Sardine e Salvini

Vado subito al punto, così sia le Sardine che i leghisti afferreranno almeno il succo dello sproloquio: i due movimenti “d’opinione” sono esattamente la stessa cosa vista da due punti diversi.

Se infatti Salvini è un maestro nello scovare soluzioni semplici (comprensibili da tutti, massimamente dai suoi elettori) a problemi complessi (che nessuno dei suoi elettori capisce), le Sardine sono perfette nel non vedere i problemi reali e purtuttavia nel definire soluzioni ipercomplesse ad altre questioni non centrali.

Il vero problema dell’Italia non sono né le sardine, né Salvini: è il fatto che la quantità di persone che provano a ragionare sulle cose in maniera acritica e senza sembrare tifosi da curva Sud è in costante diminuzione.

Pensare è diventato faticoso, insomma.

E allora si lascia tutto in mano a Salvini, che chiede le firme per abolire il MES a persone che non sanno un cazzo né del MES né di Europa, né di finanza. Ma si fidano di Salvini (che non sa un cazzo di nulla nemmeno lui, ma sembra esperto perchè ammanta il suo non saperne un cazzo di nulla di visione profetica, manco fosse il nuovo Messia), quindi firmano per l’abolizione di un accordo a loro ignoto sia nei termini che nelle conseguenze.

Dall’altra parte ci sono le sardine, che invece che guardare la Luna (ovvero i problemi strutturali di un paese in declino da trent’anni, per mille motivi che se volete vi dico, ma sarebbe lunghissimo. Quindi fidatevi, come vi fidate di Salvini) si fissano a osservare il dito (ovviamente il Salvini di cui sopra). Interrogate su questioni “di sostanza” le sardine dimostrano pure loro di non sapere un cazzo di nulla, mi dispiace dirlo ma è così. Come i leghisti i sardiniani inseguono una vulgata senza contenuti, come i leghisti fanno del numero di consensi il termometro del nulla che propugnano.

“Mangiate merda, milioni di mosche non si possono sbagliare” è una didascalia che si può applicare ad entrambi gli schieramenti, se andiamo a vedere i contenuti dei rispettivi messaggi.

Beh, questo è quanto; costretti a scegliere tra il nulla e lo zero assoluto, senza alcuna capacità di approcciare analiticamente i problemi, l’Italia è un paese in cui il messaggio quotidiano delle 18,40 della Madonna di Medjugorjie ha la stessa valenza di un teorema di geometria non euclidea: nessuno capisce un cazzo né dell’uno, né dell’altra.

 

Barney

 

 

“L’età giovane”, J-P e L. Dardenne (Belgio-Francia, 2019)

Due registi di culto abituati a vincere la Palma d’Oro a Cannes che quest’anno si son dovuti accontentare del premio per la miglior regia (perchè obbiettivamente Parasite è anni luce meglio di questo film), una ambientazione che mi ha sostanzialmente trascinato al cinema (la storia si svolge a Bruxelles, che considero la mia seconda casa), un argomento certamente interessante e altrettanto certamente di attualità. Tutto questo non fa di “L’età giovane” un capolavoro, e molto influisce sul mio personale giudizio la decisione politicamente corretta (ma cretina e radical-chic) di cambiare il titolo originale francese in quello che trovate nelle sale.

etagiovane

I fratelli Dardenne hanno intitolato la loro ultima fatica “Le jeune Ahmed” pour cause, come direbbero loro. La storia è semplice e può essere raccontata  tutta in due righe: Ahmed, tredicenne di origine araba, viene convinto da un Imam ad imboccare la via del radicalismo islamico, fino a farne un potenziale terrorista in erba. La scelta di eliminare la componente islamica in italiano è incomprensibile, anche perchè a mio modestissimo avviso il film è neutro (aggiungerei colpevolmente neutro) sull’argomento che tratta, ossia la radicalizzazione religiosa.

Non è tutto qua ovviamente, ma a me ha colpito di più quello che manca, nella pellicola: le motivazioni per l’inizio del percorso di radicalizzazione, i mezzi usati per questo percorso, i passaggi intermedi da ragazzino normale a fanatico pronto ad uccidere in nome di Allah… tutto viene dato per scontato, perchè -mi è stato detto- la forza di questi registi è il non interferire nella storia, il filmare come se si trattasse di un documentario, il non far vedere la mano di Dio dietro la macchina da presa. Non c’è nemmeno come ho già detto una netta presa di posizione che potremmo definire “politica” (e come potrebbe esserci, stanti le premesse sopra?), tutto avviene nel distacco più algido.

Si, certamente si capisce bene che Ahmed è minoritario anche in un ambiente come quello delle periferie di Bruxelles in cui la crisi economica e la ghettizzazione degli stranieri produce parecchi jihadisti: i suoi compagni, la famiglia, la maestra pur essendo islamici sono tutto fuori che fanatici terroristi. Tanto che i bersagli della rabbia folle del bambino sono proprio gli arabi vicino a lui, considerati impuri e indegni delle parole del Corano.

Boh, alla fine m’è parso che il soggetto avrebbe potuto essere completamente diverso e il film si sarebbe potuto girare esattamente nella stessa maniera, un po’ come se davvero si trattasse di un documentario e si passasse dalla migrazione dei capodogli artici all’accoppiamento del cervo della Birmania in tre fotogrammi.

Forse è questo che caratterizza i grandi registi? Non lo so, il film a me non ha lasciato molte emozioni, direi “sufficiente” sulla mia personale scala di gradimento.

Come parziale compensazione, e su un argomento parallelo (anche se non completamente assimilabile) segnalo questo bell’articolo di Michel Onfray, filosofo ateo e anarchico che parla di una Francia che ha parecchi punti in comune con il Belgio dei Dardenne, ma descritta meglio.

 

Barney

“Parasite”, Bong Joon-Ho (Corea del Sud, 2019)

Se volete divertirvi pensando, andate a vedere “Parasite”.


parasite

La potrei finire qua e sarebbe più che sufficiente, ma devo innanzitutto far notare che siccome questa pellicola ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, mentre “Joker” si è aggiudicato il Leone d’Oro a Venezia, allora si potrebbero trarre conclusioni sulla qualità delle rispettive giurie (e a mio modestissimo avviso vincerebbero i cugini francesi a mani basse…), o dei film presentati al Lido o alla Croisette (come sopra).

Non spoilererò nulla della seconda parte del film, tranquilli. Vi prego però di spendere un paio di minuti non a leggere il resto dei miei deliri, ma a guardare con attenzione la locandina qua sopra, e confrontarla con quella di Joker.

Là abbiamo Phoenix che prende tutto lo spazio con la faccia truccata da Joker, perchè Phoenix è il film.

Qua sopra abbiamo invece (quasi) tutti i protagonisti raccolti sul set principale del film di Joon-Ho (che tra l’altro è anche il regista di questa roba qua, altrettanto da vedere), una villa ultramoderna (la metto tra i protagonisti principali) su una collinetta di una città coreana. Ma se andrete a vederlo, nella locandina potete trovarci altri “protagonisti”: il quadro alla parete a sinistra, quella roba sul tavolo sotto al quadro accanto alla ragazza, le lampade tonde a destra… tutto funzionale ad una storia che parte con i crismi di una commedia classica occidentale ma che muta in altro man mano che il plot si dispiega.

In breve, e senza svelare nulla di fondamentale: una famiglia coreana (padre, madre, un figlio e una figlia) che vive in uno scantinato adattato a casa quasi abitabile, tira avanti grazie ad espedienti quotidiani. Si avverte subito nella famiglia l’orgoglio di poter sopravvivere sostanzialmente da parassiti, con il minimo sindacale per raccattare i soldi per mangiare.

Un giorno il figlio riceve da un amico in partenza per l’estero la richiesta di sostituirlo come insegnante di inglese di una ragazza di ottima e ricchissima famiglia. Titubante, il ragazzo ci prova, viene accettato dalla padrona di casa e dà il via a tutto quel che segue.

Un film splendido anche senza stare a tirar fuori le possibili letture politiche locali, anche perchè la storia si adatta secondo me a buona parte del mondo (con aggiustamenti, e non vi sto a dire quali), quindi andatelo a vedere prima della inevitabile trasposizione occidentale (che ci sarà, ci potrei scommettere dei soldi: le buone idee sono difficili da avere, ma facili da copiare). Tutto bello: gli attori, la sceneggiatura, la fotografia, la villa in cui si svolge l’azione ma anche il tugurio d’origine della famiglia dei parassiti.

Per me il miglior film da anni (con questo dovrei avere convinto parecchia gente a non adare a vederlo, purtroppo…).

 

Barney

 

Il Ministero della Verità

In “1984” di Orwell il Ministero della Verità supervisionava e controllava l’informazione, omologandola al pensiero unico del Grande Fratello. E riscriveva la storia a uso e consumo del SocInt.

In quest’ultima settimana mi è parso di essere piombato -qua in Italia- nella Londra di Orwell.

La questione del non voto della destra per la Commissione Segre ha dato il via a un circo Barnum di livello così basso che a un certo punto ho compreso che i cori da scimma dei tifosi veronesi al negro Balotelli non erano altro che il modo di esprimersi di persone che al livello delle scimmie sono, sia come proprietà lessicale che come inquadramento in tribù chiuse in cui l’inincrocio è legge e l’ingresso avviene solo attraverso un rito di iniziazione.

La spiegazione dei due capotribù destrumani (il CapitOne e Giorgia Meloni) per il non voto[1] ha semplicemente certificato che il livello zero era stato ampiamente superato verso il basso, e l’ultima dichiarazione di Salvini (“La Segre ha la scorta perchè la minacciano? E io che dovrei dire, con tutte le minacce che ricevo quotidianamente sui social?”) un ultimo chiodo sulla bara dell’intelligenza italiana: se davvero qualche suo elettore pensa che le minacce ad una novantenne scampata dai campi di concentramento nazisti dove era rinchiusa solamente perchè ebrea siano uguali ai “Crepa!” (o “troia!” se son donne) che ogni giorno tutti i politici rimediano su Facebook, beh… siamo davvero un gradino prima dei gibboni, sulla scala evolutiva.

L’ultima perla è del sindaco di Predappio, che nega il contributo comunale ad uno studente del liceo che partirà per Auschwitz con il treno della memoria. La motivazione? “Perchè l’iniziativa è di parte“. Il che tra l’altro è verissimo, ma mi chiedo come possa il treno della memoria non esserlo, di parte: vogliamo metterci sopra anche un uguale numero di ragazzi vestiti da SS? Vogliamo far viaggiare gli studenti che vogliono commemorare l’olocausto in vagoni piombati?Le docce sono comprese nel pacchetto, all’arrivo?

La vulgata comune, comunque, è che questo sia folklore: dieci coglioni nostalgici che non son certo rappresentativi della destra moderna (anche se nei dieci sono compresi il CapitOne e Giorgia Meloni, ma lasciamo stare). E che dall’altra parte (i komunisti) è anche peggio. Qua si utilizzano tecniche prettamente orwelliane per pareggiare due “minacce”: una che sembra almeno a me realissima e concreta (la destra nazionalista), l’altra (i comunisti, che adesso si sono trasformati ne “la sinistra”) più un vagheggiare di ricordi foschi. Rileggetevi la parte poco sopra in cui Salvini parla delle minacce ricevute dalla Segre, solo per dire che anche lui ne riceve di uguali e forse di peggio, capirete quel che voglio dire. A patto che non abbiate portato il cervello all’ammasso dei talk show (di destra e di sinistra, sul tema leggetevi questo splendido pezzo di Crippa, pubblicato sul Foglio di oggi).

O che non rimpiangiate davvero il caro vecchio Dvce di ottant’anni fa, quando Dio, Patria e Famiglia erano gli imperativi categorici di un’Italia da barzelletta tragica.

Se vi piace così…

 

 

Barney

[1] liberissimi di non approvare, ci mancherebbe. Quello che è stato ridicolo è la serqua di cazzate usate come motivazione. Mai come in questo caso un silenzio sarebbe stato d’oro.

Dieci libri in una botta sola, con spoiler e senza catene

Ogni tanto vedo pubblicate su Facebook robe tipo “I dieci film più belli che ho visto“, o “le dieci canzoni punk più importanti per la mia adolescenza“, o sarcazzo quali altre perle di vita centellinate una a una per dieci giorni, con l’aggravante che quasi sempre questa roba è accompagnata da un “taggo Caio, che faccia la stessa cosa con dieci suoi contatti”, in un vortice assurdo e per me incomprensibile di gente che racconta ad altra gente robe di cui alla fine non interessa una mazza a nessuno, se non a chi gestisce il social network e deve tenerlo in vita in qualunque modo. Incluso questo, perlappunto.

Tra le robe che mi son passate sotto gli occhi c’è stata anche “pubblica i dieci libri che ti hanno colpito di più, mettendo solo la copertina e taggando un amico al giorno”.

Cioè: invece di chiedere al coglione di turno di dire perché il libro x l’ha colpito, gli si dice che basta la copertina, senza commenti. Il che non ha bisogno di commenti, in effetti.

Odio le catene di Sant’Antonio, insomma.
Tutte, nessuna esclusa.

Per cui, invece che perpetrare il delitto del “pubblica la copertina dei dieci libri che più ti hanno colpito, e dai il compito ad un amico diverso ogni giorno” la risolvo da solo, senza pubblicare le copertine e soprattutto non tirando in ballo nessun altro.

Anche perché leggere è un’attività che in genere si fa da soli.

Non c’è un ordine di merito, né questi sono i libri che più mi hanno colpito (qualsiasi cosa ciò significhi), per ogni libro ci sono poche parole di presentazione -tanto la gGente non legge più nulla…- e (attenzione!) uno spoilerone di ancor meno parole.

  • La versione di Barney” di Mordecai Richler (dovrò giustificare il nickname, no?). La storia di un vecchio e burbero produttore televisivo attraverso le sue tre mogli e la misteriosa scomparsa del suo migliore amico.
    SPOILER: Ha E’ stato il Canadair.

 

  • Ubik“, di P. K. Dick. Nel futuro i morti sono tenuti in uno stato di semicoscienza, e possono interagire con i vivi attraverso macchine elettroniche, per pochi minuti ogni tanto.
    SPOILER: Sono tutti morti, anche chi crede di essere vivo.

 

  • Postwar” di Tony Judt. La storia dell’Europa dal 1945 a pochi anni fa, raccontata da un grande giornalista.
    SPOILER: è purtroppo tutto vero, e chi dovrebbe leggerlo non lo farà.

 

  • Watchmen“, di Alan Moore e David Gibbons. In un presente distopico un manipolo di vecchi giustizieri oramai sull’orlo della pensione si trova a combattere contro un misterioso nemico che sembra avercela con loro.
    SPOILER: Silk Spectre è figlia del Comico.

 

  • Meridiano di sangue“, di Cormac McCarthy. La parabola distruttiva di un giovane di frontiera, in bilico tra la vita e la morte nel profondo sud degli USA di cent’anni fa.
    SPOILER: muore.

 

  • Bone” di Alan Smith. E’ simile al Signore degli Anelli, ma il drago è buono e gli animali parlano.
    SPOILER: tornano a Boneville.

 

  • 1984“, di George Orwell. Chi non l’ha letto lo conosce perché guarda “Il Grande Fratello”, che è una delle presenze costanti del libro. Ma non c’entra una mazza con il reality show, fidatevi.
    SPOILER: Winston Smith perde. Male.

 

  • L’alba della notte“, di Peter F. Hamilton. Le anime dei morti trovano il modo di possedere i vivi, che si devono difendere sapendo che se muoiono passano dalla parte del nemico, che è sostanzialmente immune al 90% delle armi dei vivi.
    SPOILER: Vincono i vivi per un pelo, ma dopo circa 4000 pagine.

 

  • L’ombra dello scorpione” di Stephen King. Racconta meglio di “It” la lotta tra bene e male, in uno scenario postapocalittico purtroppo abbastanza probabile.
    SPOLIER: vincono i buoni ai tempi supplementari col golden goal. Dopo circa 1200 pagine.

 

  • Armi, acciaio e malattie“, di Jared Diamond. Una storia dell’evoluzione della civiltà umana che spiega perché siamo come siamo, e come possiamo distruggere l’unico pianeta che al momento abitiamo.
    SPOILER: anche qua, è tutto vero.

 

 

Barney

Barney

“Joker”, T. Phillips (USA, 2019)

Joaquin Phoenix avrebbe dovuto vincere l’Oscar qualche anno fa, per la splendida interpretazione di Doc Sportello nel bellissimo “Vizio di forma” di Paul Thomas Anderson. Probabilmente lo vincerà a furor di popolo per la sua trasfigurazione in Joker, di Phillips, che però è un film mediocre da molti punti di vista.

JOKER

La probabilità che un film (liberamente) ispirato ad un personaggio dei fumetti che vince il Leone d’Oro a Venezia sia una delusione è pari a quella che io non diventerò mai Papa: quasi il 100%.

Phillips gioca d’astuzia e racconta le origini di uno dei cattivi storici della DC ispirandosi (ancora molto liberamente) a “The killing joke” scritto da Alan Moore e disegnato da Brian Bolland.

Del fumetto si salva in pratica la storia del comico mancato, deriso in localini, e basta.

Il resto del Bat-Universe serve per (s)contentare chi al cinema c’è andato pensando al fumetto: l’ambientazione (siamo ovviamente a Gotham, e dove, sennò?), l’Arkham Asylum, il vestito sgargiante e il trucco da pagliaccio del Joker trasformato nel prodromo del criminale che impazzerà per decenni sulla metropoli immaginaria, financo la scena dell’uccisione dei genitori di Bruce Wayne nel vicolo -vista da tutte le angolazioni in dieci pellicole diverse, negli anni-… tutta roba in più che i veri cinefili andati a vedere il film vincitore di Venezia non avranno percepito o avranno giudicato inutile.

I primi tre quarti del film indagano nella psiche già traballante di Arthur Fleck, e preparano all’inevitabile scoppio di follia senza ritorno che coinciderà con la nascita di Joker quasi a giustificare la malvagità finale, che potrebbe apparire davvero inevitabile se la pellicola avesse mire di introspezione psicanalitica.

In realtà -come ho letto da qualche parte- l’unico modo di godere del film è fermarsi alla superficie, perchè scavando non si trovano che falle evidenti nella sceneggiatura e nella regia. Un’operazione furbetta che cerca di mettere la cravatta al porco, come si direbbe in Toscana, facendo assurgere a wannabe capolavoro artistico una storia a fumetti proprio perchè il fumetto viene considerato non degno di essere catalogato tra le opere d’arte.

Ecco: andrebbe detto a Phillips che le cose non stanno così, e che avere vinto Venezia con questo film non lo pone certamente nell’Olimpo dei registi.

Anzi…

 

Voto: 5 al film, 9 a Phoenix.

 

Barney

“C’era una volta… ad Hollywood”, Q. Tarantino (USA-UK, 2019)

Cast stellare per il nono film di Quentin Tarantino, il più “tecnico” del regista americano.

Una storia sul cinema in cui non solo noi guardiamo gli attori sullo schermo, ma anche loro si guardano recitare, in tv (Di Caprio e Pitt) o al cinema mischiati agli altri spettatori (Margot Robbie). In questo caso guardando la macchina da presa, e in ultima analisi noi.

Un film iper-ricorsivo, che interrompe continuamente la quarta parete senza che lo spettatore se ne accorga.

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Los Angeles, 1969. Leonardo Di Caprio è un attore in crisi, che ha costruito (o pensava di costruire) una carriera sui telefilm western e sul fatto di avere come controfigura il suo migliore amico (Brad Pitt) si sente consigliare da un vecchio e sgamato produttore (Al Pacino) di varcare l’Atlantico per recitare negli spaghetti western. L’attore rifiuta e cerca il rilancio attraverso una puntata pilota dell’ennesima serie western, dove lui fa ovviamente il cattivo.

Intanto si fa scarrozzare dalla controfigura (gli hanno ritirato la patente) e fa la bella vita nella sua casa di Cielo Drive, a Bel-Air. Leggendo l’indirizzo i più vecchi avran sentito suonare un campanellino nel cervello: infatti al 10050 di quella strada in piena estate ci fu uno degli omicidi più famosi ed efferati della storia americana, mandante il santone pazzo Charles Manson. Chi non sapesse di cosa sto parlando è caldamente consigliato di informarsi, saltando ogni riferimento al film di Tarantino se non vuole spoiler.

Non dirò altro sul plot, li film è splendido per come è costruito -a partire dalle ricostruzioni della Los Angeles di fine anni ’60-, per come è recitato e per come è girato. Non è il classico prodotto Tarantiniano, ma un divertissement raffinato di un regista che riesce in due ore e mezza a produrre un raffinato  inno ai suoi stilemi di sempre senza annoiare mai, e senza cadere nel ridicolo. Anche grazie al cast, ovviamente. E ad una colonna sonora che più sixties non poteva essere.

Da vedere (ripeto: SAPENDO cosa è successo nel 1969 al 10050 di Cielo Drive).

 

Barney