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16/03/1978

Alcune date rimangono impresse nelle nostre vite per sempre: il primo bacio, la laurea, il giorno del matrimonio… E poi altri avvenimenti che hanno un significato globale: l’11 settembre 2001, o l’11 luglio 1982 (questa vale solo per gli italiani), e -per chi c’era- il 20 luglio 1969.

Io ricordo pure il 16 marzo 1978.

E lo ricordo bene non solo perche’ era il compleanno di mio fratello, ma anche perche’ mentre eravamo in giardino a giocare con gli amici delle case vicine venne mia madre ad annunciare che Aldo Moro era stato rapito. Erano anni incerti, quelli, e anche nella tranquilla campagna toscana c’era tra le famiglie la sensazione di incertezza e paura d’esser possibili bersagli del terrorismo. Di destra o di sinistra, senza distinzioni, anche se i giornali parlavano piu’ delle Brigate Rosse che dei neri di Ordine Nuovo. Anche in casa nostra v’era la paura che mio padre non tornasse, la sera…

Si parlava di politica, a quei tempi, anche tra ragazzetti di dieci anni. E il rapimento di Moro fu un avvenimento che tenne il paese con il fiato sospeso per un paio di mesi: i TG di quel giorno raccontarono con dovizia di particolari la dinamica dell’assalto all’auto di Moro e a quella della scorta, la feroce determinazione dei terroristi nel freddare i cinque carabinieri della scorta e la velocita’ quasi diabolica dell’intera operazione. Un blitz militare che fece sparire il rapito e i rapitori in una nebbia che si sarebbe diradata solo anni dopo.

Ricordo gli appelli, il Papa e Andreotti e Cossiga, e oltre loro le persone normali che avrebbero voluto Moro libero subito… poi la famiglia del politico, i servizi in bianco e nero alla tv, e nei giorni successivi quelle cose cui eravamo tutti abituati a quei tempi: i comunicati deliranti dei terroristi stampati su ciclostile, spesso contornati da foto del rapito con in mano un giornale, a testimoniare con la data della testata l’esistenza in vita dell’ostaggio almeno per quel fugace attimo dello scatto. Un lento stillicidio di trattative, promesse, speranze, indagini… il tutto culminato -il 9 maggio dello stesso anno- nel ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, la barba lunga di settimane, lo stesso cappotto blu addosso, il corpo crivellato dalla raffica della Skorpion.

ImageRicordo anche quel 9 maggio: nel pomeriggio ero a casa di un compagno di classe e ci fu comunicato che il giorno dopo non saremmo andati a scuola, lutto nazionale.

Quei giorni se li ricordano anche i Virginiana Miller, che li cantano nella gia’ rammentata “Anni di piombo”.

Pero’ oggi han fatto uscire il video, che mi ha fatto tornare indietro a 35 anni fa, e quindi tocca condividere, oltre che rammentare il loro concerto di sabato prossimo, a Livorno.

Barney

Ancora “Venga il regno”, Virginiana Miller. Alabianca (2013)

Oggi l’ho comperato, il disco.

ImageHo letto alcune recensioni, che dicono in pratica che questo e’ un disco piu’ facile, ottimista, meno “alto” come citazioni letterarie rispetto ai precedenti. A me pare che il disco sia ottimo e che musica e testi abbisognino di molteplici ascolti per poterli metabolizzare e capire a fondo. Come molte se non tutte le canzoni dei VM.

Prendiamo ad esempio la traccia iniziale, “Due“: il tema ritmico e’ simile a quello di “Una bella giornata“, sporcato da una chitarra acida iniziale che anticipa il testo. Il brano parla di due ragazzi che si baciano su una panchina, e “sono due, ma sono uno“, sono “due ma in fondo sono il mondo, tutto in un bacio su una panchina“. Neanche i passanti li disturbano, tanto hanno l’orchestrina che suona dentro l’iPhone, quindi “go on, dream on“. Siamo alla prima strofa e questi qua hanno gia’ dato tre o quattro giri di pista a qualsiasi vincitore di X Factor o Amici, su come si scrive una canzone romantica.

Poi attacca il ritornello, e fa pensare al crollo dell’impalcatura descritta poco prima: “la felicita’ e’ un dono, passa di mano e poi si dimentica“. Ale’, sic transit gloria mundi e voi due la’ sulla panchina, mica vi crederete d’andare avanti ancora per molto, eh? E se non l’aveste capito “la felicita’ e’ una cosa degli altri“.

Infatti, la seconda strofa ritrova la nostra coppia, ma “di questi due manca qualcuno, e come niente non c’e’ piu’ nessuno“. “Due, ma intanto ce n’e’ uno che ha pianto“…

Cazzo, ma questo e’ un film! Ed e’ un film girato bene, con i tempi giusti, il pathos che monta e sommerge la ragione, le lacrime, l’abbandono… Un bianco e nero parigino, direi, no?

 

La traccia successiva, “Anni di piombo“, cambia radicalmente registro, tema e sfondo. Siamo negli anni ’70, siamo sicuramente in Italia, e il protagonista potrebbe essere un politico, un magistrato, o anche un giornalista impegnato. Sta viaggiando verso una meta che non e’ casa sua, e sta pensando ad una donna che e’ rimasta a casa, preoccupata per lui: “stai tranquilla, vado piano quando arrivo poi ti chiamo da un telefono a gettoni e ti dico che non mi hanno colpito le scosse, non mi hanno rapito le Brigate Rosse, non avere paura, non temere non c’e’ piombo in fondo al nostro cuore“, “stai serena che se ho sonno io mi fermo e forse dormo per un paio d’ore o per vent’anni, amore“. E si sente quasi la stanchezza di chi guida una millecento sulle autostrade buie e pericolose di quegli anni, l’odore della benzina non ancora verde, il santino di Padre Pio che dovrebbe proteggere il pilota per chissa’ quale magico influsso.

Il resto ve lo ascoltate da soli sei o sette volte, magari anche voi trovate piu’ d’un accenno alla depressione in “Dal blu“, magari gli accostamenti splendidi di “Lettera di San Paolo agli operai” vi esalteranno come hanno esaltato me (“credo nel Partito Comunista e nei Pink Floyd… credo in Gesu Cristo Redentore e in Berlinguer“), e magari troverete scampoli dei libri di Lenzi in “Nel recinto dei cani“, e accenni del film di Virzi’ in “Tutti i santi giorni“.

Ma di sicuro non avrete buttato via i soldi del disco.

 

Barney

Faire d’une pierre deux coups, ovvero: “Venga il regno” e “Sul lungomai di Livorno”

Due piccioni con una fava en sauce francaisemais sans cedille– per l’uscita del sesto, splendido disco dei Virginiana Miller. Il primo dei due colpi pero’ va a colpire il libro di Simone Lenzi, “Sul lungomai di Livorno“, che racconta con vena sarcastica e amore sincero il dramma d’ogni livornese: la livornesita’, appunto; il vivere alla giornata a buttar via occasioni e talenti per la fatica di staccarsi da una citta’ che sembra aiutare i suoi abitanti ad isolarsi dal resto del mondo.

“Sprecarsi a Livorno e’ la cosa piu’ facile del mondo. Tutto ti aiuta a farlo”

La frase-simbolo del libro di Lenzi campeggia -oltre che qua sopra- anche in quarta di copertina, a confessare la colpa originale del labronico: cosi’ non ci si pensa piu’.

ImageIl libro parla di Livorno attraverso il racconto di tre traslochi, da Via Pannocchia a Piazza Magenta a Via Meyer, finalmente sul lungomare (o lungomai, come dice Simone), ma sempre e comunque nel perimetro dell’immobilita’ che ha per simbolo i quattro mori incatenati. Le cento pagine del libro si bevono d’un fiato, e vien la voglia di farsi una birra sulla Rotonda Mascagni alla fine, magari ascoltandosi l’edizione rimasterizzata del capolavoro dei Virginiana Miller (il gruppo in cui Lenzi canta le canzoni di cui scrive tutti i testi), “Gelaterie sconsacrate“.

Oppure -e qua il sasso coglie il secondo bersaglio- si puo’ andare in uno dei negozi di dischi sopravvissuti al diluvio, ed acquistare “Venga il regno“, uscito proprio oggi. E’ raro che un disco possa emozionarmi come fanno gli undici brani di “Venga il regno”, ma ascoltare una canzone dei Virginiana Miller e’ come leggere un libro di McCarthy, o di Bolaño: siamo decisamente su un altro livello rispetto alla norma, e ad ogni ascolto (o rilettura) si scopre una nuova perla nella musica o nel testo. Ecco un assaggio, “Nel recinto dei cani”, un luogo raccontato anche in “Sul Lungomai di Livorno”:

Il 5 ottobre i Virginiana Miller sono a Livorno, al “the Cage“. Il resto delle date lo trovate sul loro sito, il mio consiglio e’ di andarli ad ascoltare con fiducia, se potete. C’e’ veramente poco altro di simile, in giro.

 

Barney