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[Cartaresistente] Paralleli su carta n°3: Tolkien e Smith

Due mattoni da più di milletrecento pagine, due saghe che hanno fatto la storia di letteratura e fumetto, due romanzi fantasy in cui il personaggio principale è il più comune tra i protagonisti, e uno dei suoi amici e protettori ha super poteri inimmaginabili, e i cattivi sono veramente cattivi.

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“Bone” di Jeff Smith e “Il Signore degli anelli” di J.R.R. Tolkien, insomma.

Della trilogia tolkeniana tutti sanno tutto, soprattutto grazie ai film di Jackson (sperando che in molti abbiano pure letto il libro…), le righe rimanenti le userò quindi per “Bone”.

Il fumetto di Smith è la storia di tre cugini che – scacciati da Boneville, la loro città – capitano nella Valle, l’equivalente della Terra di Mezzo del romanzo di Tolkien.
Nella Valle combatteranno il Male alleandosi con gli abitanti del posto. Semplice, lineare e classicamente perfetto.

Come in Tolkien i protagonisti non sono umani: nel Signore degli Anelli Frodo e i suoi compagni della Contea sono Hobbit, mezz’uomini. Qua sono buffi personaggi che somigliano a pupazzi, che però interagiscono con uomini, draghi e mostri vari, spesso risultando più umani dei loro corrispettivi.
Rispetto alla trilogia tolkeniana, “Bone” ha una punta di amara ironia che allevia il dramma incombente, e alcuni spunti del tutto comici. È un libro adatto a una vasta fascia di età, direi dagli otto anni in su. Con l’unica avvertenza di fare attenzione sul serio al peso del malloppone, poco gestibile dalle piccole mani dei bambini.
Una chicca per chi come ma ha quel libro come totem: Fone Bone, il protagonista del fumetto di Smith, ha una sacca con dentro i suoi tesori. Uno di questi, il più prezioso, è una copia di “Moby Dick” di Melville.

“Bone”, di Jeff Smith (Bao Publishing)
“Il Signore degli Anelli”, J.R.R. Tolkien (Bompiani)

 

Barney

 

 

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[Cartaresistente] Paralleli su carta n°2: Spiegelmann e Meyssan

Paralleli divergenti in questo caso, tra un fumetto serissimo nella sua opera di documentazione d’un dramma raccontato in presa diretta, e un romanzo-inchiesta a teorema, che vorrebbe dimostrare la falsità e l’inconsistenza della versione ufficiale dello stesso dramma.
L’episodio preso in esame è famosissimo: l’attacco all’America dell’11 settembre 2001, e ci viene raccontato attraverso il World Trade Center caduto a New York, disegnato qualche settimana dopo da Art Spiegelmann ne “L’ombra delle Torri“, e l’aereo caduto sul Pentagono pochi minuti dopo l’attacco a New York, che secondo il Therry Meyssan di “L’incredibile menzogna” non e’ mai esistito.

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I punti di vista opposti nascono da esperienze nemmeno lontanamente comparabili tra di loro: Spiegelmann che vive da sempre a New York, e che ci racconta l’ansia di sapere la figlia proprio nella zona dell’attacco, al suo terzo giorno di scuola, la corsa pazza e senza fiato alla ricerca di informazioni, l’orrore in successione dei crolli delle due Torri, l’odore nauseante delle settimane successive che ricorda quello che suo padre gli ha raccontato dei camini di Auschwitz… e Meyssan, che costruisce tutto il suo libro su assunti e prese di posizione del tutto arbitrarie, e lo fa “osservando” foto e filmati dalla Francia, senza nemmeno aver visto da vicino i luoghi di cui millanta di sapere tutto, che ci racconta di bugie e coincidenze incredibili, che discetta di ingegneria e tecnologie aeronautiche non avendo una base nemmen minima per farlo.

Io – ve lo dico subito – sto con Spiegelmann; ma i due libri leggeteli entrambi, perche’ solo il fatto che si possano esprimere idee cosi’ diverse su un episodio che tutti abbiamo vissuto e’ stupefacente e meraviglioso allo stesso tempo.

Art Spiegelmann “L’ombra delle Torri”, Einaudi 2004
Thierry Meyssan “L’incredibile menzogna”, Fandango Libri 2002

 

Barney

Filosofia da muro #118 e #119 (hat trick: Pendolante)

Due immagini al prezzo di una, entrambe su treni per pendolari dell’Italia centrale.

Ho messo assieme quella di Pendolante e una mia perché esprimono violenza in modi diversi. La foto di Katia è splatter tarantinesco-Dexteriano che fa sorridere, nessuno lo prende sul serio:

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La mano è allenata a scrivere con la bomboletta, con lettere a metà tra il gotico nazista e il l33t che denotano un tasso di nerdaggine notevole, magari la sega circolare è l’arma di riferimento dell’avatar del graffitaro in qualche FPS massivo.

L’altra scritta l’ho fotografata io, dentro un treno che potrebbe essere il gemello di quello di Katia, ma dall’altra parte dell’Appennino:

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Qua la rabbia, la frustrazione, l’odio per i negr i nigeriani si avverte dal primo momento, e se ce ne fosse bisogno lo stizzito personaggio sottolinea due volte tutta la frase.

Tutta meno “Faculo dal“, che non è un typo ma proprio lo specchio del livello culturale (scusate il termine) del graffitaro. C’è addirittura spazio tra “Fa” e “culo”, una “n” ci sarebbe stata se la frase fosse stata riletta oltre che sottolineata. Ma tant’è: questo è il messaggio che il coraggioso suprematista-nazionalista ha voluto lasciare a chi fosse salito sul treno dopo di lui, sforzandosi tra l’altro nel recupero di quelle abilità manuali faticosamente imparate nei lontani e terribili anni delle scuole elementari (usare una penna, scrivere lettere, cercare di mettere in fila soggetto, verbo e complemento oggetto…).

Qua non siamo di fronte a uno che gioca a Grand Theft Auto. Qua siamo davanti a uno che purtroppo ci crede, e che magari alla fine prende una pistola e gli spara, ai negr ai nigeriani che non sono andati a faculo dal nostro paese. Che poi, mi piacerebbe sapere cosa si intende per andare a faculo dal nostro paese

 

 

Barney

[Cartaresistente] Paralleli su carta n°1: Baru e Izzo

Ri-leggere un libro è un atto che richiede volontà: non capita per caso, soprattutto quando dopo il primo ne rileggi un secondo che avevi già in mente dall’inizio, come nel caso che riempie il resto del post.

L’autoroute du Soleil” di Baru e “Casino totale” di Izzo sono rispettivamente una graphic novel disegnata da un francese del nord est quasi come fosse un manga giapponese, e un romanzo scritto da un francese del sud che si può etichettare “poliziesco hard boiled” ma anche racconto politico, diario musicale e ricettario assolutamente accurato di piatti della tradizione marsigliese.

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Entrambi pubblicati nel 1995, raccontano una Francia che sta facendo i conti in quegli anni con il prepotente ritorno del nazionalismo del Front National di Le Pen, e lo fanno incontrandosi idealmente a Marsiglia, città teatro delle gesta del poliziotto Fabio Montale di Izzo e luogo di fuga per Karim e Alexandre di Baru, che partono dalla Lorena per un viaggio picaresco nel profondo della Francia rurale.

In entrambi i libri si avverte l’anarchia dei protagonisti, e se nel fumetto si gusta il tratto splendido di Baru per tutto ciò che non è umano (le Citroën paiono fotografate, invece che disegnate) e la scanzonata ed incosciente gioventù dei due fuggitivi, in Izzo l’amaro fatalismo di Montale ci pervade, e ci lascia soltanto quando il poliziotto cucina, o quando va – da solo – in barca.

Tornando alla premessa iniziale, forse la ragione inconscia che mi ha spinto alla rilettura è proprio lo strato politico che entrambe le opere posseggono, il rifiuto di lasciare la società nelle mani di un nuovo fascismo che appare meno duro di quello vecchio, ma infinitamente più subdolo e pericoloso.

 

Barney

[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n. 6 (Lucca Comics and Games)

Lucca ospita ogni anno, nel weekend del 1 novembre, il Festival Internazionale del Fumetto, del Cinema d’Animazione, dell’Illustrazione e del Gioco. In parole povere, Lucca Comics and Games, in sigla d’ora in poi LCG.

LCG è di gran lunga l’evento più “riempipista” per la città: in quattro giorni si assiste ad un vero e proprio gioioso e colorato assedio da parte di più o meno giovani appassionati di fumetti e giochi di ruolo. Per dare un’idea a chi non ha mai provato l’ebrezza del Festival, l’edizione passata ha fatto registrare piu’ di 200.000 presenze, con più di 180.000 biglietti venduti. Tutta questa gente “fa girare l’economia”, e muove – in soli quattro giorni, ve lo ricordo – un venticinque milioni di Euro tra biglietti, fumetti venduti e indotto (vitto e alloggio). I lucchesi mugugnano e sbuffano per 361 giorni l’anno su come questo esercito di cosplayer, collezionisti, pazzi furiosi e adolescenti muniti di brufoli d’ordinanza sconvolga la tranquilla esistenza dei novemila residenti nel centro storico. Poi, contano gli incassi dei giorni di LCG e mugugnano su quanto poco duri la pacchia. Lucchesi: popolo di commercianti e venditori, si dice che siamo tirchi e corti di braccio, ma è tutta invidia

Nel 2008, nell’ambito di LCG fu organizzata una bella mostra nella quale si raccolsero le tavole originali di sei storie accomunate dall’essere ambientate a Lucca o nella campagna lucchese. Tra le storie esposte (ed integralmente fruibili da questo link qua) ce n’era una disegnata da Vittorio Giardino e sceneggiata da Pierfrancesco Prosperi che a me è sempre piaciuta parecchio: “La terza verità”. La si trova anche nel volume della collana “I grandi classici del fumetto di Repubblica” dedicato a Giardino. Il tratto di Giardino ricorda quello di Manara, che è più famoso solo perché disegna più donnine nude. Che riescono benissimo anche a Vittorio, per inciso; ma le sue storie sono più cerebrali, come quella ambientata a Lucca, che è – anche grazie al plot di Prosperi – un giallo fatto e finito, con innumerevoli colpi di scena e molta azione. C’e’ anche del sesso, ma non e’ fine a se stesso: fa parte della storia.

E così abbiamo anche introdotto il tema vero dell’articolo.

Dunque, dicevo che “La terza verità” è ambientato a Lucca. Questo è vero in senso letterale: l’autore non si è fatto ispirare da un luogo per poi – come a volte capita – costruire una città di fantasia. Qua i luoghi, i nomi, gli scorci sono esattamente quelli della mia città. E siccome sono luoghi e scorci che vedo tutti i giorni, m’è venuto in mente – in preparazione a LCG 2013 – di provare a far vedere anche ai lettori di Cartaresistente la maestria di Giardino nell’uso della linea chiara per i suoi fumetti, e la cura per i particolari che mette in ogni singolo disegno. Le foto cercano volutamente di scimmiottare i disegni: credo che così ci si possa rendere conto di quali sono i punti essenziali del luogo, e di come Giardino li ha colti molto meglio di come puo’ fare un mezzo artificiale quale è la macchina fotografica.

Basta scrivere, ecco qua lo svolgimento del tema:

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Barney

[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n.4 (Villa Bottini)

Per arrivare al luogo di oggi devo partire da lontano: da una foto aerea del centro storico. Eccola qua sotto:

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I punti rossi pieni rappresentano gli angoli del quadrilatero romano iniziale, la pianta primitiva della città ancora perfettamente visibile dopo più di venti secoli. Alcune porzioni di quelle mura si possono vedere dal vivo, nella parte sud del quadrilatero. Subito fuori dalle mura romane c’era – nella parte nord – l’anfiteatro, che oggi è una splendida piazza che conserva dell’antico luogo solo la forma ellittica, e un po’ di marmi e colonne nei muri degli appartamenti che adesso la circondano.

Il cerchio rosso vuoto rappresenta il luogo dove si apriva una porta sulla direttrice principale est-ovest. Subito fuori dalla porta c’è la chiesa di Santa Maria Forisportam, o Santa Maria Bianca (che ho citato parlando di Santa Maria Corteorlandini), in una piazza che si caratterizza per una colonna romana spezzata, da cui il nome popolare di Piazza della Colonna Mozza. Procedendo verso est sull’attuale via Santa Croce arriviamo al perimetro della seconda cerchia di mura, quella medioevale.
Nella foto ho evidenziato con pallini gialli il fosso (a Lucca i canali sono fossi) che circondava e delimitava le mura ad est. Il cerchio giallo vuoto racchiude una porta perfettamente conservata, Porta San Gervaso. Oltre la porta, ancora più a est, una volta c’era l’esterno della città, che nell’800 si trasformò nella zona del relax per i lucchesi: parchi, laghetti e luoghi di svago e gioco.
Si vede molto bene che questa parte di Lucca è anche oggi molto ricca di giardini e parchi; dal basso verso l’alto incontriamo infatti l’orto botanico monumentale (vale una visita per la varietà di specie, la maestosità di alcune piante centenarie, e per la magnifica collezione di piante officinali lucchesi); un po’ più su troviamo gli orti del convento di San Micheletto (oggi centro congressi e sede della Fondazione Ragghianti) e ancora piu’ su finalmente Villa Bottini.

La villa è un esempio perfetto di abitazione di campagna dei ricchi mercanti del 1600, con l’ovvia differenza rispetto alle sue simili d’essere dentro la città e non sulle splendide e soleggiate colline dei dintorni. La costruzione è semplice, due piani fuori terra piu’ una altana vetrata, più un seminterrato nel quale ancora oggi si possono vedere le cucine originali dell’epoca.
Da una ventina d’anni la villa è di nuovo aperta al pubblico che -soprattutto d’estate- affolla lo splendido parco alberato con libri, bambini e qualche innocuo cagnolino.

Nelle sere di luglio ed agosto il parco di Villa Bottini si trasforma in sala cinematografica all’aperto, o in palcoscenico per spettacoli di musica e teatro; le stanze splendidamente affrescate della villa ospitano invece tutto l’anno mostre e convegni.
La villa e il parco sono circondati da un alto muro in mattoni, nel quale si aprono grandi finestre inginocchiate dotate di grate in ferro battuto, che nel seicento ribadivano la distanza tra i ricchi che stavano dentro e i poveri che affollavano le viuzze subito fuori. Qualche anno fa il tempo e l’incuria hanno fatto cadere una larga parte del muro di cinta, quasi a confermare che siamo in un’epoca più democratica.

Almeno a parole…

 

Barney

 

 

[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n.3 (Santa Maria Corteorlandini)

[Questo pezzo è stato scritto per e pubblicato su Cartaresistente, il 12 settembre 2013]

Tra le innumerevoli, splendide chiese racchiuse dalla circonferenza delle mura urbane m’è venuto in mente di segnalarne una non conosciutissima, ma meritevole di più d’un paio di parole: Santa Maria Corteorlandini.
La zona in cui sorge la chiesa è quella nord ovest, fuori dal giro classico dei turisti da crociera che intasano a scaglioni il Fillungo e Piazza Anfiteatro, ma vicina al palazzo del Comune e adiacente alla Bibiloteca Statale: una porzione di città abbastanza viva e vissuta dagli abitanti del centro storico, sempre meno in numero assoluto e sempre più forestieri in termini di provenienza.
Ma torniamo alla chiesa. Già il nome ufficiale merita una spiegazione: “Corteorlandini” è imbarbarimento del nome della casata che abitava nella corte adiacente alla chiesa, i Rolandinghi, famiglia nobile e potente della Toscana del medioevo. La corte si chiamava infatti “Rolandinga”, da cui è uscito per varie inversioni lessicali e successive elisioni tipiche del dialetto lucchese l’”orlandini” che abbiamo oggi.

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L’impianto originario è romanico e risale sicuramente a molto prima del 1200, perché una scritta su una delle porte della sagrestia rammenta il rifacimento del 1187 sopra un edificio più antico; molti interventi successivi hanno poi trasformato la chiesa in un misto di stili che paiono arrampicarsi l’uno sull’altro: la facciata nuova, rifatta nella prima metà del 1600, è tipicamente barocca, mentre la parte posteriore conserva esternamente la struttura della chiesa romanica, con le navate e le absidi ben visibili dalla strada. Due inquetanti leoni del 1300 sovrastano infine l’attuale ingresso dal lato sud della chiesa, attraverso una severa porta lignea.

La chiesa è conosciuta dai lucchesi come “Santa Maria Nera”, da contrapporsi all’ovvia “Santa Maria Bianca” (o Santa Maria Forisportam, perché qua se le cose non hanno almeno due nomi non siamo contenti…) non tanto per il colore dei marmi (candido bianco di Carrara in entrambi i casi), ma perché dalla metà del 1600 ospita una statua che riproduce la Madonna di Loreto (che è per l’appunto nera).

L’interno di Santa Maria Corteorlandini è spettacolare. Un cartello all’ingresso vieta le riprese e le foto, per cui debbo rimandarvi a questa pagina per una visione che rende molto poco della bellezza del ricco barocco degli affreschi e degli stucchi dorati al soffitto, e della severa cupezza di tele e arredi alle pareti. La speranza è che la si vada a vedere dal vivo, ovviamente…

 

Barney