“Joker”, T. Phillips (USA, 2019)

Joaquin Phoenix avrebbe dovuto vincere l’Oscar qualche anno fa, per la splendida interpretazione di Doc Sportello nel bellissimo “Vizio di forma” di Paul Thomas Anderson. Probabilmente lo vincerà a furor di popolo per la sua trasfigurazione in Joker, di Phillips, che però è un film mediocre da molti punti di vista.

JOKER

La probabilità che un film (liberamente) ispirato ad un personaggio dei fumetti che vince il Leone d’Oro a Venezia sia una delusione è pari a quella che io non diventerò mai Papa: quasi il 100%.

Phillips gioca d’astuzia e racconta le origini di uno dei cattivi storici della DC ispirandosi (ancora molto liberamente) a “The killing joke” scritto da Alan Moore e disegnato da Brian Bolland.

Del fumetto si salva in pratica la storia del comico mancato, deriso in localini, e basta.

Il resto del Bat-Universe serve per (s)contentare chi al cinema c’è andato pensando al fumetto: l’ambientazione (siamo ovviamente a Gotham, e dove, sennò?), l’Arkham Asylum, il vestito sgargiante e il trucco da pagliaccio del Joker trasformato nel prodromo del criminale che impazzerà per decenni sulla metropoli immaginaria, financo la scena dell’uccisione dei genitori di Bruce Wayne nel vicolo -vista da tutte le angolazioni in dieci pellicole diverse, negli anni-… tutta roba in più che i veri cinefili andati a vedere il film vincitore di Venezia non avranno percepito o avranno giudicato inutile.

I primi tre quarti del film indagano nella psiche già traballante di Arthur Fleck, e preparano all’inevitabile scoppio di follia senza ritorno che coinciderà con la nascita di Joker quasi a giustificare la malvagità finale, che potrebbe apparire davvero inevitabile se la pellicola avesse mire di introspezione psicanalitica.

In realtà -come ho letto da qualche parte- l’unico modo di godere del film è fermarsi alla superficie, perchè scavando non si trovano che falle evidenti nella sceneggiatura e nella regia. Un’operazione furbetta che cerca di mettere la cravatta al porco, come si direbbe in Toscana, facendo assurgere a wannabe capolavoro artistico una storia a fumetti proprio perchè il fumetto viene considerato non degno di essere catalogato tra le opere d’arte.

Ecco: andrebbe detto a Phillips che le cose non stanno così, e che avere vinto Venezia con questo film non lo pone certamente nell’Olimpo dei registi.

Anzi…

 

Voto: 5 al film, 9 a Phoenix.

 

Barney

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“C’era una volta… ad Hollywood”, Q. Tarantino (USA-UK, 2019)

Cast stellare per il nono film di Quentin Tarantino, il più “tecnico” del regista americano.

Una storia sul cinema in cui non solo noi guardiamo gli attori sullo schermo, ma anche loro si guardano recitare, in tv (Di Caprio e Pitt) o al cinema mischiati agli altri spettatori (Margot Robbie). In questo caso guardando la macchina da presa, e in ultima analisi noi.

Un film iper-ricorsivo, che interrompe continuamente la quarta parete senza che lo spettatore se ne accorga.

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Los Angeles, 1969. Leonardo Di Caprio è un attore in crisi, che ha costruito (o pensava di costruire) una carriera sui telefilm western e sul fatto di avere come controfigura il suo migliore amico (Brad Pitt) si sente consigliare da un vecchio e sgamato produttore (Al Pacino) di varcare l’Atlantico per recitare negli spaghetti western. L’attore rifiuta e cerca il rilancio attraverso una puntata pilota dell’ennesima serie western, dove lui fa ovviamente il cattivo.

Intanto si fa scarrozzare dalla controfigura (gli hanno ritirato la patente) e fa la bella vita nella sua casa di Cielo Drive, a Bel-Air. Leggendo l’indirizzo i più vecchi avran sentito suonare un campanellino nel cervello: infatti al 10050 di quella strada in piena estate ci fu uno degli omicidi più famosi ed efferati della storia americana, mandante il santone pazzo Charles Manson. Chi non sapesse di cosa sto parlando è caldamente consigliato di informarsi, saltando ogni riferimento al film di Tarantino se non vuole spoiler.

Non dirò altro sul plot, li film è splendido per come è costruito -a partire dalle ricostruzioni della Los Angeles di fine anni ’60-, per come è recitato e per come è girato. Non è il classico prodotto Tarantiniano, ma un divertissement raffinato di un regista che riesce in due ore e mezza a produrre un raffinato  inno ai suoi stilemi di sempre senza annoiare mai, e senza cadere nel ridicolo. Anche grazie al cast, ovviamente. E ad una colonna sonora che più sixties non poteva essere.

Da vedere (ripeto: SAPENDO cosa è successo nel 1969 al 10050 di Cielo Drive).

 

Barney

 

Gli IgNobel 2019

Settembre è il tempo del rientro al lavoro, dell’inizio dell’anno scolastico, e soprattutto della cerimonia di investitura dei vincitori degli IgNobel dell’anno.

Questo 2019 è stato generoso, in questo senso; andiamo a conoscere i vincitori.

Per la medicina trionfa un team italo-olandese capitanato da Silvano Gallus, che ha studiato approfonditamente l’effetto della pizza sulla prevenzione del cancro. Pare che il cibo più amato dagli italiani sia efficace, ma solo se fatto mangiato in Italia. Donne e buoi dei paesi tuoi.

Per l’insegnamento delle discipline mediche il premio va negli USA, a due ricercatrici che hanno applicato le tecniche di addestramento degli animali da circo ai chirurghi che devono imparare tecniche di chirurgia ortopedica. Non si sa quanti arti sono stati amputati durante il duro addestramento a base di suoni ripetuti mentre il chirurgo aveva il bisturi immerso nelle carni del paziente. Dammi una lametta che ti taglio le vene.

I francesi vincono il premio per l’anatomia. Anche qua il team è di due ricercatori, che hanno prima di tutto selezionato una categoria rappresentativa della popolazione umana maschile (i postini), poi attraverso un lungo studio su gruppi di postini vestiti e nudi ha finalmente potuto confermare che la temperatura media del testicolo sinistro è più alta di quello destro. Du’ palle…

Per la chimica vince il Giappone, con un team il cui capo ho addirittura conosciuto nella mia vita precedente da biologo (e con questo posso dire di conoscere ben due vincitori dell’IgNobel…). Il tema della ricerca era: ma quanta saliva produce in un giorno un bambino di 5 anni? Affascinante il metodo, che comprendeva un set predefinito di cibi pesati alla briciola. Ogni boccone pesato veniva fatto masticare dalle cavie dai bambini, che poi dovevano sputare tutto in un contenitore. La differenza di peso tra il bolo catarroso e il boccone secco dava la misura della produzione di saliva. Parlateci di Bibbiano.

Il premio per l’ingegneria è andato ad un ricercatore iraniano, che ha brevettato negli USA una fantastica macchina per cambiare i pannolini ai neonati. La macchina addirittura lava automaticamente i culetti sporchi, prima di applicare il pannolino pulito. Per chi fosse scettico, il numero di brevetto americano è 10034582. Citofonare Erode.

Il premio per l’economia va a un team internazionale che vede coinvolte Turchia, Germania e Olanda, e affronta un tema affascinante (almeno per me, lo dico per davvero): la trasmissione di batteri patogeni attraverso la cartamoneta. Vince a mani basse il Leu Romeno, la cui carta sembra raccatti e faccia proliferare qualunque specie batterica conosciuta. Euro e Dollaro sono un po’ meglio, ma di poco. E poi si dice pecunia non olet…

Premio da dividere in quattro paesi (USA, UK, Singapore ed Arabia Saudita) quello per la pace. Pace che si raggiunge, secondo questa ricerca, grattandosi dove ci prude. Lo studio classifica il grado di piacere che si prova grattando zone infiammate da diverse cause. Monsieur de Lapalisse.

Singolare il premio per la psicologia. Va ad un ricercatore tedesco, che è stato in grado negli anni di pubblicare due volte uno studio su un comportamento umano classico (mettersi una penna in bocca) e raggiungere due conclusioni diametralmente opposte: la cosa genera un simil-sorriso che rende la persona felice (conclusione del 1988), e invece no (studio del 2017). Poche idee, ma confuse.

Chiude la carrellata il premio più bello, quello per la fisica. Va ad un team multidisciplinare sparso per quattro continenti (USA, Australia, Nuova Zelanda, Taiwan, Svezia, UK) che ha risposto alla domanda delle domande: “perchè i vombati fanno la cacca cubica?” Per chi non avesse mai visto un vombato, ve lo presento: è questo tenero e cuccioloso marsupiale qua sotto:

vombato

E si: fa davvero la cacca cubica. Il motivo -molto fluidodinamico- ve lo spiegano tra gli altri Patricia Yang e David Hu, al loro secondo IgNobel. Nel 2015 furono infatti tra gli autori dell’altra fondamentale ricerca in cui la SCIENZA dimostrava che la vescica di ciascun animale vi possa venire in mente (dall’elefante al toporagno) si svuota completamente in circa 21 secondi (più o meno 13 secondi). Scatologici.

Chi vuole assistere alla cerimonia di premiazione che si è tenuta il 1 settembre (e che come succede sempre ha visto moltissimi dei vincitori venire a ritirare il premio) non ha che da cliccare qua sotto:

 

 

Barney

 

 

xkcd: Prescience

Una citazione Dickiana, nella vignetta odierna:

Il racconto di Dick cui fa riferimento la tavola qua sopra è “Rapporto di minoranza”, da cui è anche stato tratto un film con Tom “Scientology” Cruise. Il racconto si incentra sulla figura dei precog, dei sensitivi che riescono a predire il futuro e quindi ad evitare i crimini. I potenziali criminali sono comunque arrestati, prima che compiano il delitto, e condannati ad una specie di ibernazione perenne.

Randall gioca su questo argomento e sul fatto che la statistica sul lungo periodo fa vincere tutti, anche il famoso milione di scimmie che battono a caso sul milione di macchine da scrivere e prima o poi tirano fuori l’opera omnia di Shakespeare.

Allo stesso modo uno che fa “prescienza” può anche indovinare la caduta del meteorite catastrofico, basta che lo preconizzi tutti i santi giorni.

 

L’alt-text fa così:

Lots of people called their ships unsinkable before the Titanic. Voicing your hubris doesn’t make your failure more likely, just more memorable.

 

Barney

“The rider”, C. Zhao (USA, 2017)

Le premesse per un film inguardabile, che avrebbe ucciso anche il più smaliziato frequentatore di cinema d’essai, c’erano tutte: giovane regista cinese, per di più donna, cast fatto tutto da non attori che recitano la loro vita, storia incentrata sui rodei, pellicola presentata in anteprima a Cannes due anni fa, uscita dopo un anno negli USA e dopo altri dodici mesi da noi…

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E invece vi consiglio di andare a vederlo, se vi capita.

The rider è la storia assolutamente vera del protagonista, il ragazzo che vedete qua sopra, che si chiama Brady Jandreau e vive in South Dakota. E’ un indiano Lakota, fa l’addestratore di cavalli ma soprattutto partecipa -vincendo- ai rodei. Ad uno di questi il cavallo lo disarciona e gli piazza una zoccolata in testa, conciandolo parecchio male. Ma sempre meglio del suo amico fraterno Lane Scott, tetraplegico e muto su sedia a rotelle dopo che un toro l’ha sbattuto a terra e calpestato. Brady vive in una casa mobile con il padre e la sorella autistica, senza soldi e senza prospettive dopo che i medici gli hanno detto chiaro e tondo che se si azzarda a ritornare in sella ad un rodeo ci lascia la pelle. Cerca di trovare un altro lavoro, va all’ufficio di collocamento del buco in mezzo al nulla in cui vive e quando l’impiegata lo interroga si scopre che non è andato praticamente mai a scuola, e l’unica cosa che sa fare -e bene- è occuparsi di cavalli.

Si ritrova a fare il cassiere in un piccolo supermercato, ma il richiamo della prateria è troppo forte e alla fine si iscrive ad un rodeo.

Tutto questo in un paesaggio splendido, con tempi lunghissimi, pochi dialoghi e molto di non detto da parte di tutti i protagonisti.

Questi ultimi sono il vero valore aggiunto di The rider: tutti impersonano loro stessi (solo i cognomi sono stati cambiati dalla Zhao), nessuno è un attore e si resta impressionati dalla tranquilla serenità con cui mettono in scena la loro vita, quella vera.

Molto bello, davvero: non sembra ma lo è.

 

Barney

Filosofia da muro #153

Questa è sul muro del Dopolavoro Ferroviario, piazza della stazione centrale di Pisa:

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E’ a metà strada tra l’agiografia dei rappresentanti della legge e l’incompiuta, ma propendo decisamente per la seconda ipotesi.

Chissà cosa avrebbe dovuto esserci dopo l'”in”… “Galera”? Una parte del corpo poco nobile?

Boh. Se l’ignoto scriba avesse voluto tener conto di una certa simmetria globale nella scritta, avrebbe avuto in mente solo altre tre o quattro lettere, per contenere la seconda riga sotto l’enorme “Sbirri”, ma probabilmente quello era l’ultimo dei suoi problemi: sarà stato interrotto e rincorso proprio da un Carabiniere. Magari un lunedì, o anche un martedì… e non credo abbia avuto bisogno di chiedersi “ma che avrò mai fatto?”, come facevano i Clash una trentina di anni fa…

 

 

Barney

 

Filosofia da muro #152 (hat trick: Pendolante)

Una filosofia da muro su un treno, che è una cosa che capita spesso a chi fa il pendolante tutte le mattine. Inclusa quindi Katia che di nick fa proprio Pendolante, e che ringrazio per l’invio.

IMG_3567Il gelato è molto simile al Sammontana ma con le corna, la scritta a me fa venire in mente la famosa frase da muro “Dio ti ama, ma Satana fa quella cosa che ti piace con la lingua”, che potrebbe far venire in mentea chi legge un finale musicale con Mick Jagger, anche perchè qua c’è addirittura un cono -gelato- di mezzo.

E invece no, vi ribeccate Margo Timmins e i suoi fratelli che elaborano sul concetto di (essere) un angelo e (sembrare) un diavolo.

 

 

Barney