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Perle ai porci, ovvero: come NON convincere leghisti e grillini che il problema più grande dell’Italia NON E’ l’immigrazione

L’altro giorno è stato pubblicizzato uno studio -scusate il termine- scientifico, di un team di Harvard capitanato da un italiano.

Gli articoli scientifici sono una palla, lasciatevelo dire da uno che li deve leggere per lavoro (in realtà a me divertono sempre, ma sono strano e si sa), e uno che parla di immigrazione e percezione del problema in un campione casuale intervistato in sei differenti stati del mondo presumo lo sia ancora di più (ancora più divertente, invece).

Allora il Corriere della Sera per una volta oggi ha fatto il lavoro che un giornale dovrebbe fare sempre: s’è fatto spiegare da Alberto Alesina, il capoprogetto dello studio, il contenuto del lavoro.

Ne è uscito un pezzo assolutamente equilibrato, che si pone -come ogni articolo scientifico dovrebbe fare- in posizione laterale rispetto al problema analizzato, e racconta in poche parole le metodologie, il campione statistico, i risultati. Poi si lancia addirittura in un commento, sempre laterale ed equilibrato, nella speranza che qualcuno che legge si faccia un’idea non preconcetta del problema.

Quale è, il problema? Come ho già detto, lo studio analizza la percezione dell’impatto dell’immigrazione usando un campione casuale abbastanza grande (più di ventimila persone, da sei diverse nazioni).

In pratica, alle persone che hanno accettato di partecipare allo studio sono state chieste un po’ di cose., La prima è stata fare una stima del numero di immigrati presenti nel paese del rispondente. Il risultato di questa parte dello studio è poco sorprendente, se seguite le urla quotidiane di Salvini: in cinque paesi su sei (l’Italia è nei cinque, ovvio) le persone hanno risposto con cifre TRE VOLTE superiori alla realtà. La Svezia fa un po’ meglio, e sovrastima di meno del 10% il valore reale (moltiplica per meno di 1,5 volte il dato assoluto, se vi interessa).

Un’altra domanda è stata: secondo te da dove vengono questi immigrati? Gli italiani hanno risposto che secondo loro almeno la metà sono musulmani. In realtà il dato ufficiale da’ una percentuale di musulmani del 30% e addirittura un 60% di cristiani.

Ancora: è stato chiesto se questi immigrati sono poveri, disoccupati, ignoranti più dei locali. Gli italiani hanno risposto “certo, sono negri, vedrai saranno anche capre”. La dura realtà ci dice invece che la percentuale di disoccupati è uguale a quella dei nativi, la scolarizzazione  quasi dieci punti meglio di quella percepita.

Potrei continuare con gli altri dati, ma il succo è molto semplice: c’è una disinformazione enorme rispetto al problema, che poi ammonta -nel nostro paese, ad oggi- a ben 45.000 (si, quarantacinquemila) persone da gennaio 2018. L’anno scorso, con Salvini sempre all’opposizione (in realtà c’è stato fino a un mese e mezzo fa) gli immigrati totali sono stati 175.000. In un paese di 60.000.000 di persone, fa percentuali dello zerovirgola, ma sono sicuro che se per caso un leghista fosse arrivato a leggere sin qui, non sposterebbe di un millimetro la sua granitica posizione (“Siamo invasi dai negri musulmani!!!”), perché un altro dato ricorrente è che in tutti e sei i paesi gli intervistati che si sono dichiarati di destra hanno sistematicamente cannato in peggio le loro stime, e anche questo sorprende poco.

La conclusione del pezzo del Corriere ve la copincollo, qualcuno forse dirà che è cerchiobottismo della migliore acqua ma secondo me è perfetta:

“È ovvio che l’Europa non può accogliere chiunque voglia entrare nei propri confini e vanno fatte scelte più eque tra i Paesi europei per le emergenze. Come è altrettanto ovvio che chi commette crimini vada espulso con rigore e prontezza, ed è necessario che la cittadinanza vada concessa con criteri chiari e rigorosi che rispondano alle esigenze del mercato del lavoro oltre che a criteri di moralità su cui la nostra cultura si basa. Ma se la discussione sull’immigrazione continuerà a basarsi su percezioni errate e stereotipate, su slogan urlati, «fake news», e dall’altra parte su sogni irrealizzabili di ammettere tutti, non si risolverà nulla. “

RAmen, che altro aggiungere?

Ah, si: i Germs…

 

Barney

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Grave, ma non seria

La situazione è grave, non tanto perché il governo Serpeverde scimmiotta una politica nazional-socialista, cosa che però non sono in grado di attuare neanche con l’insegnante di sostegno, questi qua. Ho già scritto che Salvini -e in misura minore Di Maio- di quell’epoca mutuano le semplificazioni ad usum coglione: le promesse roboanti, il continuo cambiare bersaglio attenzionale di chi li sta a sentire, l’individuazione di gruppi minoritari cui accollare tutte le colpe del mondo… roba  che un liceale che due righe sul manuale di storia le ha lette non ci può cascare, ma pare che invece alla gGente sia taaanto piaciuta…

E’ grave non solo perché l’opposizione in trent’anni di berlusconismo non ha ancora capito che più si prende sul serio il problema, ma più gli si risponde con proclami ad minchiam (si, Rolling Stone: sto parlando di te), più l’avversario ha gioco facile a compattarsi e a urlare al radical chic di sinistra che non capisce i problemi del paese, e parla dalla sua villa in riva al mare di Capalbio.

E pensare che basterebbe sottolineare quanto nulla di pratico (lasciate stare la Aquarius e i roboanti summit europei dove ci pisciano in testa che è una bellezza, per favore) abbiano fatto i Serpeverde in questo poco tempo, oltre che parlare, cercare il nemico nella minoranza del giorno, coprirsi di ridicolo con videini e messaggetti del cazzo su qualsiasi social vi venga in mente. Ora per dire Salvini ha messo i taser in mano alla Polizia, e tutti a pensare -anzi, a credere- che così il problema della sicurezza si risolverà. Mah…

E’ tutto così irreale e circense che oramai anche i grillini non possono non andare dietro ai leghisti, e se a Pontida si è certi che i bambini affogati l’altro giorno sian solo bambolotti, i cinquestelle il dubbio lo devono avere, che sia stato tutto teatro. Non possono permettersi di prendere per buona la spiegazione semplice (sono bimbi morti affogati), come non possono esser certi che le scie chimiche non esistono, o che i vaccini sono innocui. Devono dubitare, di tutto e di tutti, a meno che la rRete -o bBeppe- non proclami la Verità, che allora è indiscutibile, diventa un fatto acclarato. Almeno i leghisti hanno poche idee ma chiare (direi due: negri e zingari a casa loro, Italia agli italiani), e possono permettersi di osannare Rita Pavone che sfancula Eddie Vedder e i Pearl Jam (con i PJ che rispondono: Rita Pavone? Who the fuck is Rita Pavone?), senza avere mai probabilmente sentito cantare né Rita, né Eddie.

Di Maio è tapinescamente costretto a cercare supporto in Jerry Calà (no, dico: Jerry stracazzo Calà: uno che per far ridere doveva sembrare ancora più scemo di quel che in realtà è, ma non son sicuro di questa affermazione), e a twittare “Libidine!” stamani, in risposta a un altro peto da 140 caratteri dell’ex- attore (scusate il termine) che dava la colpa di tutto alla sinistra (per i negri aspettiamo due giri, poi escono anche loro), e davvero in questa lotta di titani tra chi non sta con Salvini e lo dice su Rolling Stone e la combo dell’ospizio Pavone-Calà a me viene da tifare per il povero cane da calcio (la padrona l’ha orgogliosamente presentato come un incrocio tra un Pincher e un Chiuhahua, a me è parso più un topo marroncino) che l’altro giorno volava accanto al mio sedile, rinchiuso in un “trasportino” che sarà costato quanto un diamante della Tanzania.

Ma diamogli tempo, no? Si dice sempre così: diamogli tempo. Poi giudicheremo. E quanto sarebbe questo tempo? Sei mesi? Un anno, cinque anni? Trenta, come ha proclamato il Duce della Lega sulle malghe bergamasche l’altra domenica?

Aspettiamo, ora c’è in ballo il Decreto Dignità, che mi pare un obbrobrio a ventisette teste che fa rabbrividire anche il Referendum costituzionale di Renzi, vediamo cosa ne esce se e quando questa roba verrà presentata (magari un giro di consultazioni su Rousseau lo vogliamo fare, o stavolta si passa la mano?), poi vedrai che la Lega impone il porto d’armi libero e la libertà di sparare giorno e notte “a casa propria”, una roba che il Make my Day è una sciocchezza al confronto, e vedrai che tutto passa.

E se non passa c’è il poliziotto col taser, tranquilli.

 

Barney

Due o tre cose a caso

Molti sono stupiti dalla vittoria elettorale delle destre (e in particolare della Lega) in Toscana. In effetti, fa un po’ impressione vedere che gli unici due capoluoghi di provincia ancora gestiti dalla sinistra sono Firenze e Lucca, la mia città, il proverbiale feudo bianco in una regione altrimenti rossa di appena vent’anni fa.

Mi vengono in mente un paio di riflessioni a caldo, su quel che la gente ha deciso ieri. La prima ed evidente è il crollo verticale del partito che non c’è più: il PD, incapace di liberarsi dell’ingombrante cadavere politico di Renzi e del tutto avulso dalle dinamiche sociali ha perso dappertutto et pour cause. Il motivo principale della sconfitta non è (leggete il labiale) l’invasione degli immigrati, né l’aumento di furti e rapine negli appartamenti. Non sono i campi nomadi, né la crisi economica che porta ogni giorno aziende e botteghe alla chiusura. Intendiamoci: non è che quelli non siano problemi, semplicemente secondo me non sono la causa scatenante della fuga degli elettori. Penso invece che la partita del governo locale la si sia iniziata a perdere da qualche lustro, da quando i burocrati fiorentini qua in Toscana e i capopartito a Roma si sono dimenticati di quello che una volta era il compito principale del politico: ascoltare gli elettori e dare risposte ai loro problemi.

Da anni oramai le primarie si sono trasformate in imposizioni di candidature dall’alto, cui sempre più spesso rispondevano candidature locali che perdevano lo scontro delle tessere e si rifugiavano in liste civiche. Da tempo le primarie erano una farsa, diciamolo chiaramente: un teatrino che serviva solo a giustificare l’esistenza dell’apparato di partito e nulla più.

Il risultato finale è stato un decennio e più di amministratori del tutto alieni dal territorio che erano chiamati a governare, il che ha fatto imbestialire gli elettori sia per l’ovvio motivo di sentirsi presi per il culo dai capi fiorentini, sia perché se non conosci il territorio non puoi dare le risposte che il territorio chiede. E spesso quelle risposte -diciamolo chiaramente- erano l’assunzione del giovane disoccupato alla municipalizzata, il favore fatto all’amico dell’amico che aveva tirato su la tettoia senza permessi, i contributi alla festa del ranocchio fritto… cosette del genere, che però hanno cementato negli anni il legame tra chi il potere lo esercitava e chi doveva scegliere da chi farsi dirigere. Siena è un esempio lampante: una città che letteralmente viveva di una banca, fintanto che la banca è andata in mano a gente che con Siena aveva un rapporto inesistente, interessata solo ai soldi e non alla città. E quella gente non ce l’ho messa io al Monte dei Paschi, né Salvini: l’ha decisa il PD romano e fiorentino.

Oh, non è che la Lega faccia qualcosa di diverso in Lombardia e in Veneto, anzi. Ed è esattamente per questo che continua ad avanzare: perché fa oggi quello che il PD faceva anni fa: lavora (anche) per il territorio, non solo per rafforzare la posizione del boiardo di turno in consiglio regionale.

Al di là delle false moralità, cose del genere ci sono dappertutto e sono funzionali sia al rafforzamento della posizione elettorale, sia all’economia della zona (a patto che i beneficiati non siano solo i trombati alle varie tornate elettorali ovviamente, e a patto che non si mettano tutti i raccomandati in posizioni manageriali, perché le strade vanno asfaltate -per dire-, i vigili urbani servono, i comuni han bisogno di dipendenti. Non di Dirigenti e sottoDirigenti, però: di quelli ne bastano un paio bravi).

Torniamo a noi.

A Pisa stamani tutti gli elettori di Conti (e Conti stesso, il neo-sindaco) esultavano e promettevano “sicurezza” e “legalità” credo da domattina (in realtà credo che sia domattina che per un bel po’ continuerò a vedere stuoli di spacciatori alla Stazione Centrale: d’altro canto la domanda di merce è elevata, e i clienti sono italiani…), sono sicuro che tra qualche mese i veri problemi -le botteghe che chiudono, i capannoni sfitti, le aziende in cassa integrazione…- verranno fuori, e anche se per un paio di volte li si rintuzzerà dando la colpa ai negri e agli zingari, prima o poi nessuno -anche chi ha votato Conti- ci crederà più di tanto.

Ho sentito a un TG guardato per sbaglio un senese intervistato, che ha detto con la faccia raggiante: “Era l’ora, erano qua da vent’anni”, un concetto che si può tradurre con: “Ho chiesto tante volte anche io un aiuto al PD, che mi ha sempre sputato in faccia probabilmente perché ero della corrente sbagliata. Vediamo se a questo giro questi qua nuovi mi fanno avere qualcosa”. Un’idea che -ripetiamolo per i benpensanti- non mi perplette né mi schifa più di tanto, visto che si, la politica è il governo del bene comune, ma è meglio iniziare dal mio bene, no?

Che succederà, ora, a sinistra?

E che volete che succeda? Nell’improbabile ipotesi che la classe dirigente capisca la situazione, la risposta adeguata sarebbe l’autoesilio in qualche comune fricchettona sugli Appennini ToscoEmiliani. Cui dovrebbe far seguito l’ascesa di non so bene chi a dettare nuovi indirizzi e traguardi radiosi. Probabile come una scala reale servita di mano contro un poker d’assi… In realtà le tredici correnti attuali si spartiranno lo zerovirgola necessario a superare lo sbarramento del 4% alla prossima tornata elettorale, e le poltrone alle poche municipalizzate ancora sotto controllo.

E la destra (ossia: la Lega)?

Non v’è dubbio che Salvini è in grado di intercettare i malumori del paese, e di incanalarli attraverso letture semplicistiche su bersagli facili da individuare (“ha stato il negro!!!”, “zinghero rubabambini!!!”, “prima gli italiani!!!”, e via andare), che risultano l’ovvia risposta semplice (ma sbagliata) a problemi complessi. Meno ovvia è la sua capacità di andare oltre lo sparare ogni santo giorno cazzate a coppiole finché non diventan dispari, riportando sui social media con dovizia ed imperizia tali cazzate affinché l’attenzione dell’elettore sia concentrata sul particolare inutile invece che sul reale problema.

In ciò gli va dato atto che svolge il compito alla perfezione, altro che i tentativi di agenda setting del PD di qualche mese fa su temi per carità importanti ma del tutto avulsi dalla vita reale del contadino di Fauglia (le famiglie arcobaleno, il fine vita, lo ius soli…).

In attesa delle prossime elezioni politiche (non credo si andrà oltre metà 2019) non resta che dotarsi di birra e pop corn in abbondanza. Come sempre in questo paese, la situazione è grave ma non seria.

 

 

Barney

Gnocchi

Domenica 27 maggio, alle 19 circa l’Italia non aveva più un governo. Il primo ministro incaricato, Antoni Giuseppe Conte, diretta espressione del voto popolare (anche se nessuno ha potuto votarlo, una novantina di giorni fa, non essendo candidato), uscito dal colloquio finale con Mattarella rimetteva il mandato. Dicendo che c’era stato un problema con un ministro, quello dell’Economia, Paolo Savona (anch’egli diretta espressione del consenso leghista, candidato nel collegio di Vergate sul Membro), rifiutato dal Presidente della Repubblica. Un nome alternativo non c’era, nelle tasche di Conte, quindi amici come prima e bella lì.

Pochi minuti dopo esce Mattarella, che conferma la sua ferma opposizione al nome di Savona come ministro dell’Economia, in quanto portatore di idee anti-Euro -peraltro non esplicitamente nominate né nei programmi elettorali di Lega e M5S, né richiamate nel famoso Contratto di Governo, ma perché sottolineare questi particolari insignificanti?-. Vabbè, c’han provato, Mattarella dice che ha avuto anche troppa pazienza e ha permesso le burattinate indegne del voto su Rousseau (una quarantacinquemila voti, direi plebiscito bulgaro) e dei gazebo della Sagra della Polenta con gli Osei (duecentomila avventori), oltre che rimandi e allungamenti infiniti.

Si scatena l’inferno: tra domenica e lunedì gli italiani si trasformano da CT della nazionale di calcio ed esperti di vaccini in finissimi costituzionalisti, citando articoli a caso (gettonatissimi il 90 e il 92, ma anche il 10 e l’11 sono usciti spesso. Il 42 inspiegabilmente ritarda su tutte le ruote) ed interpretandoli a caZZo come solo un popolo di laureati su Youtube sa fare. Di Maio invoca l’impeachment e dichiara che ha in mano il vestito di seta di Monica con le tracce di sperma (no, questa forse è un’altra storia…), Salvini urla ELEZIONI!!!11!!!, ma non a luglio perché gli italiani hanno diritto alle sacrosante ferie (vulg.: Salvini e la Isoardi hanno prenotato la crociera sul Mediterraneo a luglio). Lo spread BPT-Bund (qualsiasi cosa esso sia) tocca quota trecentoventi e poi inizia a fare su e giù come un ubriaco in bicicletta.

Nel frattempo siamo a martedì, e Cottarelli -incaricato da Mattarella il giorno prima come Premier tecnico- non sa che pesci pigliare. Ha una lista di ministri che chissà quali nomi contiene, ma scopre mentre sta andando al Colle che nemmeno il PD gli voterà la fiducia, e pensa che s’è fatta una certa e lui a fare figure di merda in aula non ci va neanche con la pistola alla tempia. Vuole andare anche lui a rimettere il mandato nelle mani di Mattarella, che però lo convince a temporeggiare, a dormirci sopra, e la mattina dopo se ne riparla.

Il mercoledì è un incrocio tra leoni e coglioni, con i secondi che dominano sulla lunga distanza. Succede di tutto: inizia Di Maio che su Twitter (o su Facebook, è lo stesso: sono gli unici due canali che lui e Salvini usano, sapendo che così han la certezza di intercettare il 271% del loro elettorato potenziale…) dice rivolgendosi a Mattarella: “no, scherzavamo, l’impeachment non lo chiediamo più anche perché Casalino non ha ancora trovato su youtube un tutorial per scriverlo giusto. Poi, se abbiamo sbaliato (e qua fa la voce di Wojtyla, una mossa che in Italia paga sempre benissimo) ci coriggerai. Dacci un’altra scha can chanch chance, vedrai che stavolta il governo lo facciamo, noi e la Lega. E anzi, togliamo di mezzo anche Paolo Savona, se disturba”.

Salvini ha già istruito i suoi sindaci padani a levare dai municipi la foto del Traditore della Patria (Mastella, ovviamente), il giorno prima aveva ristretto imperitura alleanza con Silvio e la Meloni in vista delle elezioni prossime venture (ma non a luglio, mi raccomando) e per far capire come stanno le cose si lancia in una metafora calcistica (sicuro che tutti lo capiranno al volo): “in una squadra il centravanti fa il centravanti, non è che puoi prenderlo e metterlo in porta. Savona può fare solo il ministro dell’Economia.” Ma sono solo le otto di sera. Alle nove la posizione è che ci si può pensare,  perché tra le otto e le nove Matteo si deve essere accorto che Di Maio gli ha reso pan per focaccia, sempre usando il povero Paolo Savona come se fosse un randello nodoso (spero per Savona che emigri in Germania, prima di essere usato pure dal PD). Si sente anche la voce di Giorgia Meloni, che fino a martedì era pronta a votare per l’impeachment, ma di mercoledì vuole far parte della squadra di governo col suo quattro virgola qualcosa (che comunque è sempre un quattro virgola, e buttalo via di questi tempi…).

Domani è giovedi, e avremo un primo ministro incaricato che non ha ancora rimesso il mandato (Cottarelli), più uno ombra (di nuovo Antoni Giuseppe Conte?), ma ancora nessun governo.

Però è giovedì, e almeno ci saranno gli gnocchi.

 

Questa, come ha detto Colapesce venerdì scorso, è per Di Maio:

 

Barney

Il Contratto

E niente,  pare che undici settimane dopo le elezioni almeno il programma di governo ci sia. Dice siano quaranta -o cinquanta?- pagine, elaborate da Lega e M5S in lunghe serate di trattative e veti incrociati. Con non so quanti punti, che se è vero quel che dice Salvini sono “il 90% di quello che già era nel nostro programma“, ma pare sia anche gradito ai grillini perché oggi c’è stato il plebiscito bulgaro sulla “Piattaforma Rousseau” che tutti chiamano “Sistema Operativo”, ma io ci sono stato a vedere quel sito -fossi un grillino avrei scritto “ci ho cliccato!!11!!“- e mi pare piucchealtro un paio di pagine in php messe lì a cazzo di cane con tre scopi principali: farti iscrivere (e quindi fotterti i dati personali in una maniera che Zuckeberg sembra un innocuo bimbetto di sei anni al confronto), ciucciarti soldi con le donazioni -sempre gradite-, e darti l’idea che anche tu, si dico a te, imbianchino di Padova, conti quanto un Ministro in pectore, e puoi dire la tua su tutto. A patto che sia quel che il Direttorio -o Direttivo?- ha deciso, ovviamente.

Per esempio, stasera Di Maio ci ha detto bello tronfio che ben 44.796 persone hanno espresso il loro parere sulle 50 -o 40- pagine di contratto di governo, e di queste ben 42.274 han detto “SI“. La fronda del “NO” ha contato quindi 2.522 “iscritti”, e siccome c’era il Signor No il Notaio (ce lo dice sempre Di Maio) i conti tornano, il 94% ha ratificato un programma di governo che -ricordiamolo per i distratti- è per il 90% quello della Lega. Ma ora va bene anche ai grillini. O meglio: a 42.274 iscritti al Sistema Operativo Rousseau. Che in italiani farebbero tipo lo 0,0007 di tutti quelli che vivono in Italia, e qualcosa in più se si contano solo i votanti. Li possiamo chiamare Legione, no?

Domani e domenica la votazione sul programma/contratto si sposta nelle piazze, nei gazebo leghisti aperti a tutti i cittadini (quindi anche a quelli non iscritti a Rousseau), e siccome -l’ha detto Salvini e io ve lo ridico- quel contratto è in pratica la copia del programma elettorale leghista, anche dai gazebo non potrà che uscire un plebiscito.

Forse.

A meno che il PD (ma esiste sempre? E che fanno? Aspettano l’Assemblea nei gazebo, o votano attraverso Twitter?) non saboti la consultazione bBobolare mandando stuoli di negri e di cinesi prezzolati a votare “NO”. Magari appoggiati dai forzisti, che ringalluzziti dall’ennesima resurrezione di Silvio (la dodicesima? oramai s’è perso il conto) puntano decisi a nuove elezioni.

In tutto questo io questo contratto di governo non l’ho letto, né lo voglio leggere, ma faccio mio il commento di Mario Seminerio che parafraso così: dopo averlo faticosamente scritto, quel contratto i nostri eroi dovranno attuarlo. Ecco, li aspetta quella vecchia baldracca della realtà, appoggiata ad una staccionata con la sigaretta accesa e un’aria sorniona.

E poi, a che serve leggerlo se ben 42.274 persone su 44.796 (o su 60.000.000) hanno già detto che è perfetto? A che serve domandarsi come si coprono i 120 Miliardi di Euro necessari a rispettare le promesse del contratto, se i due cardini grillini-leghisti (abolizione dei vitalizi e tagli alle pensioni d’oro) porterebbero 5 o 600 Milioni di Euro e basta, e di altre coperture non v’e’ traccia? Serve a qualcosa -oltre che a sbellicarsi dalle risate- ascoltare il nuovo Nobel in pectore per l’Economia, il leghista Claudio Borghi Aquilini, che tira fuori i mini-BOT e la cancellazione unilaterale di 250 Miliardi di debito italiano perché sennò sbattiamo i piedini per terra?

Nell’attesa di scoprire il nome del pupazzo che accetterà il ruolo di Presidente di un Consiglio in cui è già tutto deciso dal contratto/da Rousseau/dai gazebo non mi resta che chiuderla qua, con dell’anestetico potente.

 

Barney

La gig economy spiegata al mio gatto

Gig per me è -traducendo dall’inglese- principalmente un concerto, una serata dove si suona.

Adesso, accoppiato ad economy fa una roba tipo “l’economia del lavoretto”, una roba che oggi c’è, ti permette di sfangarla fino a stasera e poi chissà?

E’ il way of life dei fattorini in bicicletta (che si chiamavano “ponies”, da Pony Express, ma oggi sono i “raiders”) che consegnano di tutto  a tutte le ore in quasi ogni centro città. Dei dog sitter (quelli che se scendi il cane te lo pisciano, insomma), delle ripetizioni ai ragazzi del liceo fatte dallo studente universitario.

Lavoretti, appunto, che permettevano ai giovani di un tempo (tipo il mio, un secolo fa) di comperarsi birra e sigarette, di pagare la pizza alla morosa, e t’avanzavano anche i soldi per la benzina.

Oggi i lavoretti sono diventati invece uno dei motori pulsanti dell’economia moderna, e si declinano in salsa informatica: con le app.

Il raider fa il suo lavoretto grazie alla app, così come il dog sitter e chi fa ripetizioni. E siccome anche i lavoretti della gig economy sono robe da due spiccioli, se non hai 16 anni ma 40 e i soldi non li spendi in birre ma di gig economy ci vuoi campare, ti devi inventare dog sitter dalle sei alle otto, poi pony fino alle 15 e dalle 17 alle 20 puoi dare ripetizioni.

Poi ceni, e alle 21 entri in servizio con la tua auto, che grazie ad Uber è diventato un taxi che si chiama solo con la app.

Presumo che esista anche qualcosa che si fa tramite app dalla mezzanotte alle tre e che rientra nella categoria “prostituzione”, magari si aggiunge anche quello alla lista dei gig e si arriva a guadagnare una cifra ragionevole.

Altrimenti c’è AirBnB: affitti una stanza della tua casa sempre rigorosamente attraverso la app dedicata, e diventi all’improvviso un bed and breakfast.

Lavoretti: nel migliore dei casi aggiunte ai miseri stipendi di questi tempi, nel peggiore l’unico modo di “lavorare” oggi come oggi.

Come tutti i lavoretti che ho fatto anche io nei primi anni dell’800, non v’e’ alcuna garanzia sindacale, nessun fisso mensile, nessuna (o ridicola) assicurazione contro gli infortuni, spesso non paghi nemmen le tasse.

Ma guadagni poco.

Chi fa i soldi veri sono due categorie di soggetti, una evidente e implicitamente “responsabile” della fioritura di questi app-lavori: chi crea il business e la app si intasca in genere una commissione (10-20% sulla transazione) senza fare in pratica nulla se non mettere a disposizione l’infrastruttura telematica e il canale che fa incontrare domanda e offerta. I soldi li fa sul numero di transazioni giornaliere, e incassa immediatamente sia da chi compra che da chi vende. Facile, pulito, remunerativo.

L’altra categoria di vincitori della gig economy è meno evidente, un esempio splendido e’ in questo articolo qua che tratta approfonditamente il caso AirBnB a New York e le conseguenze sulla città e sui cittadini.

I perdenti sono molti, molti di più: dai gig worker stessi a chi si vede far concorrenza deregolamentata, alle nostre città.

E fa specie che una evoluzione sociale ed economica di questo genere sia stata solo sfiorata (e solo da M5S, Liberi e Uguali e PD) nella scorsa campagna elettorale, probabilmente prima che i politici si accorgano davvero della cosa passeranno un paio di altre rivoluzioni culturali.

 

 

Barney

L’analisi del risultato elettorale fatta dall’omino del mio cervello

A bocce ferme potrei scrivere trenta pagine sui risultati elettorali di domenica scorsa, ma cercherò di sintetizzare al massimo, consapevole che l’attenzione del lettore medio svanisce dopo le prime tre righe (quindi ciao, lettore medio), e che spiegare a un politico di sinistra le ragioni della sconfitta sia arduo come insegnare a ballare a un ippopotamo.

Anche se magari alla fine poi l’ippopotamo se si applica due passi di valzer li fa anche.

Hanno stravinto i grillini, ha trionfato a destra la Lega, il PD è riuscito a fare quasi peggio dei socialisti francesi, Forza Italia non pervenuta, Liberi e Uguali insignificante, il resto è mancia.

Tutto ciò è successo -mi dice l’omino del mio cervello- per una serie di motivi strettamente collegati. M5S e Lega hanno costruito in relativamente poco tempo una struttura territoriale molto ben radicata, attenta ai problemi della gente, e pronta a fornire a questi problemi soluzioni (a parole) semplici e comprensibili. Questo ha pagato complessivamente circa il 50% dell’intero pacchetto di voti, e dovrebbe far capire a PD e Liberi e Uguali che disastro la sinistra abbia combinato in qualche decennio: i progressisti italiani han perso completamente il contatto con la gente, la capacità di analizzare i contesti (se mai l’hanno avuta…), la sensibilità per definire bisogni e priorità, la rapidità di adeguarsi culturalmente e anche tecnologicamente a un mondo che ogni anno cambia a velocità doppia rispetto al precedente.

Se la politica è l’arte di guidare il popolo, insomma, la sinistra attuale non sa cos’è il popolo, né ha la più pallida idea dei suoi bisogni.

Ora vado a spiegare con un disegnetto facile la situazione.

The-Elephant-Curve

Questa qua sopra è la curva di Milanovic, presa da qui, che ci mostra gli effetti della globalizzazione dal 1988 al 2008 ma è sempre attuale e se si aggiungessero dati le cose sarebbero anche peggio.

Asse x per la ricchezza mondiale in percentili, asse y per le variazioni dei salari reali dal 1988 al 2008. Che ci dice, questa curva simpaticamente chiamata “dell’elefante”? Che in vent’anni i poverissimi sono rimasti poverissimi, che il percentile di mezzo (la borghesia dei paesi della BRICS) ha aumentato quasi dell’80% la sua fetta di ricchezza -dimostrando il lato “buono” della globalizzazione-, che i super ricchi hanno raddoppiato la loro prosperità, e soprattutto che la media borghesia occidentale ha visto ridurre la sua ricchezza di 10 punti percentuali. Quel pallino grigio sopra l’80 rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani (e dei francesi, dei tedeschi, degli americani…).

Siamo noi.

Siamo sempre tra i superprivilegiati, intendiamoci: chi sta lì è più ricco di tutti quelli che stanno alla sua sinistra (a volte incommensurabilmente più ricco), ma la nostra condizione è in netto deterioramento, e la pendenza della curva è lì per dimostrarlo.

Quel pallino insomma rappresenta la quasi totalità degli elettori che domenica si sono recati alle urne.

I quali sanno -perché vivono la situazione- che i problemi da affrontare sono le bollette, i mutui, le rate, mandare i figli a scuola… Tutta roba che costa, e la ricchezza in mano alla maggioranza degli elettori diminuisce.

Lega e M5S si sono concentrati su questo problema (che è un problema indubbiamente) e hanno dato due risposte diverse, secondo me semplicistiche e sbagliate, ma almeno le hanno date. Risposte semplici, comprensibili, che hanno fatto presa sull’elettore.

La risposta di Salvini è la combo classica della destra reazionaria: la colpa è degli immigrati E delle tasse troppo alte E dell’Euro. Quindi, via gli immigrati, flat tax, e voce grossa con l’Europa. Facile, comprensibile, sembrerebbe quasi funzionante.

La risposta di Di Maio, almeno quella più appealing per certo elettorato, è il reddito di cittadinanza.

La risposta di PD e Liberi e Uguali è stata “Ius soli“, “Unioni civili” e “Via le tasse universitarie“, che sono certamente proposizioni nobili e alte, ma che francamente non c’entrano un cazzo coll’arrivare a fine mese o col pagare le bollette.

Il resto è contorno: si, Renzi è l’esempio più attuale di come Dunning e Kruger dovrebbero esser fatti santi subito, altro che discorsi; certo, il PD è gestito come una proprietà privata da dieci soggetti che si dedicano esclusivamente a trovare modi sempre più elaborati per giustificare la propria esistenza; ovvio, Liberi e Uguali è stato uno dei tentativi di eutanasia meglio riusciti da decenni, e via andare.

Ma le elezioni in Italia le ha vinte chi ha capito che esiste un problema, e ha fornito risposte comprensibili al problema.

Il 18% + 3,5% di italiani che contro ogni previsione e logica hanno comunque votato i due partiti di sinistra (ma anche il 14% che ha votato Berlusconi) l’hanno fatto -in maggioranza- perchè loro stanno leggermente meglio degli altri, sono quel che rimane della borghesia degli anni ’60.

E i ricchi. Infatti il PD a Milano vince in Via Montenapoleone, e non prende voti alla Bovisa. Sarà un caso? Io credo di no, ma mi sbaglio di sicuro…

Saranno sufficienti le risposte facili di Lega e M5S per risolvere i problemi della gente? Non credo, proprio perché sono troppo facili (e del tutto impraticabili se le si confronta con la dura realtà). Ma almeno Salvini e Di Maio han fatto lo sforzo di analizzare la situazione: questo è stato più che sufficiente per vincere.

Nei prossimi mesi ci divertiremo, comunque, perché la situazione è grave ma fortunatamente non seria.

 

 

Barney