[Cartaresistente] Paralleli su carta n°10: P. K. Dick e Pazienza

Ricordo ancora vividamente quando lessi la notizia su un modesto trafiletto annegato nelle cronache di un 1988 che ci avrebbe lasciato come episodi storici il sequestro Casella, gli Oscar a Bertolucci, e “er Canaro”.
Nell’anno del primo mandato presidenziale a un esponente della sciagurata famiglia Bush, il sedici di giugno moriva nelle campagne di Montepulciano Andrea “Paz” Pazienza, morto come era vissuto: troppo intensamente.
Ricordo la sensazione di perdita di un autore geniale, uno che davvero faceva di tutto con la matita e il pennarello, con il tratto e con le parole. E ricordo, tre anni dopo, lo stupore e la gioia nel vedere dal vivo moltissime sue tavole esposte a Siena.

20130624-080815

Pazienza è il primo protagonista del parallelo di oggi, e lo è con la sua prima opera “seria”, pubblicata alla fine degli anni ’70 su Linus: “Pentothal”.
Il fumetto racconta secondo me meglio della sua ultima opera (“Pompeo”) sia l’epoca in cui Pazienza viveva, sia il suo demone interiore: la droga, da cui mai riuscirà ad allontanarsi del tutto. Spade, canne, polveri e alcool appaiono quasi ad ogni pagina del romanzo per immagini del Paz, che cambia registro con la stessa rapidità con la quale d’agosto cambia il tempo sull’appennino toscoemiliano, a specchiare probabilmente anche differenti umori dell’autore.
Oltre alla droga e allo sballo, oltre alle rivolte studentesche, al DAMS, a Bologna, alla politica di quegli anni terribili “Pentothal” racconta anche e soprattutto i pensieri e i sogni di Pazienza facendoli spesso narrare dal disegnatore stesso. Anche “Pentothal” è metafumetto ricorsivo come “Maus”, anzi lo è all’ennesima potenza: oltre che la vita di Pazienza l’autore cita stilisticamente un migliaio di mostri sacri del mondo dei comics: da Eisner a Moebius, a Magnus, a Crumb, a Toppi in un continuo gioco di specchi e di rimandi che danno la cifra della bravura a trecentosessanta gradi di Paz.

L’altro protagonista del parallelo di oggi è “Un oscuro scrutare”, casualmente pubblicato per la prima volta proprio nel 1977, lo stesso anno di “Pentothal”, e pietra miliare della produzione di P. K. Dick.
Dick ha scritto decine e decine di romanzi, ma questo racchiude in qualche centinaio di pagine tutta la tematica classica dickiana: la droga, le allucinazioni, la sostanziale impossibilità a definire cosa è reale e cosa no, la religione, le fobie, la società repressiva e in grado di controllare tutto quel che fa il comune cittadino.
La droga è qua protagonista assoluta, non esce casualmente e quasi gioiosamente dalle pagine come nel fumetto di Pazienza: la “sostanza M” è la vera star, e il tossico Bob Arctor (che ha anche una seconda vita come poliziotto antidroga sotto copertura) ne viene talmente condizionato che alla fine subirà conseguenze drammatiche dovute all’abuso della sostanza. Come ne “Il pasto nudo” di Burroughs (trasposto su pellicola da David Cronemberg), spesso le allucinazioni sono a tema entomologico, e sempre la causa esplicita è la droga.

È avvertibile in “Un oscuro scrutare” la differenza rispetto a “Pentothal” per quel che riguarda le conseguenze della tossicodipendenza che entrambi gli autori hanno provato: Dick ha superato – con pesanti conseguenze – la dipendenza, ha visto il baratro e in qualche modo è riuscito a uscirne; di questo pare scrivere e ammonire il lettore su quello che comporta l’abuso di droghe. Pazienza, almeno in “Pentothal”, pare ancora lontano dalla consapevolezza della morte, del pericolo che l’eroina porta con se. Quel pericolo che gli apparirà chiarissimo davanti in “Pompeo”, ma a quell’epoca, dieci anni dopo “Pentothal”, sarà troppo tardi.

“Pentothal”, Andrea Pazienza, Fandango Libri
“Un oscuro scrutare”, Philip Kindred Dick, Ed. Fanucci

 

Barney

Annunci

Josh T. Pearson, Livorno (1 dicembre 2018)

Il migliore commento che posso fare alla tragedia di Corinaldo di venerdì scorso è raccontare il concerto di Josh T. Pearson che ho visto e sentito sabato 1 dicembre, al Cage.

E’ stridente la contrapposizione tra un DJ set di un trapper nostrano e la performance dell’ex frontman dei Lift to Experience, che si presenta sul palco nudo del suo gruppo (che ha peraltro fatto un disco solo ma mostruoso), della sua barba da profeta e dei capelli alla Gesù Cristo, con un improbabile cappellino da pensionato della Florida e una Fender come unico strumento di lavoro.

Così come è stridente il confronto dei numeri, nudi anch’essi di fronte ai biglietti staccati per i due eventi: 600 o 1400 per Sfera Ebbasta che lancia una playlist, a malapena 30 (trenta, avete letto bene) per Josh che suona e canta con la sua voce da angelo del folk rock con io e i pochi over 40 presenti radunati a un metro da lui. Eccolo in uno scatto di Sebastiano Bongi, senza il cappellino:

jtp2018

L’ultimo disco del texano (che poi e’ il secondo di una carriera da schivo genio della musica) si intitola “Straight Hits!”, e sembra un nuovo inizio rispetto al favoloso “The Texas-Jerusalem Crossroads” di quasi vent’anni fa, unica opera dei Lift to Experience, ma pure rispetto al primo disco solista “Last of the Country Gentlemen”, di una decina d’anni fa. Sembra più diretto come dice il titolo, ma in realtà racchiude direi trent’anni di musica rock: dal folk all’indie allo shoegaze al blues, al country ovviamente. C’è di tutto, suonato bene e cantato da una voce che ha una espressività, una estensione e una potenza che chi è abituato ai talent del menga non potrà apprezzare, ma vale da sola il prezzo del biglietto. Come calore e intensità ricorda Jeff Buckley, ma continuate a guardare X-Factor, continuate…

Il concerto si è subito trasformato in un colloquio tra il cantante e i pochi fortunati presenti, con scaletta più o meno improvvisata e digressioni sui tempi che furono: “L’ultima volta che sono venuto in Italia c’era Berlusconi, come Presidente. Ora chi avete? Conti? And whattafuck is Conti? Ah, Conte. And whattafuck is Conte?”, un racconto della sua vita e uno sguardo triste e malinconico al passato che fu e che non tornerà.

Ecco: se capita (e per quest’anno non capiterà più) andate a sentire Josh, poi continuate a guardare i talent show sperando che esca fuori gente come lui. Tanto non succederà: la vita di plastica di The Voice o di Amici non forgia genii come invece fa il mondo vero, quello fuori dalla TV e dal bisogno di pagare un biglietto non per sentire cantare Sfera Ebbasta, ma per vederlo cambiare dei dischi.

Questo è Josh in versione Messia, 2011, canzone a tema:

 

 

Barney

“Questo lo dice lei” is the new “uno vale uno”

 La performance della sottosegretaria all’Economia Laura Castelli di qualche giorno fa a Porta a Porta è lo specchio del baratro in cui il paese è caduto. Tralasciando la differenza tra i curricula della Castelli e di Padoan, sono gli argomenti messi in campo dai due che spiccano: uno -l’ex ministro- che cerca di spiegare all’interlocutrice il concetto dibattuto (“lo spread e il suo impatto sui mutui”, per semplificare) attraverso una lectio magistralis di due minuti svolta con parole anche semplici e comprensibili. L’altra che inizia dicendo “lo sa anche lei che quello che dice è falso”, e poi ripiega prima nell’oramai famoso “Questo lo dice lei”, poi infine sbandiera un grafico che prova esattamente il contrario di quello che la donna sta affermando.

E’ ancora una volta la Teoria della Montagna di Merda, in versione talk show di grande ascolto, in cui non conta sapere di ciò che si discute: l’importante è screditare immediatamente l’interlocutore (“lei mente sapendo di mentire”, come apertura), interrompere con supponenza e sicurezza minimizzando l’avversario (“Questo lo dice lei”, a dire che “lei non conta un cazzo, ORA che ci siamo NOI”) , e cambiare obiettivo ogni qualvolta ciò è possibile.

Questo è il punto cruciale:

Più o meno la stessa cosa l’ha fatta oggi uno un pelino più importante della Castelli (per tutti, meno che per i grillini ovviamente. La Castelli per loro è una finissima economista, e chi dice il contrario è un piddino), tal Donald Trump, che ha avuto modo di dire ancora una volta che il global warming è un’invenzione dei comunisti, e soprattutto che le conseguenze economiche dello stesso non esistono. Perché si, perché lo dice lui, e gli altri hanno torto a prescindere.

Oggi ho commentato su Facebook un commento di una elettrice grillina che ha postato uno dei soliti meme no-vax, che fa più o meno così “avresti mai pensato tre anni fa che qualcuno potesse iniettarti in corpo sostanze misteriose senza il tuo consenso?”. Ho risposto dicendo “E tu avresti mai pensato che una cassiera del supermercato potesse zittire un economista dicendo “questo lo dice lei?””. La prima risposta è stata “Non so di cosa parli”. Dopo che ho spiegato l’argomento, la seconda obiezione è stata che l’economia è diversa dalla medicina. Io ho obiettato che non si trattava di economia, o di medicina, ma di competenza in un qualsiasi settore, e che solo le persone che di quegli argomenti capiscono dovrebbero poter avere voce in capitolo. La risposta è stata che lei le fonti se le sceglie come vuole, e poi se una cura funziona chi se ne fotte se è scientifica o no?”.

Il piccione che gioca a scacchi, o il maiale che ti porta a sguazzare nel fango non avrebbero potuto far meglio, lo ammetto. 

Quindi non mi resta che andare di esempi semplici, che qualsiasi italiano è in grado di comprendere, anche i grillini e soprattutto anche i leghisti.

Il calcio.

Non citerò Gattuso che rimbalza Salvini, perché sarebbe troppo semplice. Viene invece buonissimo Kolarov, difensore serbo della Roma, che in conferenza stampa dice esattamente quel che ho espresso io qua sopra sulla necessità di stare zitti se non si capisce di qualcosa, ma in modo molto più semplice:

 

Siamo un popolo di tifosi, in tutti i campi, e pur essendo in pectore commissari tecnici della nazionale o presidenti del Consiglio capiamo una mazza sia di calcio che di politica. O di ingegneria, o di biochimica.

Eppure, oggi, ci sentiamo autorizzati a strolagare su qualsiasi cosa, con la sicurezza che è data dall’ignoranza dei nostri limiti e la forza della consapevolezza che la maggioranza è come noi: una massa di coglioni.

Dunning e Kruger, ancora una volta, hanno ragione…

 

 

Barney

 

Darwin Award 2018, ma anche altro

Il Darwin Award è un premio cinico e satirico che viene assegnato a chi, ogni anno, muore in situazioni ridicole e assurde, così che il suo patrimonio genetico (e -sottinteso- la sua innata stupidità) non possa essere passato ai discendenti. Una roba non certo politicamente corretta, ma confesso di essere un appassionato visitatore della loro home page direi da quando la pagina e’ stata tirata su, nel 1994. Una reminescenza di quando ero giovane e biologo.

Quest’anno un ottimo candidato al premio (che ovviamente viene assegnato alla memoria…) è John Allen Chau, un ventisettenne americano dello stato di Washington, ucciso un paio di giorni fa da una tribù che vive isolata dal mondo in un’isoletta dell’arcipelago delle Adamantine, nel Golfo del Bengala, tra Thailandia e India. L’isola si chiama “Sentinella del nord”, e il nome fa venire in mente l’ultima Thule: un posto più o meno in culo al mondo. Invece e’ qui, a una trentina di chilometri da una delle mete turistiche più visitate delle Adamantine.

Tenete a mente tutto, perché i particolari sono importanti in questa storia (almeno per me).

Ora, John Allen Chau s’era messo in testa di portare la parola di Cristo in quell’isoletta sperduta a metà strada tra India e Thailandia, pur sapendo che avvicinarsi a Sentinella del Nord è severamente vietato dalle leggi indiane, e che gli abitanti dell’isoletta (un paio di dozzine, forse un centinaio, nessuno lo sa di preciso) sono particolarmente ostili verso i forestieri. Oppure (ci sono ovviamente millemila versioni diverse) John Allen Chau era un avventuriero amante dell’adrenalina che solo i luoghi molto proibiti e molto pericolosi ti può dare.

Prendiamo per buona la prima ipotesi (non cambierebbe nulla con la seconda, solo i particolari di contorno): John era un giovane idealista, ed era convinto che Cristo l’avrebbe protetto. Ha pagato due pescatori per essere portato vicino all’isola, poi ha cercato di attraccare una prima volta usando un kayak.

L’hanno preso a frecciate, e ferito è riuscito a tornare sulla barca dei pescatori, ma poi ha deciso che doveva portare a termine la missione, e si è diretto di nuovo verso l’isola.

La seconda volta pare che ad attenderlo non ci fosse solo un bimbetto con l’arco, ma l’intera tribù con archi e frecce, che in un balletto l’ha ucciso.

John Allen Chau non ha certo brillato di sagacia nella sua missione per conto di Dio, e possiamo dire con cinico distacco che un po’ se l’è cercata.

Si può anche aggiungere che tutti sanno del divieto di avvicinarsi a Sentinella del Nord, e tutti sanno che i suoi abitanti (dodici o cinquecento, nessuno lo sa) sono incazzosi e pronti a fare male -tanto male- a chi si avvicina alle loro spiagge.

E si può concludere con “e ne hanno ben donde”, perché è sicuramente vero che in quella zona gli inglesi, qualche secolo fa, hanno fatto direttamente o indirettamente stragi inenarrabili. Ed è sicuramente vero che -essendo queste popolazioni vissute in isolamento per secoli e secoli- una malattia portata da un visitatore esterno potrebbe sterminare le poche decine di Sentinellesi del Nord in un paio di settimane, proprio come il vaiolo mieté decine e decine di migliaia di vittime nelle Americhe ai tempi della “scoperta” di Colombo (ma ricordiamoci che gli americani ci hanno regalato la sifilide, in cambio. A dire che virus e batteri sconosciuti circolano nei due sensi, sempre…).

Come è vero che se si evitano contatti con l’esterno si preserva di sicuro la cultura dei Sentinellesi del Nord.

Quindi, se volete vedere come e’ fatta Sentinella del Nord, o come sono i Sentinellesi, vi dovete limitare a Wikipedia o tre o quattro filmati su YouTube. Tipo questo qua:

Ma c’è l’altra faccia della medaglia, almeno per quel che posso vedere io. Perché se è vero che gli abitanti di quell’isola hanno tutto il diritto di starsene per conto loro, non possono secondo me e l’omino del mio cervello ammazzare chiunque sbarchi, solo perché si e “ai Sentinellesi nun je devi rompe er cazzo“.

In questa storia (che è vecchia solo di un par di giorni) in tanti tifano per gli isolani, perché i popoli hanno diritto alla loro autodeterminazione. A me la storia dell’autodeterminazione decisa a colpi di freccia non convince per nulla: se è vero che la libertà dell’uomo bianco finisce dove inizia quella del Sentinellese, è vero pure il contrario, e né l’uomo bianco, né il Sentinellese hanno alcun diritto di ammazzarsi a cazzo di cane “perché si”.

Tra l’altro c’é il fantastico profumo di nazionalismo sovranista, sopra tutta questa storia, che a me fa particolarmente ridere sia per il fatto che questa isoletta è a soli 30 chilometri dal turismo becero e truce, sia perché non si capisce il motivo per cui per loro il sovranismo difeso a frecciate va bene e invece quello di Salveenee no. Che per inciso: se un leghista potesse sparare agli zingari nel nome dell’autodeterminazione de stocazzo ci sarebbero le feste matte, a Bergamo e dintorni.

Oh, siamo alla fine dello sproloquio. Per dire che son tempi strani e interessanti, dove può capitare d’essere ammazzati a frecciate con la punta di pietra in un posto in culo al mondo, che poi è così in culo al mondo che a 30 chilometri c’ha la Rimini del Golfo del Bengala. E capita che chi è contro i sovranisti/nazionalisti nostrani difenda il diritto di autodeterminazione di questa tribù, e chi invece è per le rRadici cCulturali identitarie abbia a schifo i Sentinellesi perchè, in fondo, sono solo dei negri selvaggi…

 

La chiusura non può che essere dei Brian Jonestown Massacre, ovviamente.

 

 

Barney

Fa discutere, il discorso di Corallo all’assemblea del PD. Fa discutere, ovviamente e massimamente, per le cose a mio avviso sbagliate, come spesso succede a sinistra, evidenziando ancora una volta come, al momento, sia impossibile non solo per i partiti di area progressista, ma anche per i loro potenziali elettori, parlare senza attaccarsi, senza […]

via Il problema del PD. — non si sevizia un paperino

 

Barney (che semplicemente vi segnala il gran pezzo)

[Cartaresistente] Paralleli su carta n°9: Spiegelman e Levi

Non so quanti siano attualmente i sopravvissuti ai lager nazisti della seconda guerra mondiale, ma ogni giorno sono sempre drammaticamente meno: il tempo gioca contro di loro, e la necessita’ di mantenere il ricordo, la memoria di quello che è successo è – a maggior ragione – un dovere per ciascuno di noi.
I due libri del parallelo di oggi sono libri della memoria: raccontano le storie di due sopravvissuti, una narrata direttamente dallo scampato Primo Levi, l’altra disegnata da Art Spiegelman che riporta su tavola la vita del padre.

20130604-212756

I libri sono “La tregua” e “Maus”, e il romanzo di Levi è stato scelto al posto di “Se questo è un uomo” essenzialmente perché “La tregua” – come “Maus” – è stato scritto parecchi anni dopo gli orribili avvenimenti di Auschwitz. Il tempo è servito sia a Primo Levi che ad Art Spiegelman (un po’ meno a Vladek, padre di Art) per metabolizzare sin dove possibile l’esperienza del lager, e non stupisce che sia Levi che Anja (la madre di Spiegelman) si siano suicidati, a distanza di decenni dalla loro liberazione anche a causa dei traumi psicologici subiti in quei giorni.

“La tregua” racconta il ritorno romanzesco e avventuroso di Levi dalla Polonia a Torino, attraverso l’Europa devastata dalla guerra e i mille personaggi sopravvissuti, come l’autore, al conflitto.
Il romanzo inizia con la rievocazione – attraverso una poesia – del campo di concentramento, e della secca sveglia mattutina rappresentata da una sola parola, urlata dalle guardie: “Wstavac!”, ovvero: “Alzarsi!”. L’ordine perentorio arrivava tutte le mattine a interrompere i sogni fatti di cibo, casa, racconti.
La stessa parola ritorna, alla fine della poesia, a ricordare che tutto è stato fatto, di quel che era stato sognato, e che il tempo è terminato. “Wstavac” e’ anche la parola che chiude il romanzo, a determinare circolarmente l’incancellabilità del ricordo di quei giorni.
Molti dei personaggi risaltano per la filosofia spicciola che ci propinano. Come ad esempio l’ebreo greco Nahum che detta le priorità in periodi di conflitto:
“Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo luogo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovare da mangiare, mentre non vale l’inverso”.
“Ma la guerra è finita” obiettai: e la pensavo finita, come in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi.
“Guerra è sempre” rispose memorabilmente Mordo Nahum.

“Maus” è l’intera vita di Vladek Spiegelman faticosamente estorta all’uomo da suo figlio Art, e ancor più faticosamente trasformata in un romanzo a fumetti. I personaggi sono stati disegnati come animali: tutti gli ebrei sono topi, i nazisti ovviamente gatti, i polacchi sono maiali, gli americani cani, e così via.
Il romanzo è ricorsivo: in molte pagine Spiegelman disegna se stesso che intervista suo padre per la stesura del libro stesso, o mentre parla con sua moglie della difficoltà di andare avanti con il progetto; sopra tutto aleggia la figura di Vladek, quasi una macchietta per come racchiude in se i vari luoghi comuni affibbiati agli ebrei: tirchiaggine, razzismo, fatalismo. Splendide le pagine in cui Art racconta il suicidio di sua madre, e – unico caso in tutto il libro – disegna personaggi umani. Lui si raffigura con la divisa a strisce degli internati ad Auschwitz, a chiudere un cerchio generazionale, e prendere su di se parte del fardello dei ricordi di famiglia.

Perché questo sono sia “La tregua” che “Maus”: un piccolo peso che pure noi possiamo – anzi, forse dobbiamo – portare, da passare alle generazioni future perché la memoria dell’orrore non si perda, perché non si facciano due volte gli stessi, tragici errori.

“Maus”, Art Spiegelman, Einaudi Editore
“La tregua”, Primo Levi, Einaudi Editore

 

Barney

Giorgio Canali e Rossofuoco, Livorno, 3/11/2018

Se cercate qua dentro trovate almeno altre tre racconti di concerti di Canali, e sicuramente di quelli cui io ho assistito ne manca qualcuno.

Non vi starò quindi a ridire per la millesima volta di andare a vederli dal vivo, i quattro residuati d’una musica che fu, né mi metterò ancora a glorificare Greco al basso, Dalcol alla seconda chitarra che a volte diventa la prima, e Martelli a pestare sulla batteria come se non ci fosse un domani. Ma il senso rimane quello: invece di ascoltare X Factor, o di scannarvi come è successo anche oggi per un biglietto di Vasco Bossi (il cantante dai capelli grassi, come cantavano i geniali Squallor) che costa un rene e vi da in cambio della roba incellofanata da grande distribuzione organizzata… muovete il culo, cercatevi le prossime tappe e andate fiduciosi ad assistere ad un concerto che quest’anno porta in giro il nuovo album di Canali: “Undici canzoni di merda con la pioggia dentro”.

Già il titolo vale il biglietto e il CD, l’ascolto vi precipiterà in una cupa atmosfera decadente, descritta con le parole crude e dirette di Canali: l’oggi, qua, in Italia. L’aggiunta della pioggia alla merda rende tutto coerente e chiaro: se poteva andar peggio, è andato anche a piovere.

Le undici tracce si aprono con “Radioattività”, una marcia militare in crescendo che da subito il tono al resto dei pezzi: attualità e amarezza, donne che non ci sono più e anarchia politica.

E nuvole, e pioggia.

“Messaggi a nessuno” è una canzone d’amore, finito ma sempre presente. “Piove, finalmente piove” è falsamente gioiosa: il ritmo porta a ballare, le parole graffiano e sono un racconto dell’Italia degli ultimi tre o quattro anni, in tre minuti e venti.

Poi c’è “Estaate”, che non è scritto male, è così, una ballata romantica, e poi due grandi brani rock, di quelli che non occorre la tastiera effettata o il sax, va tutto benissimo così: “Emilia parallela” (che chiaramente fa il verso ad Emilia paranoica dei CCCP), che suona così:

e che se la sentite dal vivo è un muro sonico fantastico con parole nel testo che vasco Bossi gli fa una sega, al Canali…

E “Mille, non più di mille”, un pezzo ruffiano, facile facile e di sicuro effetto che fa il paio con quello di prima:

E “Fuochi supplementari”, e “Danza dell’acqua e del fuoco” e altro, tutto in un disco che era un po’ non ne ascoltavo di così veramente belli. A mio insindacabile giudizio il miglior prodotto musicale italiano di quesrto 2018 Serpeverde.

Una menzione finale per Mattia Prevosti, giovane che ha aperto il concerto con un mini set di cinque canzoni, le ultime due suonate assieme a Canali e Dalcol. L’ultima è stata questa cover di “Shelter from the storm” tradotta neanche male:

 

Barney