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Filosofia da muro #28

Accanto a Filosofia da muro #9 stanotte e’ apparso Filosofia da muro #28:

filosofiaMura20151105Googlando la frase mi escono millemila risultati di padre incerto e madre altrettanto; a naso non mi pare un roba attribuibile a Vittorio Gassman, o ad Alda Merini, ma neanche a De Gregori o -proprio per mettere l’asticella in basso in basso…- a Ligabue. O a Marco Masini.

Quindi? Boh? Un pensiero adolescenziale che trova qui e ora (non sui millemila siti sopra menzionati) la sua completa e pratica realizzazione. Lo scenario sarebbe perfetto se l’ignot* graffitar* avesse davvero il cuore spezzato dall’amore oramai finito, e non trovasse di meglio che scrivere la sua pena sul muro.

A lui/lei e’ dedicata la colonna sonora, affinche’ un pezzo di ricambio possa andare presto a riparare quello rotto:

Barney

Filosofia da muro #27

L’orgoglio italico con colori filologicamente corretti e lettura da farsi “a blocchi”.

mafiacamorra

Manca la Sacra Corona Unita… ma gli amici pugliesi sono arrivati dopo sul mercato, aspetteranno il prossimo giro.

Barney

Filosofia da muro #26: l’EXPO e Milano Porta Garibaldi

Dell’EXPO non so cosa dire, se non che e’ una puttanata mostruosa, un circo Barnum pieno di gGente che si puppa file disumane per fare non ho capito bene cosa (“visitare i padiglioni”, sembra. Noto una certa assonanza con “stritolare i coglioni”, ma deve essere che ho l’orecchio musicale… Pero’ mi pare d’aver capito che c’e’ anche una specie di tessera-fedelta’, e che ad ogni padiglione visitato ti puoi far mettere un timbro. Non so se alla fine vinci qualcosa, ma francamente m’importanasega).

Ho fotografato queste scritte al padiglione austriaco, chi era con me c’era gia’ stato mi pare due volte e ha detto che all’inizio non c’erano scritte su quegli enormi dischi di ferro. Meno male c’erano ieri, cosi’ ho giustificato il post:

IMAGE00556La folla oceanica vagava senza meta apparente, la gGente parlava di “cardo” e “decumano” come se sapesse il significato delle due parole e avesse sempre abitato in citta’ in cui si parla latino classico, ogni cesso faceva somigliare uno stallino per maiali ad una reggia, le navette di collegamento potevano competere con scatole di sardine da quanta gente contenevano… Un immenso bordello, insomma, con una incredibile quantita’ di scolaresche in gita che m’ha fatto subito venire in mente come cazzo faranno gli insegnanti a ritrovare tutti i figlioli a fine giornata. E una quantita’ di specchi per farsi i selfie, quasi mi dimenticavo della cosa piu’ importante per la gGente: dimostrare all’universo mondo dei social media che tu ci sei stato, sei te quello ripreso -sorriso da scemo, zainetto sulle spalle, odore di giungla che s’avverte anche dal dagherrotipo elettronico- nello stand della Guadalupa.

Sul treNo(rd) che mi riporta in stazione siedo accanto a un gruppo di mature signore meneghine, che si raccontano della loro quinta volta all’EXPO, di come stavolta siano state al padiglione dell’Azerbaigian e non han fatto le sette ore di fila per il giapponese. Poi fanno i conti di come quella volta (una delle cinque) han fatto quasi dieci ore di coda e visitato ben due padiglioni. Infine le carampane si mettono a parlare di cinema, e decidono che gli unici due film da vedere per la prossima stagione sono “Woman in gold” e “Marguerite“. So cosa non andro’ a vedere io, alla mia fermata le saluto e mentalmente ringrazio per la dritta.

Arrivato a Porta Garibaldi ho rivisto la luce. Mi sa che i murales del sottopassaggio li ho gia’ fatti vedere, se e’ cosi’ ho sicuramente messo questa foto qua che mi piace assai:

IMAGE00585E’ meglio di tutto quel che ho visto a EXPO.

A parte, forse, la mostra minimalista di Fabrice Gygi, artista svizzero contemporaneo che ha cercato di far pensare la gGente con la sua installazione (due sculture allestite in uno stand volutamente in dismissione) e il catalogo che ci e’ stato gentilmente regalato: un quaderno con fogli bianchi, sopra ogni foglio un quadrato vuoto -simbolo dell’imperfezione per Gygi- da riempire a piacere.

Poteva sicuramente andare peggio. Ma non ha piovuto…

Il commento musicale lo affido -per contrappasso rispetto all’odio da me sparso a piene mani qua sopra- ai B.R.M.C.:

Barney

Filosofia da muro #25

Nichilismo cosmico, per questa scritta sul muro:

IMAGE00412Pero’ c’e’ un “Queen” alla fine, chissa’ se c’entra qualcosa con il resto.

Ma se c’e’ una “queen” ci potrebbe essere anche un “king”, e il post lo si puo’ chiudere con “Heroes”, versione acustica al Bridge School Benefit, di cui sicuramente ho parlato decinaja di volte.

Barney

Filosofia da muro #24bis. Ancora Germania

Qua si va sul semplice e comprensibile anche per le masse.
Siamo sempre dentro il campus:

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La colonna sonora l’ho in mente, ma la aggiungo con calma…

Eccola qua, che da Cruccolandia non si puo’ usare youtube:

Barney

Filosofia da muro #24. Filosofia tedesca

Non e’ Kant, ne’ Hegel.

Sono le scritte che tappezzano i muri dell’Universita’ di Stoccarda, e le strade del centro.

All’Universita’ ho trovato queste, splendide per il loro pertinace attaccamento al comunismo anni ’60 (contaminato dal tifo calcistico degli uligani locali, e da chissa’ cos’altro):

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Quest’altra e’ invece in centro, all’uscita della stazione StadtMitte:

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Colonna sonora acustica, dai Last Internationale. Che quando si parla di falce e martello ci stanno sempre bene:

Barney

I fought the law (three times)

La conoscono tutti nella versione – Clash del 1979, che ha comunque una storia interessante dietro:

Qualcuno avra’ sentito la versione originale del 1959, dei Crickets:

Ancora meno avranno sentito quella incazzatissima di Jello Biafra e i suoi Dead Kennedys del 1987, che ha le parole cambiate e una storia ancora piu’ interessante dietro:

Al contrario di tutti gli altri, Jello Biafra canta infatti “I fought the law, and I won“, perche’ nella sua versione si parla di un fatto di cronaca nera della San Francisco di fine anni ’70, dove tal Dan White uccise Harvey Milk (si, quello del film “Milk“!) e il sindaco dell’epoca, George Moscone. La storia mica finisce qua, eh? Perche’ White se la cavo’ con una condanna per omicidio preterintenzionale (anche se in realta’ fu un doppio assassinio premeditato, con un caricatore scaricato addosso a ciascuno dei due uccisi e altri otto nelle tasche dell’omicida) grazie ad una difesa che punto’ sulla depressione dell’assassino, ex poliziotto e pompiere, che l’aveva portato a cambiare stile di vita e a cominciare a nutrirsi di cibo-spazzatura ricco di zuccheri, tra cui i Twinkies. Da qui la “Twinkie defense” (da non confondersi con la “Difesa Chewbacca“, che sarebbe una supercazzola lunghissima per cui la giuria non capisce piu’ un cazzo, perde di vista l’accusa e in genere manda salvo il colpevole), che fece dimolto incazzare l’opinione pubblica perche’ risparmio’ la pena di morte all’accusato. Il quale, per non farsi mancare nulla, si fece 5 anni di carcere al termine dei quali fu bandito da San Francisco e alla fine, due anni dopo essere stato rilasciato sulla parola, si suicido’ con i gas di scarico della sua auto.

Ce ne sono millanta, di versioni di “I fought the law”, cantate da gruppi country, rockabilly, folk, pop, da attori… Un classicone che parla di lavori forzati, rapine a mano armata, bellezze che si perdono perche’ s’e’ in prigione.

Perche’ s’e’ fatto a cazzotti con la legge, e la legge ha vinto.

A parte nel caso – Dan White.

Barney