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Filosofia da muro #100 (hat trick: Fede e Raffa)

Per il numero 100 in genere i fumetti escono a colori, con paginatura aumentata e copertina “Deviant Art” da collezione.

Qua non siamo in edicola, e per la filosofia da muro numero cento pubblico questo scatto lucchese inviatomi da un amico di mio figlio e da mio figlio (uno dei trentadue che lui ne ha) medesimo.

Lo pubblico perche’ e’ un embrione abortito di trittico filosofico dettato dalla saggezza popolare, che attinge al maschilismo contadino con motivazioni che trascendono il politicamente corretto e disvelano la realta’ agli occhi di chi riesce a superare il velo ammaliatore del buonismo modaiolo.

In piu’ -come vedrete- rimarca un secondo aspetto della cultura contadina delle mie parti, ossia la sostanziale immortalita’ di chi apotropaicamente magari scrive una cosa e poi fa esattamente il contrario.

E adesso ecco l’immagine nella sua scarna purezza:

fumouccide

Come vedete, abbiamo Tabacco, ma mancano Bacco e Venere.

E come vedete, la minaccia e’ volta solo ai pischelli, che non reggono ne’ Tabacco, ne’ tantomeno potrebbero reggere Bacco e Venere.

Mi vien quasi da andare a completare la scritta, sapete?

Ora, se fossi coerente metterei qualcosa tipo “Smoke on the water”. E invece ripesco questo live dei Velvet Underground del 1993, che tra l’altro ebbi la ventura di vedere, che ci racconta di una Venere.

In pelliccia.

 

Barney

Sweet nuthin

Cosi’, perche’ ogni tanto i Velvet Underground vanno ascoltati:

Barney

Still life with white light(er), but without white heat

Bastano foto e brano musicale 🙂

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Barney

Il nuovo che avanza (e gia’ puzza di vecchio)

I fatti del 2007 qualcuno forse se li ricorda. Si, dai: l’irreprensibile deputato UDC, ultracattolico, che si faceva di coca e trombava zoccole a pagamento perche’ “…la moglie e’ lontana e lo sapete, no? L’uomo…”.

L’uomo e’ di merda, se e’ come lui.

Bene, insomma… il tizio pare sia rinato politicamente, e che abbia -come dire?- cambiato casacca:

Mimmolo

Magari s’e’ scoperto renziano di ferro, l’amico…

Barney

Sette pianeti: Venere

Da Cartaresistente seconda puntata di “Sette pianeti”  in cui io, l’omino del mio cervello e Davide Lorenzon cerchiamo di fare fantascienza. Stavolta tocca a Venere, e ad un improbabile ménage a distanza tra B., emigrato a Lovetown in cerca di fortuna, e A., rimasta a San Francisco ad aspettare (??!!!!) il maritino che si spezza la schiena per lei e per il figlio che verra’. Forse…

Il racconto e’ in forma di lettera di B. ad A., (per i nerd in ascolto: no, non c’e’ C. in mezzo ad ascoltare[1], pero’ c’e’ M., alla fine :-P) ), ed e’ molto liberamente ispirato ad un romanzo non di fantascienza: Expo 58 di Jonathan Coe. Segnatamente alla parte in cui i due protagonisti si scrivono lettere, uno da Bruxelles, l’altra da Londra.

La musica, infine, prima di invitarvi ad andare da Nando e Davide a leggere il racconto e -soprattutto!- a godere della splendida illustrazione à là Karel Thole di Davide. Stavolta, due pezzi invece che uno. Il primo e’ scontato e bellissimo: “Venus in furs” dei Velvet Underground,

Il secondo e’ un molto piu’ casareccio “Rosa” di Brunori Sas, che potrebbe essere la seconda fonte di ispirazione del racconto, chissa’… 🙂

 

 

[1] per i non nerd, A. B. e C. (o Alice, Bob e Charlie) sono i nomi dei personaggi fittizi che si usano sempre quando in informatica si fa l’esempio di attacco “man in the middle” a messaggi crittografati: (. A. (Alice) manda un messaggio a B(ob), pero’ C(harlie), cattivello, si mette in mezzo e riesce, usando la chiave pubblica di B(ob), a capire quel che c’e’ scritto nel messaggio. Ganzo, vero?

 

 

Barney

Interludio musicale

I Cowboy Junkies dal vivo che rifanno “Sweet Jane ” dei Velvet Underground. Bella roba!

 

Barney

 

26 dollars in my hand

Ieri, poco dopo che la notizia della morte di Lou Reed si era diffusa, i Pearl Jam erano su un palco a Baltimora. Hanno scelto di ricordare il vecchio compagno di strada cosi’:

La canzone parla di uno (Reed, ovviamente) che -unico bianco sporco, tremante e in crisi di astinenza-  si aggira ad Harlem con i dollari della dose in mano in cerca del suo pusher preferito. Come moltissime delle canzoni dei Velvet Underground prima e di Reed poi, siamo sulla destrutturazione e sulla nenia ripetitiva di un paio d’accordi ripetuti all’infinito (piu’ una variazione sul “ritornello” se cosi’ si puo’ definire…). Il resto e’ inutile orpello, il testo e’ diretto come un cazzotto, senza giri di parole:

I’m waiting for my man
Twenty-six dollars in my hand
Up to Lexington, 125
Feeling sick and dirty, more dead than alive
I’m waiting for my man
Hey, white boy, what you doin’ uptown?
Hey, white boy, you chasin’ our women around?
Oh pardon me sir, it’s the furthest from my mind
I’m just lookin’ for a dear, dear friend of mine
I’m waiting for my man
Here he comes, he’s all dressed in black
PR shoes and a big straw hat
He’s never early, he’s always late
First thing you learn is you always gotta wait
I’m waiting for my man
Up to a Brownstone, up three flights of stairs
Everybody’s pinned you, but nobody cares
He’s got the works, gives you sweet taste
Ah then you gotta split because you got no time to waste
I’m waiting for my man
Baby don’t you holler, darlin’ don’t you bawl and shout
I’m feeling good, you know I’m gonna work it on out
I’m feeling good, I’m feeling oh so fine
Until tomorrow, but that’s just some other time
I’m waiting for my man

Non serve altro, grazie.

Barney