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Filosofia da muro #83 (hat trick: Pendolante)

Questa volta la gratitudine e’ tutta per Katia “Pendolante” M., che oramai detiene almeno la co-titolarieta’ di questa rubrica con uscita periodicamente casuale.

La foto e’ scattata a Trieste, e mi piace molto la WesAndersoneita’ dello scatto, la simmetria scandita a sinistra da strati e strati di manifesti appiccicati gli uni sugli altri e gli uni sugli altri strappati, a destra da una griglia-sfiatatoio anch’essa oggetto di grafomaniaci locali. Ma non quanto il cuore della foto, dove in un dialetto a me ignoto (sara’ mica friulano?) una mano dichiara apoditticamente in viola qualcosa che a me suona tipo “spari talmente tante cazzate a due a due che prima o poi diventan dispari”, e chiude il tutto con un punto definitivo. Amen.

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La bomboletta rossa, usata da altra mano, credo alluda all’uso un po’ troppo disinvolto del fiasco di vino da parte del primo scriba. E anche qua la scritta e’ definitiva, suggellata da un punto esclamativo che non ammette repliche nel momento in cui declama una verita’ lampante. Il resto e’ contorno al dialogo, e non fa che abbellire il tutto. Bella, complimenti a Pendolante.

A chiudere? Non mi chiedete perche’ ma mi ci sta bene una Patti Smith di pochi anni fa.

 

Barney

 

Ancora sul perche’ la gGente crede alla fuffa, ovvero: perche’ anche un capraro pretende di essere un Nobel della fisica (con tutto il rispetto per il capraro)

Oggi al coffee break di chiusura dell’estenuante workshop cui partecipavo mi son messo a spippolare col PC, e sono capitato su questo interessante articolo, scritto da un simpatico astrofisico americano che -come me- non sopporta le fuffe scientifiche, che -come me- ritiene che l’E-Cat funziona come puo’ funzionare oggi la ISS Enterprise, o lo zaino protonico che cattura le onde psicocinetiche di Ghostbuster e infine che pensa -come penso io- che l’EMDrive sia un bel bussolo steampunk che fa la sua sporca figura in salotto, magari come bongo vittoriano, ma che mai e poi mai spingera’ alcun satellite nello spazio.

Il pezzo e’ molto piu’ talebano di quelli che scrivo io (??!!!), nelle sue conclusioni, ma muove de una considerazione iniziale interessante, che vò prontamente a proporre in una traduzione a spanne.

Siegel dice questo:

A noi umani piace pensare che se riusciamo a vedere le cose con una mente aperta, ci riuscira’ tutto. Che se ci mettiamo su un problema di buzzo buono e ci applichiamo al 100% ad una certa ricerca non solo potremmo capire cosa c’e’ sotto quanto ne capisce un esperto, ma addirittura potremmo fornire allo stesso esperto un valido supporto per qualsiasi campo dello scibile umano ci interessi. Ci piace pensare che le cose stanno cosi quando parliamo di energia, ambiente (io aggiungo anche : clima e riscaldamento globale), salute e farmaci (aggiungiamoci anche i vaccini, va’), e addirittura fisica e matematica.

Pero’, allo stesso tempo, siamo anche consapevoli degli anni -se non dei decenni- che sono necessari per diventare esperti “certificati” in qualsiasi dei campi sopra rammentati. Sappiamo che e’ davvero dura, anche per il piu’ intelligente e talentuoso, fare scoperte dirompenti in un campo scientifico dove magari uno ha passato anni della sua vita.

C’e’ pero’ una idea romantica che ci acchiappa quasi tutti, ed e’ quella che se un ricercatore indipendente ed anarchico, non inquadrato in una Universita’, se ne esce fuori dal coro con una idea rivoluzionaria anche senza avere alcuna base teorica sull’argomento, egli puo’ cambiare per sempre il corso della storia

Siegel continua raccontando come la vulgata comune sostanzia questa idea romantica: rafforzandola con quella che crediamo sia la storia delle vite di Albert Einstein, di Nikola Tesla, di Edison, Faraday, Newton e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Tutti geni assoluti, ovviamente, nulla da dire.

Il piccolo problema e’ che nessuno di loro ebbe davvero l'”illuminazione”: tutti studiarono duro per anni, e solo dopo si permisero di fare la loro rivoluzione scientifica.

Pero’ ci piace credere che Einstein fosse un ciuco assoluto in matematica, e chissa’ come abbia preso il Nobel a soli 22 anni. Basta Wikipedia per dimostrare che -ma va?- la vulgata della sua asineria e’ una cazzata. E cosi’ per gli altri.

Ma come dice Siegel, all’uomo piace autoilludersi, e pensare che il genio sia anche nelle piccole cose, non solo in Feynman o in Enrico Fermi. Quindi, si da credito ai ricercatori indipendenti autodidatti e assolutamente (guai!) senza alcuna laurea nei campi dove dicono di eccellere, nella speranza che se il genio e’ uscito dalle loro teste magari un giorno potrebbe sortir fuori anche da noi, no?

La prima conclusione che Ethan deriva (dopo avere brevemente passato in rassegna le massime fuffe tecnologiche attuali) e’ che quando uno di questi “maverick” moderni tira fuori una teoria rivoluzionaria, i casi molto probabilmente sono solo due:

  1. o anche il ricercatore indipendente si autoillude d’essere un genio, ed e’ sinceramente convinto di avere davvero scoperto qualcosa che vale il Nobel. Come il personaggio che ho incontrato due volte e che e’ ancora convinto (contro tutte le evidenze) di essere un genio.
  2. oppure, molto semplicemente, siamo di fronte ad un truffatore. Ossia, a uno che non inganna se stesso, bensi’ gli altri. Ovviamente, lo fa per soldi, o per potere, o per la combo (che e’ sicuramente meglio).

C’e’ sicuramente spazio anche per la possibile epifania d’un nuovo vero genio, ma come direbbe un incallito scommettitore alle corse di cavalli “il picchetto me lo banca a 1000”. La conclusione amara di Siegel e’ che uno dei piu’ grandi fallimenti dell’uomo e’ quello di essere magari inconsciamente consapevole di non potere essere un esperto in tutti i campi della scienza, e allo stesso tempo di non fidarsi di coloro che -studiando duramente- esperti in almeno un campo lo sono davvero diventati. Medicina alternativa e scienza di frontiera sono i risultati di questa debolezza (sui motivi della quale si potrebbero scrivere altri tre post, ad averne voglia…), Rossi, Vannoni, Vanoli e compagnia cantante coloro che (di nuovo: consciamente o inconsciamente) se ne approfittano.

La chiusura e’ lasciata a una citazione di Richard Feynman, che piu’ o meno fa cosi’:

una tecnologia di successo deve far prevalere la realta’ delle cose alle relazioni umane, perche’ la natura non la si inganna.

Il sottinteso, non c’e’ bisogno che lo scriva, e’ che invece le persone si ingannano (o si autoingannano), eccome se si ingannano…

Barney

Le cose che odio di piu’ (numero qualcosa)

La nutella.

Non mi piace il gusto di surrogato del cioccolato (dovrebbero esservene tracce, disperse tra l’olio di palma, le nocciole e le tre o quattro badilate di zucchero a confezione), ma mi fa incazzare al massimo la forma assurda e inutile del barattolo. Che impedisce di prendere tutto il contenuto.

Un barattolo vuoto di nutella e’ cosi’:

nutella_barattolo_vuotoCi sarebbe merd roba per un’altra fetta di pane, ma con cavolo che ce la levi, con un coltello/una spatola/un cucchiaio/quel che ti pare.

Ora usciranno fuori i fanatici della merd crema spalmabile piu’ famosa del mondo, a dire che il barattolo va ripulito con le mani. Bravi, potrebbe essere vero se le vostre zampette entrassero nel barattolo fatto a cazzo di cane.

E invece no, non ce la farete mai.

Potete provare a leccare fino in fondo agli angoli, ma non siete oritteropi: non arriverete nemmeno a un quarto del barattolo.

Questo e' un oritteropo. In inglese "aardvark", una parola utile quando cercate qualcosa che inizi con due "a".

Questo e’ un oritteropo. In inglese “aardvark”, una parola utile quando cercate qualcosa che inizi con due “a”.

Il barattolo fa dunque cacare come il contenuto. C’e’ coerenza, in questo, devo ammetterlo.

Un’altro particolare incredibilmente disturbante (per me, ovvio) e’ quella cartina oleata e dorata che appiccicano sull’apertura per sigillarla. Quando apri il barattolo per la prima volta, gia’ toglierla e’ una roba da tirarci due o tre bestemmioni, poi te ne resta sempre un pezzo sul bordo che non si levera’ piu’. E proprio li’ si concentrera’ la maggior parte della nutella quando pulirai il coltello sul bordo del barattolo del cazzo, stratificandosi in una sostanza (forse merd granito) che assume sfumature sempre piu’ sbiadite giorno dopo giorno, e consistenza che da quella del pongo vira presto al marmo e alla ghisa.

Devo continuare? Le etichette personalizzate. Roba da ceffoni dati a mano aperta: che cazzo ti compri il barattolo personalizzato? Tanto lo butti via, quando e’ finito! E magari (non lo so, azzardo…) costa anche di piu’ del modello normale. Cioe’, magari c’e’ gente disposta a farsi spillare qualche centesimo in piu’ solo per vedere il suo nome su una confezione che poi andra’ nella campana del vetro. Eh? Furbissimi! Oppure, anche se il prezzo e’ lo stesso, tu che non hai mai mangiato la merd nutella te ne compri un barattolo col tuo nome e te lo metti in cucina, fuori dalla dispensa, a portata d’occhio tua e dei tuoi ospiti. Cosi’ magari tu e loro vi ricordate come ti chiami…

Penso basti, s’e’ capito che odio la nutella: e’ il momento di chiuderla qua altrimenti la Ferrero mi fa causa.

Qua sotto ci sono i R.E.M. che cantano la splendida “E-Bow the letter” assieme a Patti Smith, una roba che inizia cosi’: “Look up, what do you see? All of you and all of me“, una roba che non e’ un surrogato.

E’ cioccolato:

Barney

Playlist. March, 14th 2014

E’ venerdi’, sono stanco ma felice e tranquillo. E queste sono le canzoni che ascolto, stanco ma felice e tranquillo…

Satellite of love” di Lou Reed nella versione di Morrissey:

 

Heaven” dei Talking Heads presa da “Stop making sense”, che e’ una roba da vedere almeno una volta nella vita:

 

The one I love” dei R.E.M., che mi ricorda i miei vent’anni e altre cose, e che no: non e’ un pezzo romantico…

 

Behind blue eyes“, dei Who. Perche’ nessuno sa come e’ essere triste dietro quegli occhi blu… E perche’ qua sotto ci sono Keith and John ancora vivi.

 

Hey hey, my my” di Neil Young. ‘Cause it’s better to burn out than to fade away. Siempre. E poi la ruggine non dorme, mai.

 

Del nostro tempo rubato“, dei Perturbazione. Che sarebbe davvero bello ridere di noi…

 

Gimme shelter” degli Stones ma cantata da Patti Smith. Un inno alla pace con la guerra che e’ solo uno sparo (o un bacio?) piu’ in la’.

 

Black hole sun” dei Soundgarden, per finire in bellezza. Won’t you come?

 

 

Barney

Intermezzo musicale

Sto ascoltando parecchio “Banga“, in questo periodo. E’ uno degli album migliori dell’anno passato, e ha riportato sulle scene una Patti Smith in forma splendida.

L’album si chiude con una cover di “After the gold rush“, che e’ d’un altro dei miei cantanti preferiti, artefice a novantasei anni (in realta’, son solo sessantasette) di ben due dischi splendidi, nel 2012: uno di inediti e uno di canzoni tradizionali e inni. Insomma, Neil Young, che suonera’ al Lucca Summer Festival a pochi giorni da Nick Cave (??!!!). Crazy Horses & Bad Seeds inclusi.

Ma torniamo a noi. “After the gold rush” e’ la title track dell’omonimo LP del 1970, ve la faccio ascoltare nell’interpretazione delicata e tenera di Patti Smith:

Millenovecentosettanta. Quarantatre anni fa, una vita… Ma sempre bellissima, no?

Di che parla, questo pezzo? E’ un racconto d’un sogno, o meglio di tre sogni a distanza di tempo l’uno dall’altro. Dovrebbe esserci una chiave ecologica, quasi certamente. Ma chissa’ che non vi siano descritte anche le esperienze allucinogene di Young da giovane (questa viene sempre benissimo :-)), e forse anche altro. Tanto che su Trasher (sito-archivio dei fans del canadese, che prende il nome da una delle piu’ famose canzoni di Young) tra le altre migliaia di discussioni elettroniche c’e’ un thread del 1993.

(Venti anni fa. Si: esisteva già la Rete, si usavano le mailinglist e Usenet era vivo e vegeto, non c’erano ne’ Facebook ne’ la chat. Ma la gente discuteva, probabilmente molto piu’ di oggi)

Il thread e’ dedicato al tentativo di spiegare il significato del brano. Trasher merita una visita a prescindere: e’ un sito vecchio (un po’ di java minimalista, e tutto il resto in plain html) per un dinosauro del rock, ma e’ funzionale. E in home c’e’ una foto di un concerto d’un paio di mesi fa, a testimoniare l’attivita’ dei partecipanti alla comunita’ virtuale, e ovviamente del rocker canadese.

 

E allora? Tutta questa roba per dire cosa?

No, nulla. E’ che mi piaceva mettere assieme Patti Smith, Neil Young, il tempo che passa e i ricordi informatici.

Tutto qua: con Liga e Vasco sarebbe venuto uno schifo; cosi’, almeno un paio di brani splendidi li ascoltate (l’altro e’ “Trasher“, ovviamente).

 

 

Barney