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La gig economy spiegata al mio gatto

Gig per me è -traducendo dall’inglese- principalmente un concerto, una serata dove si suona.

Adesso, accoppiato ad economy fa una roba tipo “l’economia del lavoretto”, una roba che oggi c’è, ti permette di sfangarla fino a stasera e poi chissà?

E’ il way of life dei fattorini in bicicletta (che si chiamavano “ponies”, da Pony Express, ma oggi sono i “raiders”) che consegnano di tutto  a tutte le ore in quasi ogni centro città. Dei dog sitter (quelli che se scendi il cane te lo pisciano, insomma), delle ripetizioni ai ragazzi del liceo fatte dallo studente universitario.

Lavoretti, appunto, che permettevano ai giovani di un tempo (tipo il mio, un secolo fa) di comperarsi birra e sigarette, di pagare la pizza alla morosa, e t’avanzavano anche i soldi per la benzina.

Oggi i lavoretti sono diventati invece uno dei motori pulsanti dell’economia moderna, e si declinano in salsa informatica: con le app.

Il raider fa il suo lavoretto grazie alla app, così come il dog sitter e chi fa ripetizioni. E siccome anche i lavoretti della gig economy sono robe da due spiccioli, se non hai 16 anni ma 40 e i soldi non li spendi in birre ma di gig economy ci vuoi campare, ti devi inventare dog sitter dalle sei alle otto, poi pony fino alle 15 e dalle 17 alle 20 puoi dare ripetizioni.

Poi ceni, e alle 21 entri in servizio con la tua auto, che grazie ad Uber è diventato un taxi che si chiama solo con la app.

Presumo che esista anche qualcosa che si fa tramite app dalla mezzanotte alle tre e che rientra nella categoria “prostituzione”, magari si aggiunge anche quello alla lista dei gig e si arriva a guadagnare una cifra ragionevole.

Altrimenti c’è AirBnB: affitti una stanza della tua casa sempre rigorosamente attraverso la app dedicata, e diventi all’improvviso un bed and breakfast.

Lavoretti: nel migliore dei casi aggiunte ai miseri stipendi di questi tempi, nel peggiore l’unico modo di “lavorare” oggi come oggi.

Come tutti i lavoretti che ho fatto anche io nei primi anni dell’800, non v’e’ alcuna garanzia sindacale, nessun fisso mensile, nessuna (o ridicola) assicurazione contro gli infortuni, spesso non paghi nemmen le tasse.

Ma guadagni poco.

Chi fa i soldi veri sono due categorie di soggetti, una evidente e implicitamente “responsabile” della fioritura di questi app-lavori: chi crea il business e la app si intasca in genere una commissione (10-20% sulla transazione) senza fare in pratica nulla se non mettere a disposizione l’infrastruttura telematica e il canale che fa incontrare domanda e offerta. I soldi li fa sul numero di transazioni giornaliere, e incassa immediatamente sia da chi compra che da chi vende. Facile, pulito, remunerativo.

L’altra categoria di vincitori della gig economy è meno evidente, un esempio splendido e’ in questo articolo qua che tratta approfonditamente il caso AirBnB a New York e le conseguenze sulla città e sui cittadini.

I perdenti sono molti, molti di più: dai gig worker stessi a chi si vede far concorrenza deregolamentata, alle nostre città.

E fa specie che una evoluzione sociale ed economica di questo genere sia stata solo sfiorata (e solo da M5S, Liberi e Uguali e PD) nella scorsa campagna elettorale, probabilmente prima che i politici si accorgano davvero della cosa passeranno un paio di altre rivoluzioni culturali.

 

 

Barney

Filosofia da muro #23

Frase vergata con tratto sottile ma mano ferma, ad esprimere un concetto apodittico-scatologico che si puo’ ben comprendere (e forse anche condividere):

IMAGE00322ASi noti il raffronto tra una filosofia socioeconomica (categoria di per se astratta e fumosa) e l’escremento principe (concreto e definito), a cercare di semplificare concetti e paradigmi trattati in tomi pantagruelici dai vari Marx, Smith, Keynes e compagnia bella.

Direi che la semplificazione e’ ben riuscita, e merita una adeguata e corrispondente colonna sonora. Per esempio, The Last Internationale che cantano “Workers of the World-Unite!”.

Barney