Salvatore Aranzulla, ovvero: come spiegare tutto a tutti non sapendo quasi una ceppa di nulla

Diciamolo subito: sono -rispetto all’utente medio della rRete e dei social media- vecchio.

Ma anche e soprattutto per questo  posso dire di essere uno che ha sperimentato sulla sua pelle la nascita e l’evoluzione della rRete, quasi dai suoi albori fino ad oggi. E quando dico “quasi dai suoi albori” intendo dagli inizi degli anni ’90 del secolo scorso. Il che vi fa capire quanto in effetti sia vecchio, sempre che ve ne sia bisogno.

Ho avuto la fortuna di essermi laureato ed aver fatto il dottorato in quegli anni, quando in pratica solo dalle universita’ si aveva accesso ad internet, ed esistevano robe oramai estinte come Gopher, Ftp, Nntp, addirittura un client per ogni servizio -mail, ftp, newsgroup, http-, quando oggi si fa tutto con il browser.

O addirittura senza PC: col telefonino.

Ho avuto anche la necessita’ di districarmi in un mondo che mi era del tutto sconosciuto praticamente da solo, senza le basi teoriche per affrontarlo, munito solo della curiosita’ del ventenne smanettone affascinato dalla macchina che aveva di fronte, lui che al tempo studiava il cervello dei vertebrati.

Ho installato sistemi operativi oramai defunti sul altri sistemi operativi dimenticati anche dagli annaliinformatici, lavorato su Commodore 64 che gestivano interi laboratori di ricerca, formattato i primi 80286 per cercare di far funzionare senza alcun successo una versione di Windows 2.qualcosa, scritto la mia tesi con Wordstar su una macchina DR DOS che era nello studio di mio padre, bellissimo esempio di design futurista con monitor CGA a fosfori verdi, e salvato la stessa tesi su splendidi floppy disk da 5 pollici e un quarto colorati, marca Kodak (li ricordo ancora con affetto), che avevano una tacca laterale da coprire con lo scotch se volevi impedire la sovrascrittura.

Sono un fossile informatico insomma, sopravvissuto al meteorite del 2000 e alla riduzione “ad browser” di tutto il mondo di internet, passato attraverso chissa’ quante installazioni di Linux sulle sue macchine di casa e chissa’ quante altre partizioni di hard disk.

Proprio per questo, e perche’ mi sono dovuto arrangiare da solo per sopravvivere sin qui (e posso dire con orgoglio che ce la sto facendo da quasi trent’anni) non mi capacito di come personaggi come Salvatore Aranzulla possano essere ancora vivi. Anzi: come possa uno come lui prosperare da piu’ di dieci anni sul web, facendo addirittura soldi. Se non a palate almeno per campare non facendo in pratica una mazza.

Chi e’, dunque, Salvatore Aranzulla?

E’ un utente di Internet che ha pensato -in questo e’ stato un genio- di dare all’utente medio le risposte banali che egli (utente medio) non era in grado o non aveva voglia di cercare da solo.

Su questa capacita’ di intercettare la mediocrita’ dell’utente medio di Internet Aranzulla ha fatto la sua fortuna: i suoi “tutorial” (in italiano si chiamerebbero “guide passo-passo”)  approcciano problemi fondamentali di difficilissima soluzione, come “come accendo il PC?”, oppure “come stampo un documento Word su un file .pdf”, o anche “come converto un .jpg in un .bmp?”.

L’approccio e’ la banalizzazione della risposta (e non e’ difficile: spesso le domande banali prevedono risposte banali. “Come accendo il PC?” ha come risposta banale di livello -1 “Prova un po’ a pigiare il tasto ON”. Il livello -2 e’ “Mica hai la spina disinserita, eh?”), e la certezza che a problemi davvero risolvibili sia semplicissimo dare una soluzione praticabile da tutti.

Per dire: Salvatore Aranzulla, che non e’ un cretino idiota, non si mettera’ certo a spiegare all’utente medio di Internet come si partiziona un hard disk (o meglio: lo fa ma l’utente medio non ci levera’ mai le gambe, e nessun lettore di Aranzulla si mettera’ MAI a partizionare un hard disk usando NTFS come filesystem, perche’ l’utente medio lettore di Aranzulla prima di avere il problema di partizionare il suo hard disk probabilmente pensa a farsi prete o al suicidio. E “NTFS” e’ per lui una sigla aliena quanto “BDSM”); si limitera’ a spiegare che se si esce di casa senza ombrello ci si bagna, che respirare sott’acqua e’ impossibile, che 2+2 fa 4 e via andare.

Ovvero: Salvatore Aranzulla si pone come un layer intermedio tra l’utente ignaro di quasi tutto e Internet. Aranzulla e’ LA risposta banale alla domanda banale che ciascuno di noi puo’ fare a Google. Anzi: e’ la PRIMA risposta che San Google ti tira fuori quando gli fai una domanda informatica, perche’ la grandezza di Aranzulla sta nella capacita’ di indicizzare le sue pagine affinche’ ogni domanda banale abbia la solita -banale ma giusta- risposta: Aranzulla.

Salvatore Aranzulla e’ insomma “Let me Google that for You” prima che www.lmgtfy.com fosse inventato, con la feature aggiuntiva dell’autoclick del tasto “mi sento fortunato”. La risposta all’Homer Simpson svaccato sul divano con la birra in mano che col cavolo che pensa ad alzare le chiappe che e’ in tutti noi.

E’ -il buon Aranzulla- lo specchio della mediocrita’ dei nostri tempi, dove tutti consumano qualcosa di precotto-premasticato-predigerito.

Perche’ cuocere-masticare-digerire ha un costo energetico che molti pensano di poter evitare lasciando che qualcun altro faccia il lavoro per loro.

Aranzulla scrive libri per utenti pigri, che pero’ presumo siano cosi’ pigri da evitare anche di prendere in mano robe cartacee.

Ha, il buon Salvatore, anche un sito, ovviamente.

Dove troverete tutte le risposte alle domande fondamentali di ogni utente informatico medio, con disegnini e schemi a prova di idiota. Ma purtroppo per voi (e per lui) non ve lo linko, il suo sito: ha degli script che scoprono se il vostro browser ha delle estensioni per bloccare pubblicita’ indesiderate, e se -come me- ne avete non potete usufruire dei suoi tutorial.

Presumo perche’ anche Salvatore Aranzulla mangi un paio di volte al giorno, e la pubblicita’ che infarcisce il suo sito e’ un buon modo per guadagnare facendo poco o nulla.

Presumo pure che sul suo sito vi siano poche informazioni su come bypassare questi script, sempre per il buon motivo che alla fine la pagnotta c’e’ da portarla a casa.

Io se posso vorrei darvi un consiglio gratis e  rispettoso della vostra privacy: imparate a usare bene un motore di ricerca, e diffidate sempre dei siti che impediscono la navigazione a chi usa sistemi leciti per non farsi tracciare.

 

Barney

 

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[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n.2 (le mura)

[Questo pezzo è stato scritto per e pubblicato su Cartaresistente, il 5 settembre 2013]

Tra i ricordi piu’ vividi che ho degli anni della mia infanzia c’e’ una gita che feci quando ero – mi pare – in prima media.
La mia classe fu portata a visitare i sotterranei delle mura di Lucca.
Io venivo dalla campagna profonda, e del capoluogo conoscevo appena un paio di piazze in cui mi portava mio padre la domenica mattina a comperare i giornali e le paste per il dopo pranzo.

Le mura erano un confine netto tra il fuori in cui vivevo io e il dentro, che ospitava luoghi mitici come le librerie (a quell’epoca spendevo tutta la mia paghetta in libri) o – in autunno – la tensostruttura della mostra dei fumetti. Il confine era superabile solo attraverso le porte incredibilmente sempre aperte al forestiero, e – ancor più incredibilmente! – l’intera cinta muraria era percorribile in auto.

Le davo per scontate, le mura, a quell’epoca, e pensavo non avessero altro scopo che ricordarmi benevolmente che ero “di fòra”, e che al contado avrei dovuto tornare dopo una breve visita “drento”.

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Fino al giorno della gita scolastica, quando con mio stupore scoprii che oltre al fuori e al dentro le mura avevano anche un interno fatto di grandi sale, soffitti a volta e umidi e sconnessi pavimenti in terra battuta.
Oltre all’impressione generale di meraviglia per quel mondo sotterraneo che mi si disvelava all’improvviso, serbo ancora il ricordo di quando la nostra guida ci disse – con orgoglio tutto toscano – che i sotterranei delle mura, vecchi di cinque secoli, avrebbero resistito per ben cinque minuti ad un attacco nucleare. S’era in epoca di guerra fredda, e sapere che a una quindicina di chilometri da casa mia v’era un rifugio antiatomico mi rese un bambino sicuro e sereno. Per quei momenti che bastarono a farmi chiedere cosa caspita sarebbe successo, dal sesto minuto di attacco in poi…

Anni dopo scoprii gli altri possibili usi delle mura in tempo di pace: parco giochi per bambini, pista da footing riparata dai raggi del sole da cortine di alberi secolari, luogo dove studiare per gli esami universitari, alcova dove portare le ragazze, ventilato materasso estivo per riposanti dormite (da soli o con le ragazze di prima), ristorante prèt a porter per spuntini e cene… Un confine tra quella che è poi diventata casa mia – il dentro – e il resto del mondo. Un confine adesso percorribile in bici o a piedi, un turismo slow che permette anche al visitatore occasionale di godere d’una comoda vista del dentro ricolmo di tetti, chiese e vicoletti, da paragonare agli spalti verdi e liberi del fuori.

L’unico rischio che si corre a passeggiare oggi sulle mura di Lucca, è quello di farsi stregare dal fascino decadente della città e restare impigliati per sempre nel suo tranquillo provincialismo.
Poi non dite che non v’avevo avvertito…

Didascalie
mura1: lato sud della passeggiata delle mura, dal Caffè delle Mura al baluardo San Paolino
mura2: dalla casermetta del baluardo San Donato alla Porta San Donato
mura3: Porta San Donato
mura4: vista dal baluardo Santa Croce alla piattaforma San Frediano (con le mura del 1100 in mezzo alle due strutture difensive, e gli spalti molto ben conservati sul prato)
mura5: le cannoniere del baluardo Santa Croce (sparano verso la piattaforma San Frediano)

Qui la cartina interattiva delle mura di Lucca.

 

Barney

Il sentimento bBobolare

Tutte le sere mi faccio -dopo il lavoro- un bagno di paese alla radio. Ascolto “La Zanzara”, su Radio24, e sento il peggio del peggio di quelli che il 4 marzo andranno a votare.

Convinti che la colpa (di cosa? Ma di tutto!) sia tutta dei negri, che i musulmani complottino contro la mortadella a merenda negli asili e contro il crocefisso negli ospedali, che gli zingari rubino i posti letto in pronto soccorso alle vecchine con la pensione minima, mentre loro -catenone d’oro al collo- spendono e spandono a spese nostre.

Queste convinzioni derivano dalla ripetizione a manovella di stronzat mantra Salvinian-Meloniani, dalla riproposizione pavloviana di qualsiasi post su Facebook che dimostri incontrovertibilmente che il negro sul Frecciarossa paga il biglietto del regionale e viaggia in prima classe, dal repost selvaggio di “notizie” prese nelle peggiori cloache della rete. Senza mai (MAI) prima controllare se la cosa e’ vera o no, senza mai (MAI) accendere il cervello per ragionare.

Questi sono la maggioranza degli italiani, non c’e’ nulla da fare: quelli che -trovato per il tramite di qualche populista d’accatto il capro espiatorio per tutti i problemi del mondo- vi si buttano a capofitto, contenti poter dare la colpa a qualcun altro anche di quanto misera e ignorante e’ la loro vita.

Vinceranno, e non sono ne’ di destra ne’ di sinistra, perche’ oramai la differenza nei programmi politici non c’e’, anzi: non ci sono piu’ nemmeno i programmi.

Questo popolo imbarbarito, questa “gGente” ce la racconta mirabilmente Gipi, in una perla che andrebbe fatta girare tra le scuole. Perche’ e’ il modo giusto di raccontare, e di far pensare.

Godetevelo, e ricordatevi che di mestiere Gipi disegna fumetti.

 

Barney

 

xkcd: Chicken Pox and Name Statistics

Questa vignetta non sara’ capita dagli antivaccinisti, perche’ dimostra esattamente come il loro modo di “ragionare” (overstatement) fa acqua da tutte le parti.

Ecco qua:

chicken_pox_and_name_statistics

Il primo grafico correla la probabilita’ di avere avuto la varicella con le classi di eta’. In pratica, dimostra come chi e’ nato prima del 1995 (anno in cui fu introdotto il vaccino negli USA) ha quasi il 100% probabilita’ di avere avuto la varicella. La percentuale di chi si ammala crolla drasticamente dopo l’introduzione del vaccino e oggi chi ha meno di dieci anni ha la quasi certezza di non ammalarsi.

Il vaccino funziona, insomma. E i due articoli citati nel grafico sono li’ per chi non ci crede (che ovviamente si guardera’ bene dal leggerseli).

Passiamo al secondo grafico. Ci mostra l’evoluzione della frequenza di certi nomi, sempre per classi di eta’. Si vede che negli ultimi anni molti bimbi piccoli si chiamano Harper o Jaxon, che i Logan sono nella stragrande maggioranza under 35, e che nomi piu’ comuni come Brian o Sarah sono il marchio di vecchiaia degli over 35. Come da noi i Mario/le Marie e i Giovanni, mentre le Jessica (la h mettetela dove volete) e i Kevin spopolano tra gli adolescenti.

Poi c’e’ una correlazione a prima vista senza senso, che mette i due grafici a confronto e deriva la probabilita’ che uno che si chiama -per dire- Brian abbia avuto la varicella.

E’ senza senso solo a prima vista, perche’ come abbiamo visto sopra i due grafici descrivono classi di eta’ omogenee, e quindi, alla fine, uno potrebbe tranquillamente provare a scommettere sul fatto che un tizio sconosciuto -di cui si sa solo il nome- abbia avuto o no la varicella.

Puo’ diventare completamente senza senso se la lettura e’ alla cialtrona, fatta senza mettere in funzione il cervello. Un po’ come fanno tutti i fuffari-novax-credenti nelle medicine alternative. Allora, si potrebbe addirittura portare avanti la teoria che c’e’ un potere nel nome che protegge dal virus, e una Harper non prendera’ quasi certamente la varicella in virtu’ di come si chiama.

La chiusura, sotto la tabella, e’ molto bella e riflette la lettura “seria” dei due grafici.

L’alt-text invece e’ un bel calembour che prende in giro le correlazioni a casaccio:

People with all six of those names agree that it’s weird that we have teeth, when you think about it for too long. Just about everyone agrees on that, except—in a still-unexplained statistical anomaly—people named “Trevor.”

Barney

[Cartaresistente] Città raccontate: Lucca n.1 (La Pupporona)

[Questo pezzo è stato scritto per e pubblicato su Cartaresistente, il 29 agosto 2013]

Vi sono spessissimo nei centri storici delle nostre città dei toponimi di origine varia che soppiantano nella vita di tutti i giorni i nomi “comandati” di vie, strade e piazze. Lucca, con quell’indole conservatrice e resistente testimoniata da una delle più belle cerchie murarie del mondo, non fa certo eccezione, anzi: qui i toponimi si sprecano, si stratificano come i reperti prima etruschi, poi romani, quindi longobardi, poi su su medicei e napoleonici che impediscono – in pratica – qualsiasi lavoro di sterro. Perché qui come scavi esce di sicuro qualcosa, e quando dico “qualcosa” intendo una strada, un cimitero, un palazzo… Tra i toponimi lucchesi più caratteristici v’è quello col quale tutti i lucchesi conoscono la piazza che sulle cartine si chiama “San Salvatore”. Situata poche decine di metri a nord da Piazza San Michele in foro, la piazza San Salvatore ospita la bella chiesetta omonima, del mille (a Lucca abbiamo tutto vecchissimo, mi scuso per questo…), più volte restaurata ma rispettando sempre l’impianto medievale di partenza, che ha come molte altre chiese lucchesi (e di chiese ne abbiamo decine) la particolarità del campanile assai discosto dal corpo principale. Ma torniamo al toponimo, che nel nostro caso in realtà sono ben tre:

Piazza della Legna (oramai in disuso), a testimoniare il passato ruolo dello spazio cittadino di luogo destinato alla compravendita di legna da ardere;
Piazza della Misericordia, perché sulla piazza affaccia la sede storica dell’Arciconfraternita di Misericordia, che pare esista in zona dal 1540 o giù di lì;
Piazza della Pupporona, ovviamente il nome più in voga, che prende spunto da una statua neoclassica disegnata dal Nottolini verso il 1800 e raffigurante una Naiade con un seno scoperto.

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È proprio il seno che ha dato la stura al toponimo: a Lucca i seni sono chiamati “puppore” (l’assonanza con “puppe” o “poppe” è evidente, così come è evidente il carattere più – diciamo – casereccio delle nostre tette rispetto a quelle milanesi), e le “pupporine” sono dolci semplici, di forma ovale, con in mezzo una ciliegia a guarnire.

Statua del Nottolini a parte, il luogo merita una visita sia per la sunnominata chiesa di San Salvatore (in Mustolio, qualsiasi cosa ciò significhi…), sia per il contesto urbano (i palazzi attorno sono in buona parte medievali, quello sul lato sud ospita una famosa casa-torre ben visibile anche dalla piazza), sia soprattutto perché la “Pupporona”, da buona Naiade, sovrasta una delle tante fontanelle che a Lucca permettono di bere gratuitamente della buonissima acqua sempre fresca. E queste fontane sono uno degli ultimi luoghi di socializzazione della città, in cui capita alla sera di mettersi in fila assieme a una decina di persone con le tue bottiglie da riempire, e passare una manciata di minuti a parlare del nulla, però con una buona dose di levità. Ultimo motivo per un passaggio dalla Pupporona: se intraprendete il cammino della via Francigena potete trovare ospitalità presso la foresteria della Misericordia, li vicino.

Di motivi per visitare Lucca, invece, ce ne sono a bizzeffe.

 

Barney

Memorie dalla rRete

Cartaresistente ha chiuso i battenti a gennaio. Dopo anni di onorato servizio Nando e Davide hanno deciso di chiudere il sito e lasciare che il tempo decida se e quando qualcosa di simile o di completamente differente prendera’ vita.

Tra coloro che scrivevano su Cartaresistente c’ero anche io, e mi dispiace che certe cose che non m’erano venute malissimo vadano perdute.

Riproporro’ qua sopra un po’ di quella roba, quindi, partendo dalla serie di pezzi su Lucca che si incastonavano nella bellissima rubrica “Citta’ raccontate”. Cambiera’ solo la formattazione, il resto e’ roba d’antan. Come me.

 

Barney

 

Filosofia da muro #114

Siamo prossimi al fatidico 4 marzo,(data elettorale da molti attesa, da altrettanti temuta, dalla maggioranza subita), e questa scritta apparsa qualche mese fa sui muri della mia citta’ riporta indietro di un secolo:

ottobre

A togliere qualsiasi dubbio, la falce e martello -rossi- chiudono la scritta, che si rifa’ all’adagio bellico -pare nato a Napoli- che invocava la venuta del Baffone di quei tempi, Josif Stalin. Con una spruzzata di rivoluzione bolscevica di giusto cent’anni fa.

E allora facciamolo arrivare subito, ottobre:

 

Barney