egli iscritto a Rousseau, sia egli un fervente frequentatore di gazebo domenicali) con -poniamo- un credito di 10.000 Euro nei confronti dello Stato Italiano si vede arrivare a casa un barroccio trainato da un italico mulo sovranista. Dal barroccio scende un sorridente ragazzotto con un cestino di vimini in mano. E il cestino è pieno di torte di fango, che al cambio di Borghi valgono oggi 2.500 Euro. Quattro torte di fango e il debito è saldato, lo Stato è contento e il cittadino pure.

Forse.

Dico “forse” perché nella mia testa quel cittadino i 10.000 Euro li ha sborsati veramente (o ha venduto allo Stato roba per 10.000 Euro), e -sempre nella mia testa- quel cittadino i 10.000 Euro li aspettava per pagare tre bollette del gas, due fatture del dentista e magari un paio di spese settimanali al supermercato. Adesso ha 4 torte di fango, che secondo Borghi valgono 10.000 Euro e possono essere spese dovunque, per comperare qualsiasi cosa.

Va alle Poste, e presenta i bollettini al cassiere, il quale chiede subito “Come paga? Contanti o carta?”. “Torte di fango!” risponde il cittadino. “Ah… Guardi, per adesso non le prendiamo perché non passano dal POS, ma se torna tra una settimana il Professor Borghi ci ha assicurato che le macchine mangiafango saranno installate in tutti gli sportelli d’Italia” (L’installazione di macchine mangiafango in tutte le Poste italiane sarebbe un ottimo volano per l’economia, in effetti. Peccato che le aziende che producono POS non accettino di essere pagate in torte di fango, come Borghi scoprirà di lì a poco…).

Sconsolato, il cittadino va dal dentista, cui deve quasi 7.000 Euro (senza fattura, perché con l’IVA al 28% conviene pagare così) e deposita sul bancone della receptionist tre torte di fango, chiedendo indietro una bella 500 Euro di resto. La signorina, molto carina e molto giovane, sgrana gli occhioni blu e chiede cortesemente cosa cavolo sono quelle zolle di terra sul bancone. “Sono i vostri soldi, no? Tre torte di fango, sono 7.500 Euro, mi faccia il resto e non si preoccupi della ricevuta“. La signorina sfodera i canini, ride sul muso del cittadino, lo manda educatamente a fare in culo e lo avverte che se entro 5 giorni non porta 7.000 Euro veri gli manda a casa la “Randello Srl“, nota startup di recupero crediti 24 ore su 24, prezzi modici e risultato garantito.

Il cittadino ha votato Lega o M5S, ma non è scemo: capisce che andare al supermercato e cercare di pagare la spesa con le torte di fango  non ha molte probabilità di funzionare. Però è senza soldi, e in qualche modo deve cambiare le sue torte di fango in Euro (che sarà anche di Prodi, ma ha una flessibilità di utilizzo ancora ineguagliata rispetto alla torta di fangodiBorghi).

Fortunatamente, oltre alle startup di recupero crediti fioriscono nei vicoli delle città imprese un po’ meno regolari, che si occupano del cambio torte di fango/Euro. In teoria (l’ha detto Borghi!) anche le banche cambiano torte di fango in Euro, ma stranamente in pratica non se ne trova una disposta a farlo. E quindi ci si deve rivolgere ai cambiafango “abusivi”, soggetti al limite della legge ma tollerati dalle forze dell’ordine, che purtroppo applicano tassi di cambio parecchio penalizzanti per il cittadino: le 4 torte di fango dall’abusivo valgono 3.000 Euro, e il povero cittadino non si può lamentare: ieri il tasso era anche peggiore.

In attesa che la “Randello Srl” faccia visita al nostro cittadino, suggerisco agli elettori del governo Serpeverde di chiedere a Di Maio e Salvini a gran voce una ed una sola cosa, per le torte di fango: che esse vengano usate solo per pagare gli stipendi dei politici.

Tanto , che differenza c’è con i soldi veri? L’ha detto Borghi, sarà vero!

 

Barney

Il Contratto

E niente,  pare che undici settimane dopo le elezioni almeno il programma di governo ci sia. Dice siano quaranta -o cinquanta?- pagine, elaborate da Lega e M5S in lunghe serate di trattative e veti incrociati. Con non so quanti punti, che se è vero quel che dice Salvini sono “il 90% di quello che già era nel nostro programma“, ma pare sia anche gradito ai grillini perché oggi c’è stato il plebiscito bulgaro sulla “Piattaforma Rousseau” che tutti chiamano “Sistema Operativo”, ma io ci sono stato a vedere quel sito -fossi un grillino avrei scritto “ci ho cliccato!!11!!“- e mi pare piucchealtro un paio di pagine in php messe lì a cazzo di cane con tre scopi principali: farti iscrivere (e quindi fotterti i dati personali in una maniera che Zuckeberg sembra un innocuo bimbetto di sei anni al confronto), ciucciarti soldi con le donazioni -sempre gradite-, e darti l’idea che anche tu, si dico a te, imbianchino di Padova, conti quanto un Ministro in pectore, e puoi dire la tua su tutto. A patto che sia quel che il Direttorio -o Direttivo?- ha deciso, ovviamente.

Per esempio, stasera Di Maio ci ha detto bello tronfio che ben 44.796 persone hanno espresso il loro parere sulle 50 -o 40- pagine di contratto di governo, e di queste ben 42.274 han detto “SI“. La fronda del “NO” ha contato quindi 2.522 “iscritti”, e siccome c’era il Signor No il Notaio (ce lo dice sempre Di Maio) i conti tornano, il 94% ha ratificato un programma di governo che -ricordiamolo per i distratti- è per il 90% quello della Lega. Ma ora va bene anche ai grillini. O meglio: a 42.274 iscritti al Sistema Operativo Rousseau. Che in italiani farebbero tipo lo 0,0007 di tutti quelli che vivono in Italia, e qualcosa in più se si contano solo i votanti. Li possiamo chiamare Legione, no?

Domani e domenica la votazione sul programma/contratto si sposta nelle piazze, nei gazebo leghisti aperti a tutti i cittadini (quindi anche a quelli non iscritti a Rousseau), e siccome -l’ha detto Salvini e io ve lo ridico- quel contratto è in pratica la copia del programma elettorale leghista, anche dai gazebo non potrà che uscire un plebiscito.

Forse.

A meno che il PD (ma esiste sempre? E che fanno? Aspettano l’Assemblea nei gazebo, o votano attraverso Twitter?) non saboti la consultazione bBobolare mandando stuoli di negri e di cinesi prezzolati a votare “NO”. Magari appoggiati dai forzisti, che ringalluzziti dall’ennesima resurrezione di Silvio (la dodicesima? oramai s’è perso il conto) puntano decisi a nuove elezioni.

In tutto questo io questo contratto di governo non l’ho letto, né lo voglio leggere, ma faccio mio il commento di Mario Seminerio che parafraso così: dopo averlo faticosamente scritto, quel contratto i nostri eroi dovranno attuarlo. Ecco, li aspetta quella vecchia baldracca della realtà, appoggiata ad una staccionata con la sigaretta accesa e un’aria sorniona.

E poi, a che serve leggerlo se ben 42.274 persone su 44.796 (o su 60.000.000) hanno già detto che è perfetto? A che serve domandarsi come si coprono i 120 Miliardi di Euro necessari a rispettare le promesse del contratto, se i due cardini grillini-leghisti (abolizione dei vitalizi e tagli alle pensioni d’oro) porterebbero 5 o 600 Milioni di Euro e basta, e di altre coperture non v’e’ traccia? Serve a qualcosa -oltre che a sbellicarsi dalle risate- ascoltare il nuovo Nobel in pectore per l’Economia, il leghista Claudio Borghi Aquilini, che tira fuori i mini-BOT e la cancellazione unilaterale di 250 Miliardi di debito italiano perché sennò sbattiamo i piedini per terra?

Nell’attesa di scoprire il nome del pupazzo che accetterà il ruolo di Presidente di un Consiglio in cui è già tutto deciso dal contratto/da Rousseau/dai gazebo non mi resta che chiuderla qua, con dell’anestetico potente.

 

Barney