Archivi tag: PK Dick

“La storia di Mortimer Griffin”, Mordecai Richler, 1968 (Adelphi, 2015)

Come in molti hanno già scritto, Richler è stato per la letteratura quello che Woody Allen è ancora per il cinema: l’archetipo del brillante artista ebreo. La grossa differenza e’ che i libri di Mordecai (ma i libri in generale, purtroppo…) li leggono in pochi, mentre i film di Woody Allen fa sempre fighissimo (stavo per scrivere “radical chic”, immaginate un po’) andarli a vedere al cinema, perche’ si deve andarci.

Certo, qualcuno avrà letto “La versione di Barney” (e toh, questo blog è in effetti dedicato a quel libro), ma il canadese ha scritto anche molti altri gran libri, come questo ad esempio, di non semplice collocazione né lettura.

griffin

Sulla copertina c’è lui da giovane, ma potrebbe essere anche il protagonista della storia che scorre nelle pagine interne, magari la penultima.

La storia: difficilmente riassumibile in poche righe. C’è chi classifica questo libro come distopico, chi lo considera un feroce satira della borghesia di origine ebraica di quegli anni, chi lo bolla come un osceno tentativo di sputtanare la Londra degli anni ’60 (per questo in molti paesi anglosassoni fu censurato, alla sua uscita), chi un piccolo scherzo innocuo e senza senso di un colto letterato.

Io direi che è un inincasellabile frullato di Bukowski, del PK Dick di “Do androids dream of electric sheep” (Blade Runner, via), dei “tre uomini” di Jerome K. Jerome, con uno dei personaggi principali che a me ha ricordato immediatamente Jabba the Hutt di Star Wars, e tantissimo altro.

Un casino insomma, tra l’altro costruito in modo da lasciare inspiegati per molte pagine episodi fondamentali. Il che non attira il lettore medio di questi tempi, aduso a masticare trilogie sulle sfumature di grigio in cui sai già che lui la frusta ma a lei je piace così, le banalità di Fabio Volo, i nomi del cazzo di Moccia dentro le storie del cazzo di Moccia, o se va bene l’ultimo giallo d’un giallista a caso.

Ci si deve sforzare di seguire un filo che pare non esserci, ma che alla fine porterà ad un finale che vi lascerà con almeno un dubbio. Dico almeno uno perché non so in quanti, nell’ultima pagina, andranno con la memoria alla scena finale del sopra citato Blade Runner in versione cinematografica. Io l’ho rivissuta quasi dalle pagine uscissero Deckard e Rachael, e non vi preoccupate: non vi sto anticipando nulla.

Forse non è un caso che entrambi i romanzi sono stati pubblicati nel 1968… Sarebbe bello poter chiedere a Richler e a Dick se si conoscevano, e come hanno potuto tirare fuori romanzi così diversi ma con così tanti particolari simili nello stesso anno.

Ma non vi preoccupate: “La storia di Mortimer Griffin” non è fantascienza. Non è nulla di già visto, è qualcosa che non può non divertire e intrigare allo stesso tempo; le situazioni grottesche e paradossali alla fine le si accetta come plausibili e funzionali allo sfondo, necessarie anche se esagerate. Tutta la storia della scuola del figlio dodicenne di Griffin, ad esempio, è esilarante, così come il malinteso con l’amico Hy -ebreo- che per una innocua battuta si convince che Mortimer sia antisemita. O la pertinacia con la quale lo stesso Mortimer nega qualsiasi sua discendenza ebrea, pur essendo lui circonciso (“Ma per motivi sanitari!”).

Un fuoco d’artificio continuo, che lega il lettore alla pagina e lo intriga fino ad un finale che ciascuno può completare come meglio crede.

Che poi è la magia dei libri, no?

 

Barney