Still life with Hulk and a Schweppes

Sali le scale che dal sottopasso ti indirizzano sul solito binario 4, dove tutte le mattine lavorative prendi il treno per Pisa, e fatto l’ultimo scalino con la coda dell’occhio t’accorgi di una macchia verde sul muretto.

Ti giri, e vedi questa composizione qua:

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Il pupazzetto e’ malmesso, la mano sinistra quasi staccata dal braccio, l’espressione e’ smarrita e sembra quasi che Mr. Banner si scusi: “Guarda che non mi ci sono messo da solo qua, eh? E guarda che l’acqua tonica io non la bevo. Mai”.

Dopo essermi accertato che nessuno in giro stava reclamando Hulk, ho scattato.

Stamani omin action figure e bottiglietta non c’erano gia’ piu’.

 

 

Barney

Mai piu’ senza

Visti stamani in libreria, questi tre testi sono un indispensabile strumento sociale che non puo’ mancare nelle case degli italiani:

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Essendo tutti bilingue, non dovrebbe essere un problema tirar fuori le combo cane-gatto, gatto-cavallo e cane-cavallo e mi stupisco non ci abbiano ancora pensato: qualche genio che li compra si trova di sicuro.

 

Barney

“Zero K”, Don Delillo (Einaudi, 2016)

L’ultimo romanzo di Delillo e’ una delusione.

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E’ una delusione perche’ la scrittura, scarna ed elegante, e’ l’unico contenuto del romanzo. Delillo in questa opera sembra aver generato piu’ frasi possibili mescolate come venivano, all’unico scopo di far vedere come scrive bene. Il che era gia’ noto, per cui avrei voluto trovarci qualcos’altro.

E dire che la storia sarebbe stata interessante: il protagonista, Jeffrey, accompagna il padre in una remota landa dell’ex-Unione SOvietica. Li’ in mezzo al nulla c’e’ un centro, Convergence, dove i ricchissimi e malatissimi si fanno ibernare nella speranza che tra qualche decennio possano essere curati e risvegliati (il titolo -ora e’ chiaro- si riferisce allo zero assoluto, la temperatura minima possibile, zero gradi Kelvin). Il padre di Jeffrey porta al centro la sua seconda moglie, malata terminale.

La prima meta’ del libro e’ il racconto della crioconservazione della donna, raccontata con la voce del figliastro che si aggira svogliato e apatico in questo enorme centro iperteconolgico. Ogni tanto Jeffrey pensa a sua madre, che lui ha visto morire anni fa. E poi nulla: mangia, gira a caso, incontra gente strana con cui instaura dialoghi assurdi. Finalmente la donna viene congelata, e il padre manifesta la volonta’ di seguirla nel viaggio verso il futuro. La cosa avverra’ due anni dopo, e anche questa volta Jeffrey accompagna il padre a Convergence.

Nel mezzo la storia del protagonista con Emma, una maestra divorziata con un figlio adottivo ucraino che alla fine del libro scompare per apparire poi a Jeffrey in TV, a Convergence: il ragazzo si e’ arruolato tra i ribelli ucraini e viene ucciso in diretta televisiva.

Alla fine il nostro Jeffrey se ne torna negli USA, inizia a lavorare e pronuncia la frase-simbolo del libro:

Sento che mi sto adattando a una vita lunga e mite e l’unica questione che rimane aperta e’ quanto finira’ per essere letale.

Il che e’ stupefacente, visto che sin li’ l’uomo e’ stato il ritratto della passivita’ e dell’inazione.

Ma tant’e’. Capisco che Don stia invecchiando, che c’e’ da scrivere della morte che s’avvicina… ma questo l’aveva fatto gia’ benissimo prima, quando era piu’ giovane, senza cercare l’epitaffio perfetto per la sua tomba.

E no: questo libro NON e’ l’epitaffio perfetto.

 

Barney

Filosofia da muro #91 (hat trick: adp)

Ammennicolidipensiero mi ha mandato parecchie scritte, molte le pubblichero’ perche’ sono notevoli.

Questa, per esempio, e’ un bell’esempio di come l’amore (o amMore) vince sempre sull’odio e sull’ignoranza:

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Vince alla lunga soprattutto sull’ignoranza, come si vede qua sopra.

Prima c’e’ da sbattere contro le “U” troppo numerose nel nome dell’amata, che pero’ potrebbe prendersela se le si trasforma in “O”, e allora il primo tenero abbozzo viene barrato: “Urso“, si sposta la timida mano un po’ piu’ in la’ e si scrive -finalmente- la cosa giusta.

Giusta finche’ dura…

E anche se e’ gia’ passata molte volte qua, questa e’ la colonna sonora:

 

Barney

xkcd: Identification Chart

A meta’ tra birdwatching e terza guerra mondiale, Randall gioca sui nomi degli aerei da guerra americani:

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La vignetta e’ tragicamente attuale e non credo sia un caso. Come non credo sia un caso l’alt-text:

Be careful—it’s breeding season, and some of these can be *extremely* defensive of their nests

Detto che l’aereo militare americano piu’ bello e’ forse il Blackbird (ovvero il Lockheed SR-71, che piu’ che un merlo sembrava un condor), do’ conto dell’accesa discussione che e’ nata sul forum di xkcd riguardo al fatto che nella vignetta non c’e’ l’A-10, nickname “Warthog”. Molti han fatto notare che i facoceri non volano, e questo dovrebbe far capire anche a chi non ha mai visto un A-10 di cosa stiamo parlando…

 

Barney

Una storia di inizio secolo scorso

L’ho trovata da Nebo, che quando tira fuori queste cose e’ doppiamente divertente.

Parla di sport, ma non di calcio. E’ la cronaca scazzona e irriverente (ma vera nei suoi particolari) della tragicomica Olimpiade di St. Louis, 1904. La terza Olimpiade dell’era moderna, venuta dopo l’altra tragicomica di Parigi, 1900, e come l’edizione francese appaiata all’Esposizione Universale.

L’edizione di St. Louis ha avuto punti vergognosi, come le gare tra aborigeni raccattati tra i padiglioni dell’Esposizione Universale, gare che avrebbero dovuto provare come alcune razze sanno fare cose, altre razze eccellono in cose diverse (tiro dei tronchi, alberod ella cuccagna, robe da circo insomma). C’e’ stato di tutto, in quelle Olimpiadi. Incluso un ginnasta con una gamba di legno che ha vinto 6 medaglie, e 4 nuotatori di una squadra di pallanuoto morti di tifo perche’ la “piscina” era uno stagno in cui si abbeveravano le vacche malate. Ma l’apice del disastro si raggiunse con la gara regina di ogni competizione olimpica: la maratona. La corsa e’ rimasta nella storia per essere stata l’edizione piu’ lenta mai disputata in una competizione olimpica, quella con il maggior numero di ritirati rispetto ai partenti (sui 32 disperati che iniziarono la gara ne arrivarono 15, e uno di questi fu squalificato dopo essere stato proclamato vincitore perche’ si fece tre quarti della corsa in macchina), e probabilmente quella con il minor numero di rifornimenti d’acqua per i concorrenti (due, in una giornata da 32 gradi all’ombra, in cui i concorrenti correvano su strade di terra battuta impolverate dalle auto che precedevano la corsa).

La storia che leggete qua e’ -come gia’ detto- vera nel suo impianto e nei suoi protagonisti, molti degni d’essere protagonisti d’un romanzo. Qua e la’ ci sono le classiche esagerazioni di Nebo, ma sono particolari.

E’ uno spaccato interessante ed incredibile, cui mancano addirittura pezzi ancora piu’ incredibili che ho trovato da altre parti (mi ha appassionato, questa storia), e se siete curiosi come me vi troverete a cercare di informarvi anche sulle altre edizioni di prima delle guerre, dalla gia’ citata edizione parigina a quella londinese. Una buona base di partenza e’ la Treccani, buon divertimento.

La musica e’ un po’ piu’ recente, ma e’ la colonna sonora ideale.

 

Barney

Still life with blue shoes

Non di camoscio come quelle di Elvis, ma indiscutibilmente blu queste scarpe erano accuratamente allineate sul solito binario Ovest, stamattina:

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Le scarpe sono una delle cose che si trovano piu’ spesso, in stazione. Se la giocano con le siringhe, e sono testimonianza di un’altra disperazione rispetto ai cilindretti di plastica con ago e stantuffo. O meglio: una volta forse era cosi’, oggi quasi sempre le due cose -la droga e il vagabondaggio- coincidono.

Chissa’ se domattina le ritrovero’ sulla banchina, allo stesso posto, tra l’indifferenza di tutti gli altri pendolari che corrono all’uscita per tuffarsi in un ennesimo giorno uguale a quello precedente. O se qualcuno (il proprietario, un altro barbone) se le sara’ prese -o riprese-. Vedremo, adesso musica: i Suede (cosi’ tutto torna) che cantano Trash (e tutto torna ancor di piu’).

 

Barney