Filosofia da muro #149

Oltre alle scritte, sui muri ci sono appiccicati a volte dei manifesti.

Possono essere manifesti funebri, pubblicità, anticipazioni di concerti e spettacoli teatrali, inviti a sagre e feste paesane…

Oppure possono essere robe come questa qua:

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L’assenza di timbri comunali indica una afissione abusiva, ma questo è francamente il minore dei problemi del nostro Filippo.

Già colpisce il colore, rosso sangue (che avrebbe voluto -immagino- essere un rosso passione), ma il messaggio e il font danno il colpo di grazia alla composizione, senza parlare del fatto che accanto all’opera d’arte di Filippo campeggia il manifesto della trentacinquesima sagra del rigatone…

Il font: deve essere della famiglia del Comics Sans, una delle cose peggiori che un word processor possa mettere nelle mani di un bimbominkia.

Il messaggio: a naso l’idea che il buon Filippo voleva dare al suo amore era una roba del tipo “non posso vivere senza di te”. Io cerco di immedesimarmi nel destinatario (o destinataria), e l’unica cosa che mi viene da dire è “bene: trattienilo, il respiro. Ma tanto, eh?”

La firma peggiora il tutto, ancora più Comics Sans, a dare l’idea di un corsivo fatto a mano.

Un consiglio non richiesto a Filippo: la prossima volta vai di bomboletta: la scritta risulterà sicuramente più onesta e sincera di questa roba qua sopra.

E ispirati a questa canzone, se vuoi parlare di respiro:

 

Barney

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A volte ritornano: Nettuno (7 di 7)

E con Nettuno si chiude la ripubblicazione sul blog di Tratto d’unione dei sette pezzi facili illustrati da Davide Lorenzon, e pensati per quella bellissima esperienza che fu Cartaresistente.

La serie si chiude con una strizzata d’occhio alla panspermia, che tutto sommato è tra le teorie più plausibili sul come la vita possa essersi diffusa nell’Universo (molto più plausibile di quello che vi racconterebbero quelli di Scientology (C), e sicuramente meno costosa).

Al tempo (era il 1835, circa…) avevo associato ai sette pezzulli dei brani musicali, a Nettuno era toccato questa splendida -e in tema- canzone dei Pearl Jam, che ci sta davvero bene anche oggi:

 

Barney

Biometrics

Ad aprile scorso è venuto fuori per la prima volta che alcune compagnie aeree, in alcuni aeroporti, usano un sistema di riconoscimento facciale al posto del controllo del passaporto per farvi accedere al vostro volo. La cosa è abbastanza esplosa da aprile, e i boarding biometrici sono oramai diffusissimi.

Ci sono mille motivi per cui questo non è buono, a cominciare dalla vostra privacy, e prima o poi dovrò scrivere un racconto su come la tecnologia si sta diffondendo e prende possesso delle nostre vite (chi usa Alexa in casa, o un qualsiasi assistente vocale sullo smartphone spero abbia notato quanto sono intrusivi questi sistemi [1]), ma se proprio devo scegliere un esempio del perchè il buon vecchio controllo umano è migliore, beh, c’è questo pezzo qua che dovrebbe bastare.

In sintesi: un sistema per riconoscere dei sospetti attraverso un sistema di riconoscimento facciale biometrico in prova alla polizia londinese ha cannato nell’81% dei casi. Su 5 fermati, 4 si sono rivelati assolutamente estranei a qualsiasi fatto criminale. Un lancio di dadi avrebbe fatto meglio, e meno male che il sistema è in prova, e che prima di agire qualcuno (un uomo) ci abbia pensato tre volte, altrimenti avremmo avuto un ottimo mezzo per sfoltire la popolazione mondiale.

Siamo solo all’inizio, e le cose non potranno che peggiorare.

 

 

Barney

 

[1]: due episodi che mi sono capitati nelle ultime settimane: una sera a cena parlavo con i miei figli di startup americane, e in particolare di quelle che producono e vendono beveroni energetici saltapranzo. Nessuno aveva il cellulare in mano, ma dopo la cena, appena sono andato su Internet, mi sono arrivate una decina di pubblicità proprio di questa roba, che io non ho certo cercato. Pochi giorni dopo, al lavoro, parlavo con dei colleghi, e a un certo punto ho detto “ragazzi, sono io il commerciale”. Dalla tasca di uno dei colleghi l’assistente di Google ha parlato “Hai cercato “Commerciale” nelle vicinanze. Ecco i risultati”.

 

A volte ritornano: Urano (6 di 7)

Oggi da Tratto d’unione la volta dell’ultimo gigante del sistema solare, in un raccontino liberamente ispirato ad A.E. van Vogt e al suo Coeurl, ma meno sanguinario. Come sempre Davide Lorenzon ha illustrato perfettamente il brano.

Barney

A volte ritornano: Saturno (5 di 7)

Tratto d’unione continua la ripubblicazione dei sette pezzi illustrati da Davide Lorenzon, oggi siamo dalle parti del secondo gigante gassoso del nostro sistema.

In realtà più che Saturno è Mymas, uno dei suoi satelliti. E c’è un motivo -come dire?- lombrosiano per l’ambientazione…

Barney

A volte ritornano: Giove (4 di 7)

Da Tratto d’unione continua l’esplorazione del sistema solare.

Oggi si comincia a fare sul serio, oltre l’orbita di Marte il Sole fornisce troppo poca energia per i pannelli solari, e le sonde devono affidarsi al decadimento del plutonio. Giove è la fermata successiva, se riesci ad arrivarci…

Barney

The Cure, Firenze Rocks (16 giugno 2019)

Vale la pena partecipare a questi mega raduni musicali, in enormi arene trasformate in circhi equestri pieni di bancarelle e chioschi di sarcazzo cosa, in cui si deve comperare da mangiare e da bere usando i minibot i token, fottuti pezzi di plastica da 2 Euro l’uno, acquisto minimo 8 pezzi, non rimborsabili?

Vale la pena sorbirsi per un’ora e qualcosa i Sum41, band canadese di cui nessuno sentiva la necessità, che quando hanno attaccato una versione “punk” (ahahahahaha!) di “Another brick in the wall” ho avuto l’impulso di farmi i cinquecento metri che mi dividevano dal palco a balzi, solo per scaraventarli in pasto alla folla urlante?

Vale la pena, a 52 anni suonati?

Beh, si. Per quanto e soprattutto per come han suonato Robert Smith e compagni domenica sera, quasi due ore e mezza ininterrotte di tutto il loro quarantennale repertorio, decisamente si.

Il frontman ha sessant’anni ma non li dimostra, è lo stesso omone quasi immobile sul palco, capelli sparati in tutte le direzioni, che canta e ogni tanto tira fuori battute di un umorismo british da fare invidia ai Monthy Pyhton. La voce è quella di sempre, e quello di sempre è il basso potente e definito di Gallup. Alla chitarra c’è Gabrels, uno che suonava con Bowie -non esattamente Young Signorino, insomma-, alla batteria Jason Cooper che non sbaglia un colpo e che è il perfetto complemento al basso suonato col plettro di Gallup. O’Donnel completa la formazione con tastiere mai invadenti e imprescindibili nelle loro canzoni.

Dite una canzone dei Cure che conoscete, e l’hanno quasi certamente suonata: dalle scontate “Friday I’m in love” e “Boys don’t cry” dell’ultima parte, a “A forest” passando per “High”, “Lovesong”, “Pictures of you” e ovviamente questa splendida versione di “Just like Heaven”, ripresa da un benemerito sotto al palco con il suono quasi tutto dalle spie:

Il pubblico per una volta aveva un’età media vicina alla mia, anche se non mancavano giovani entusiasti.

La cosa più bella è stata vedere loro, i ventenni, a questo concerto. Uno dei commenti al video di “Just like heaven” qua sopra mi ha commosso:

Ho 17 anni e domenica sera c’ero anche io sotto il palco. Penso di aver capito per davvero il significato di “vera musica” ascoltandoli. Concerto che mi porterò nel cuore per sempre!

C’è speranza, in fondo: chi a 17 anni balla su “Friday I’m in love” non può votare a 18 i Serpeverde.

 

Barney