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“New York 2140”, Kim Stanley Robinson (Orbit, 2017)

Un futuro non così lontano né troppo improbabile, quello raccontato da Robinson nel suo ultimo romanzo.

ny2140

L’ambientazione è tutta nella copertina del libro: siamo a New York, e ovviamente l’anno è il 2140 o giù di lì. La città, come tutte le città costiere, è stata inondata da due successivi cataclismi climatici che hanno sciolto quasi tutti i ghiacci del Polo Nord. Il livello del mare si è alzato di 15 metri, e la parte bassa della città è adesso una “super-Venezia”, i vaporetti hanno preso il posto dei taxi e i grattacieli svettano come palafitte collegate da ponteggi tibetani a centinaia di metri dall’acqua. Al posto degli aerei, dirigibili e città-pallone solcano i cieli. Il disastro è l’effetto di uno sconsiderato sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo, che dalla seconda inondazione globale ha imparato ad inquinare di meno (forse).

In questo scenario postapocalittico si intrecciano le storie di alcuni personaggi che hanno in comune il luogo dove abitano: il Metropolitan Life Insurance Company Tower. La storia è però un pretesto per un j’accuse pessimista dello stile di vita dell’uomo di oggi, e per una critica serrata al turbocapitalismo che da vent’anni produce ricchezza per pochissimi sulle spalle della maggioranza della popolazione. Si direbbe “un romanzo comunista”, a voler essere leghisti (e ipotizzando che il leghista medio legga più di un libro nella sua vita…), ma il punto di vista di Robinson a me pare assolutamente corretto, così come corrette sono le spiegazioni di economia e finanza che supportano il plot.

Il libro è diviso in capitoli dedicati ai vari personaggi, intermezzati da una specie di voce narrante, un cittadino qualunque senza nome che ha la sola funzione di raccontarci come siamo arrivati sin lì e di legare i vari episodi.

Un buon romanzo, senza dubbio, che lascia nel lettore il dubbio -fondato- che quel che ha letto possa davvero un giorno verificarsi.

 

Barney