Archivi tag: Jonathan Coe

“Middle England, Jonathan Coe (Feltrinelli, 2018)

In questi giorni mi sono accorto che le recensioni che si trovano sui siti “ufficiali” sono tutte uguali, e se va bene si limitano alla quarta di copertina (se si tratta di un libro), o al copincolla del comunicato stampa della casa discografica (se è di musica che stiamo parlando). Dubito che qualcuno legga veramente il libro, o ascolti il disco.

“Middle England”, di Jonathan Coe, non fa eccezione.

middle-england

Il libro è scritto benissimo, come tutti i libri di Coe (qua, qua e qua altre mie impressioni su parte di quel che ho letto della sua produzione), è divertente e -di nuovo- come capita sovente con lo scrittore inglese racconta in modo eccezionale un periodo storico recente dell’Inghilterra: in “Middle England” (e l’assonanza con la Tolkieniana “Terra di Mezzo” è assolutamente cercata) la storia si dipana tra il 2010 e il 2018, e ci fa capire meglio di molti saggi e articolesse di giornalai italiani da cosa si è partiti e dove si è arrivati per quel che riguarda la Brexit.

I personaggi principali sono quelli de “La banda dei brocchi” e “Circolo chiuso”: Benjamin e Lois Trotter, oramai sulla sessantina come i vecchi compagni di scuola, e le loro famiglie. Benjamin continua a cercare di scrivere un libro-summa della sua vita, accompagnato da ore e ore di brani da lui composti, Lois è sull’orlo della separazione e sua figlia troverà per caso l’uomo della sua vita -forse…- grazie ad una multa per eccesso di velocità (??!!!).

Attorno ai Trotter e quasi voce narrante della cronaca politica di questi otto anni c’è Doug, giornalista in eterno contrasto con la moglie ricchissima e la figlia che odia entrambi i genitori. I suoi incontri sempre allo stesso pub con il vice-vice addetto stampa di Cameron sono tra i punti migliori del libro. Ed è incredibile come certi avvenimenti pre-e post Brexit (o Brixit, come erano convinti si chiamasse Cameron e la sua squadra) siano passati in cavalleria nella mia memoria, e scommetto in quella di molti altri. A partire dall’omicidio di Jo Cox, parlamentare assassinata perchè schierata con i Remainers nel 2016 al grido “Britain first” (vi ricorda qualcosa?). E’ altrettanto incredibile leggere che le motivazioni di chi ha votato l’uscita fossero del tutto identiche a quelle di un qualsiasi sovranista della Val Brembana, avendo esattamente la stessa inconsistenza logica.

Leggetelo, questo libro. Leggete Coe, anche in inglese, che davvero scrive come pochi oggi come oggi, e che oltre a scrivere bene racconta la Storia con la maiuscola.

E leggete pure questo bel pezzo su Phastidio di oggi, che di Brexit parla, e che si chiude con il mio mantra da una decina di anni a questa parte: il populismo propone “soluzioni” semplici a problemi complessi.

Le virgolette sono volute.

 

Barney

[Cartaresistente] Paralleli su carta n°7: Coe e Van Hamme-Vallès

Le saghe familiari hanno sempre avuto notevole successo di pubblico, sia in letteratura che su pellicola, perché permettono di sviscerare molti aspetti della psicologia umana, di giocare con i sentimenti di molti protagonisti, di raccontare un periodo storico o un luogo con dovizia di particolari, quasi ci si trovasse davanti ad un acquerello dettagliatissimo che si fa scoprire poco a poco. Se poi pensiamo alle telenovelas, che si trascinano per decenni e miliardi di puntate… beh, più che acquerelli sembrano brodaglie. Ma pure loro agganciano alla sedia milioni di affezionati telespettatori.

20130429-181614

Il parallelo di quest’oggi mette accanto due storie che si dipanano per vari decenni, e i cui protagonisti sono i membri di due ricche famiglie: una inglese e l’altra belga.
I libri in questione sono “La famiglia Winshaw” di Jonathan Coe e “I maestri dell’orzo”, scritto da Jean Van Hamme e disegnato da Francis Vallès.

Del libro di Coe scriverò poco, visto che l’ho riesumato poche settimane fa in occasione della morte di Margaret Thatcher. È uno splendido romanzo del 1994, che racconta i primi passi nelle assemblee studentesche, l’ascesa al potere politico e la caduta della Lady di ferro, dagli anni ’60 fino ai primi anni ’90 del secolo scorso, e lo fa utilizzando la storia di una famiglia immaginaria – i Winshaw appunto – i cui membri diverrano ben presto gli esempi perfetti del peggior conservatorismo pseudo liberale dei Tories di quegli anni.

Parallelamente (e l’avverbio qua ci sta davvero bene), ne “I maestri dell’orzo” Jean Van Hamme ci racconta la saga della famiglia Steenfort e di come – dalla fuga d’amore dell’ex-novizio Charles Steenfort dall’Abbazia nella quale avrebbe dovuto diventare frate trappista – nasca la piu’ grande stirpe di birrai belgi.
Si parte nel 1854 e si finisce alle soglie degli anni 2000; la storia si svolge soprattutto nella cittadina di Dorp, e il fumetto è scandito dai vari protagonisti e dalle loro vite che si intrecciano con la Storia, la grande storia di fine ‘800 ed inizio ‘900 (le prime ribellioni operaie, la grande guerra, la seconda guerra mondiale) e quella meno grande degli anni ’90, fatta di speculazioni, di lotte industriali e di feroci scalate di imprese concorrenti.
Splendidi i disegni di Vallès, che rappresentano lo stereotipo della “ligne claire” resa famosa da Hergè e dal suo famosissimo Tintin, splendida la sceneggiatura e la costruzione di ciascuno dei sette volumi originari: ogni puntata è dedicata ad uno dei membri della famiglia, ed inizia con un disegno a due pagine del paese di Dorp, a far vedere l’evoluzione architettonica e sociale del paesino che anno dopo anno segue l’ingrandirsi della Birreria Steenfort.
Dopo questa introduzione visiva, Van Hamme inserisce una mezza pagina di didascalia che ricorda alcuni avvenimenti importanti dell’anno cui si riferisce il capitolo, cosi’ da inquadrare storicamente la saga, perché – come ho già scritto – la storia degli Steenfort così come quella dei Winshaw si svolge nel mondo reale e ne segue le vicissitudini e i drammi.

Se il volume di Coe è facilmente reperibile in qualsiasi libreria, “I maestri dell’orzo” sono un tesoro da cercare con cura e tenacia in rete o sulle bancarelle dell’usato, in attesa che qualche editore illuminato si decida a ristamparlo.

“La famiglia Winshaw”, di Jonathan Coe. Feltrinelli
“I maestri dell’orzo”, Jean Van Hamme e Francis Vallès. Eura Editore – Nel 2005 la serie completa e’ stata ristampata all’interno della collana “I classici del fumetto” di Repubblica.

Barney

Sette pianeti: Venere

Da Cartaresistente seconda puntata di “Sette pianeti”  in cui io, l’omino del mio cervello e Davide Lorenzon cerchiamo di fare fantascienza. Stavolta tocca a Venere, e ad un improbabile ménage a distanza tra B., emigrato a Lovetown in cerca di fortuna, e A., rimasta a San Francisco ad aspettare (??!!!!) il maritino che si spezza la schiena per lei e per il figlio che verra’. Forse…

Il racconto e’ in forma di lettera di B. ad A., (per i nerd in ascolto: no, non c’e’ C. in mezzo ad ascoltare[1], pero’ c’e’ M., alla fine :-P) ), ed e’ molto liberamente ispirato ad un romanzo non di fantascienza: Expo 58 di Jonathan Coe. Segnatamente alla parte in cui i due protagonisti si scrivono lettere, uno da Bruxelles, l’altra da Londra.

La musica, infine, prima di invitarvi ad andare da Nando e Davide a leggere il racconto e -soprattutto!- a godere della splendida illustrazione à là Karel Thole di Davide. Stavolta, due pezzi invece che uno. Il primo e’ scontato e bellissimo: “Venus in furs” dei Velvet Underground,

Il secondo e’ un molto piu’ casareccio “Rosa” di Brunori Sas, che potrebbe essere la seconda fonte di ispirazione del racconto, chissa’… 🙂

 

 

[1] per i non nerd, A. B. e C. (o Alice, Bob e Charlie) sono i nomi dei personaggi fittizi che si usano sempre quando in informatica si fa l’esempio di attacco “man in the middle” a messaggi crittografati: (. A. (Alice) manda un messaggio a B(ob), pero’ C(harlie), cattivello, si mette in mezzo e riesce, usando la chiave pubblica di B(ob), a capire quel che c’e’ scritto nel messaggio. Ganzo, vero?

 

 

Barney

“Expo 58”, Jonathan Coe, Ed. Feltrinelli, 2013

Un nuovo romanzo di Jonathan Coe e’ di per se un avvenimento.

Questo “Expo 58” e’ un buon libro, che si legge in un baleno, diverte e fa pensare. Come capita spesso con i libri di Coe, peraltro, dove la trama e la storia sono funzionali anche alla narrazione di altro.

copertina coeIn “Expo 58” l’altro sono molte cose: l’esposizione mondiale dei 1958 a Bruxelles innanzitutto, che da il titolo al libro, ma anche la guerra fredda che all’epoca impazzava, le spie e il controspionaggio, alcuni personaggi assolutamente comici per come Coe ha esagerato nel caratterizzarli (esagerazione ovviamente voluta, che m’e’ parsa in molti casi un omaggio ai personaggi laterali di “Nessun dove” di Neil Gaiman. Ma probabilmente e’ una mia allucinazione). C’e’ addirittura un modellino di uno dei piu’ famosi reattori per la fusione nucleare che la fa da padrone per un paio di capitoli!

Sopra tutto questo il libro racconta l’incrinarsi del matrimonio tra Thomas e sua moglie Sylvia,  dei loro rapporti che si tendono sino quasi a spezzarsi per tutte le pagine del libro. Una delle parti migliori e’ lo splendido carteggio alternato marito (in trasferta per sei mesi a Bruxelles)/moglie (a casa da sola con neonata, alla periferia di Londra), in cui si parte con lui che si firma “Thomas xxx” e lei “Sylvia x”, per giungere presto a sempre meno “x” dopo il nome di lui, e a nessuna dietro quello di lei. In quel fulminante capitolo ( e anche prima e dopo di quello attraverso la sapiente disseminazione di indizi quasi Holmesiani) Coe crea i presupposti per lo svolgimento di vari colpi di scena successivi, oltre che fornire una prova di talento letterario comico al livello del Jerome K. Jerome di “Tre uomini in barca”.

La storia percorre un lunghissimo arco temporale, e nell’ultimo capitolo ritroveremo un Thomas pluriottantenne ai nostri giorni, alla ricerca di soluzioni ai dubbi e alle domande cui non ha voluto rispondere cinquant’anni prima.

Thomas Foley non e’ un personaggio al livello di Maxwell Sim, o  del Michael Owen della Famiglia Winshaw, ma “Expo 58” funziona bene per quello che e’: un’ottima commedia molto british, da gustare con accanto un paio di pinte di birra scura. E patatine salate, magari 🙂

Barney

Paralleli su carta (n. 7): saghe familiari

Coe Vs. Van Hamme per l’ennesima puntata dei paralleli da Cartaresistente.

Barney

“La famiglia Winshaw”, Jonathan Coe. Ed. Feltrinelli, 1995

La morte di Margaret Thatcher mi ha fatto venir voglia di rileggere “La famiglia Winshaw”, il primo libro di Coe che ho letto anni e anni fa. Avevo un ricordo assai preciso della trama e della storia in generale, ma i mille intrecci e i molti protagonisti li avevo persi quasi tutti; la rilettura non ha che smosso la polvere dal ricordo e riesumato un testo -e un autore- fondamentale per la comprensione della letteratura e della societa’ inglese moderne.

Image

Il libro e’ assai complesso: cambia epoca e modo narrativo quasi ad ogni capitolo, non vorrei dir nulla di piu’ dell’indispensabile… cerchero’ di limitarmi al massimo per invogliare chi non l’ha mai letto a recuperarlo immediatamente, e a chi l’ha gia’ letto a ricercarlo per una rilettura obbligata dai tempi che stiamo vivendo.

Attraverso la storia della ricchissima famiglia Winshaw dal 1942 al 1990, Coe racconta il crollo del partito Laburista e l’ascesa inarrestabile dei Tories di Maggie Thatcher, ma soprattutto le conseguenza del falso liberismo imposto dalla Lady di Ferro su una nazione intera: lo smantellamento del sistema educativo pubblico, il supporto ai cibi-spazzatura, la completa demolizione della sanita’, il crollo dei fondi pensione, le stravaganti giravolte morali per vendere centinaia di milioni di sterline in armi a Saddam Hussein, per poi accusarlo di essere un dittatore e scatenare contro di lui una bella guerra.

Gli anni ’80 insomma, raccontati con una ferocia e una mancanza di pieta’ non comuni, in cui i ricchi sono diventati ricchissimi, i poveri sono morti e chi prima era middle class s’e’ ritrovata rovinata.

Il romanzo e’ strutturato come un racconto in prima persona del protagonista principale, Michael Owen, intervallato da lunghi capitoli in cui vengono presentati i vizi e le aberrazioni dei vari componenti la famiglia Winshaw. Vorrei dare un’idea del tono scopiazzando citando brani qua e la, perche’ certe istantanee dell’Inghilterra della Thatcher somigliano in modo inquietante all’Italia di oggi, 2013.

Saro’ lungo e prolisso, siete avvertiti.

[Iniziamo con un dialogo tra Alan Beamish, un liberal che lavora alla BBC, ed una giovane Hilary Winshaw, futura giornalista d’assalto di ultra destra straconservatrice. Il capitolo e’ appunto dedicato a Hilary]

“Sai qual’è il segreto del successo in televisione?” le chiese, un pomeriggio. “E’ semplicissimo. Basta guardarla. Tutto qui. Non bisogna mai smettere di guardarla.”

Hilary annuì. Lei la televisione non la guardava mai. Era convinta di essere già troppo brava.

“Ora ti dico cosa faremo noi due”, disse Alan.

La cosa che dovevano fare era sin troppo chiara e con che orrore, per Hilary: si sarebbero seduti davanti al televisore per un’intera serata, e Alan avrebbe commentato ogni programma, spiegando com’era costruito, quanto costava, perché era stato programmato ùin quella fascia oraria e chi ne era il pubblico.

“La programmazione è tutto”, disse. “Se un programma s’impone o fallisce, dipende dal palinsesto. Capito questo, sbaraglierai tutti gli altri illustri laureati con cui ti troverai a competere.”

Cominciarono dal telegiornale della Bbc1 delle sei meno dieci, seguito da una rubrica dal titolo Città e circondario. Indi cambiarono canale sintonizzandosi sulla Itv e guardarono Il santo con Roger Moore.

“Questo è il genere di spettacolo in cui eccellono le indipendenti”, disse Alan. “Vendibilissimo sui mercati esteri: persino in America. Alti costi di produzione, tanto lavoro di set. E vivace la regia. Per i miei gusti è una cosetta un po scialba ma non la toccherei.”

Hilary sbadigliò. Alle sette e venticinque guardarono una roba su un medico scozzese e la sua colf, che a lei parve troppo lenta e provinciale. Alan le rammentò che era uno dei programmi più seguiti in televisione. Hilary non ne aveva mai sentito parlare.

“Domani mattina di questa puntata si parlerà in tutti i pub, negli uffici e nelle fabbriche di tutta l’Inghilterra”, disse. “E’ questa la cosa eccezionale della televisione: essere una delle fibre che tengono insieme il paese. Fa cadere le barriere di classe e aiuta a creare un senso di identità nazionale.”

Fu ugualmente ispirato parlando dei due programmi a seguire: un documentario dal titolo Nascita e caduta del Terzo Reich, e un altro notiziario delle nove, che durava un quarto d’ora.

[La stessa Hilary Winshaw, in uno dei suoi editoriali a’ la’ Feltri (se m’e’ permesso l’accostamento) che difende la privatizzazione delle reti televisive]

Il governo non ha fatto a tempo a pubblicare il suo Libro bianco sul futuro della televisione, che quelle lamentose nullità del sistema radiotelevisivo sono già in armi! Ci vorrebbero convincere che la deregulation porterebbe una televisione di tipo americano (e non si vede in questo che male ci sia). Ma la verità è che c’è una parola capace, più d’ogni altra, di terrorizzare quella banda di liberali di Hampstead.

La parola è “scelta“.

E perché mai a loro non piace? Perché sanno che, avuta l’opportunità, ben pochi di noi sceglierebbero di vedere la desolante giostra di sceneggiati impagliati e di agitprop sinistrorsi che ci vorrebbero infliggere. Quando mai capiranno queste tate non richieste della mafia radiotelevisiva che il popolo inglese, alla fine della giornata, vuole solo rilassarsi un po, vuole solo divertirsi un po: e non essere educato da qualche saccente critico barbuto che presenta tre ore di un mimo bulgaro con una sola gamba. Procedi, deregulation, dico io, se ciò significa più potere a portata di mano del pubblico e più spettacoli a noi graditi con gente come Bruce, Noel e Tarby (N. B. per la redazione: verificare i nomi). Nel frattempo, la prossima volta che alla tele ci sarà solo uno di quei noiosi documentari sui contadini peruviani, o uno di quegli incomprensibili film d’arte (con tanto di sottotitoli, naturalmente), ricordatevi che c’è sempre un’altra scelta che nessuno può toglierci.

La scelta di pigiare il tasto off e precipitarsi al videostore più vicino.

Il buon senso comune, novembre 1988.

[Qua abbiamo invece un estratto da una pagina del diario di Henry, che racconta di come suo zio, Lawrence, lo catechizza sulla necessita’ di privatizzare il servizio sanitario. La data e’ 11 febbraio 1948]

Gli ha chiesto cosa pensasse dell’idea di un Servizio sanitario nazionale e naturalmente Gillam ne era entusiasta.
Ma poi lo zio ha detto: “In questo caso, perché, secondo te, tutti i medici sono contrari?” Sembra che proprio ieri l’Ordine dei medici abbia votato (di nuovo) di non collaborare.
Gillam ha detto qualcosa di poco convincente a proposito delle forze reazionarie che dovevano essere vinte, e poi lo zio lo ha messo di nuovo alle strette quando ha detto che in realtà, come uomo d’affari, pensava che l’idea di avere un sistema sanitario centralizzato era ragionevole, perché in definitiva poteva essere gestito come un’azienda, con degli azionisti, un consiglio di amministrazione e un direttore generale, e trattarlo come si tratta un’impresa commerciale ovvero con l’obiettivo di trarne profitti era il solo modo sicuro per renderlo efficiente.

Tutto questo, naturalmente, è suonato come un anatema per Gillam.

Ma lo zio ormai era tutto infervorato e ha cominciato a dire che il sistema sanitario, se gestito correttamente, poteva essere l’affare più redditizio di tutti i tempi, perché l’assistenza sanitaria è, come la prostituzione, qualcosa la cui domanda non diminuisce mai: è inesauribile.

Ha detto che se qualcuno avesse potuto nominarsi manager di un sistema sanitario privatizzato, questo qualcuno sarebbe diventato l’uomo più ricco e potente del paese.

[Qua sotto invece Henry e’ parlamentare. Siamo nel 1973 e l’argomento e’ la riforma del sistema sanitario. C’e’ da rimarcare che Henry e’ eletto tra i Laburisti, ma vota sempre come i Conservatori]

Il dibattito sulle riforme del Sistema sanitario nazionale proposte da Joseph è andato avanti per un altro giorno. Sono i soliti che fanno le solite obiezioni cretine.

Il Nostro Uomo ha fatto una magra figura con il suo discorso.

Non sono rimasto a sentire tutta la discussione, ho continuato a entrare e uscire per tutto il corso della giornata.

Il disegno di legge non è ancora come dovrebbe essere, ma è un passo nella giusta direzione: strutture direttive più efficienti, più esterni (o interdisciplinari come li chiama lui) nei vari consigli e ho idea che abbia in mente degli uomini d’affari. Credo che potremmo esserci: l’inizio del processo di smantellamento dei beni.

Quindi devo cominciare a preparare la mia mossa.

Finalmente abbiamo votato alle 10.15.Ho fatto il mio dovere, come sempre.

Dovrò cercare di agganciare Sir Keith uno di questi giorni, per fargli sapere con chi sto veramente.

Sembra il tipo capace di mantenere un segreto.

Nota: La legge per la riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale (1973), che venne infine approvata dalla maggioranza alla sua terza lettura alla Camera dei Comuni il 19 giugno con una maggioranza di 11 voti.

[Ancora Henry, nel 1987, commenta il libro bianco sulla sanita’ del terzo ed ultimo governo Thatcher]

Finalmente un altro incontro del consiglio di revisione, il primo dalla vittoria di Margaret in giugno. il primo Libro bianco è pronto e ne inizieremo un secondo e un terzo.

Le prossime riforme saranno di maggiore portata.

Finalmente stiamo raggiungendo il nocciolo della questione.

Per ricordare a tutti quali siano le nostre priorità, ho appeso al muro un messaggio scritto in grande che dice:

LIBERTA’

COMPETIZIONE

SCELTA

Ho anche deciso di condurre una severa battaglia contro la parola ospedale. Ormai vietata in sede di dibattito, d’ora in poi sarà sostituita con unità di distribuzione. Questo perché in futuro il loro unico scopo sarà di distribuire servizi che verranno acquistati dalle autorità sanitarie e dai medici generici dotati di fondi, attraverso dei contratti negoziati.

L’ospedale diventa un negozio e un’operazione chirurgica una merce, con un sacrosanto prevalere delle normali consuetudini in atto nel mondo degli affari: accumula e poi vendi a buon prezzo.

La meravigliosa semplicità di questa idea mi sbalordisce.

In agenda oggi c’era anche il tema fonti di reddito. Non vedo proprio perché le unità di distribuzione non debbano, per esempio, far pagare il parcheggio ai visitatori. Inoltre dovrebbero essere incoraggiate ad affittare spazi per il commercio al dettaglio. Non ha senso lasciare quelle corsie vuote quando potrebbero essere trasformate in negozi che vendono fiori, uva, o tutto quel genere di cose che la gente compra volentieri quando si reca a far visita a un parente ammalato.

Hamburger et similia.

Piccoli soprammobili e souvenir.

Verso la fine della riunione qualcuno ha sollevato il tema degli Anni di Vita in Rapporto alla Qualità. E’ tra i miei argomenti preferiti, devo dire. L’idea è che si prende il costo di un’operazione e poi si calcola non solo quanti anni di vita vengono garantiti, ma anche la qualità di vita che ne consegue. Gli si dà semplicemente un numero.

Poi si può elaborare il rapporto costo-efficacia di ogni operazione: e così un’operazione come la sostituzione di un’anca verrebbe a costare 700 sterline per Avrq, mentre un trapianto di cuore 5.000 sterline e una dialisi condotta interamente in ospedale costerebbe 14.000 sterline per Avrq. E’ da una vita che lo sostengo: la qualità è quantificabile!

[Passiamo alla tenera Dorothy, allevatrice intensiva di qualsiasi animale possa poi essere trasformato in cibo redditizio. Qua si lamenta col fratello perche’ negli USA si pensa di vietare l’uso della sulfadimidina nei maiali sani. Perche’ e’ cancerogena…]

“Allora”, disse Henry, “che c’è di nuovo nella tua azienda?”

“Come al solito”, disse Dorothy. “Gli affari non vanno male, ma andrebbero molto meglio se non dovessimo spendere metà del nostro tempo a difenderci da quei fanatici ambientalisti. Non male queste, no?”

Il pronome dimostrativo si riferiva alle fresche uova di quaglia, avvolte in peperone verde e rosso, che costituivano il loro hors d’oeuvre. Henry e Dorothy stavano cenando assieme in una sala privata dell’Heartland Club.

“In parte era di quello che volevo parlarti”, continuò Dorothy. “Arrivano delle storie spaventose dagli Stati Uniti. Hai sentito di quella droga che chiamano sulfadimidina?”

“No, in verità, non ne so nulla. Che cosa fa?”

“Beh, per quanto concerne l’allevamento di maiali, ha un valore inestimabile. Assolutamente inestimabile. Come sai, abbiamo fatto enormi passi avanti nei livelli di produzione negli ultimi venti anni, ma ci sono stati uno o due effetti collaterali controproducenti. Malattie respiratorie, innanzi tutto: ma la sulfadimidina può essere un efficace rimedio contro le forme più acute.”

“E allora dov’è il problema?”

“Oh, gli americani l’hanno testata sui topi e sostengono che è cancerogena. Ora pare che approvino una legge che ne proibisce l’uso.”

“Mmh. E ci sono altri farmaci disponibili?”

“Niente di così efficace. Cioè, si potrebbe ridurre l’incidenza della malattia con un allevamento meno intensivo, ma…”

“Oh, che assurdità! Non ha senso mettere a repentaglio la tua competitività di mercato. Dirò io una parolina al ministro. Sono sicuro che comprenderà il tuo punto di vista. I test sui topi non provano nulla, del resto. E inoltre, abbiamo alle spalle una lunga e onorevole storia di facce di bronzo: sappiamo bene come svincolare le raccomandazioni dei nostri consiglieri indipendenti.”

Il secondo consisteva in una lonza di maiale glassata, con patate all’aglio. La carne (come le uova di quaglia) era di Dorothy: i suo chauffeur l’aveva portata in una ghiacciaia nel portabagagli dell’auto quel pomeriggio e lei aveva impartito precise istruzioni allo chef su come cucinarla.

Dietro la fattoria teneva un piccolo stabbio di maiali ruspanti, per suo uso personale.

Il resto dei Winshaw e dell’Inghilterra di quei tempi li’ e’ tutto nel libro: Thomas, Mark, Roddy, la pazza e vecchissima zia Thabita, e suo cugino altrettanto vecchio, Mortimer… E Michael Owen, il biografo ufficiale della famiglia, incaricato da Thabita di scriverne la storia senza censure ne’ omissioni.

Tra continue citazioni di film anni ’50 e un finale che cita spudoratamente -e splendidamente- Agatha Christie, il libro ripercorre una intera epoca con una forza evocativa non comune. Non credo si possa morire senza aver letto questo romanzo, e se vi avvicinerete a Coe non potrete non leggere almeno anche “La banda dei brocchi” e “Circolo Chiuso”, che raccontano rispettivamente il prima e il dopo-Thatcher.

Coe e’ piu’ di un romanziere, insomma: e’ un cronista della sua epoca, e riesce a raccontare l’Inghilterra dal dopoguerra ad oggi meglio di qualsiasi storico.

La chiusura del pezzo non puo’ non essere lasciata a Morrissey, che realizza con “Margaret on the guillotine” la perfetta colonna sonora per “La famiglia Winshaw”:

Barney

“I terribili segreti di Maxwell Sim”, Jonathan Coe

Ho letto il mio primo libro di Jonathan Coe una quindicina di anni fa. Era il suo primo libro tradotto in italiano: “La famiglia Winshaw”, lo presi da una pila di tascabili alla Feltrinelli di Bologna (o di Firenze, chi se lo ricorda piu’?), ed e’ stata una rivelazione. Una scrittura cinica e ironica, tipicamente british, applicata a una storia calata in un contesto sociale e politico affascinante: l’era-Tatcher. Ho letto quasi tutti gli altri romanzi tradotti, fino ad arrivare a questo ultimo, uscito una settimana fa per Feltrinelli.

Media_httpwwwlafeltri_gsdih

“I terribili segreti di Maxwell Sim” non tradisce le attese dei fan di Coe, a parte alcune cadute di stile nella parte iniziale.

La storia inizia con un resoconto di cronaca: un commesso viaggiatore (Max Sim, il protagonista della storia) viene trovato semi-assiderato, praticamente nudo e quasi completamente ubriaco, a bordo di una Prius ricoperta di neve nelle brume scozzesi.
Sara’ Sim stesso a spiegarci cosa e’ successo alla sua vita per portarlo a quella sera di marzo del 2009, attraverso una autoanalisi completa della  esistenza sua e di suo padre, responsabile di cio’ che Sim e’ oggi.

La storia si dipana tra Gran Bretagna e Australia, e NON parla (come ci vorrebbe far credere la quarta di copertina) di economia sostenibile e di prodotti ecologici. E’, molto piu’ semplicemente, una storia di uomini e di donne soli, narrata anche attraverso fatti storici veri ed affascinanti, come la prima edizione della regata in solitaria attorno al mondo “Golden Globe”, e l’incredibile storia di uno dei patecipanti a quella regata, Donald Crowhurst.
Il libro arriva ad un finale imprevisto e inatteso, che invece che giustificare il romanzo e la storia che si e’ sin li’ dipanata la chiude senza possibilita’ di repliche in un paio di frasi.

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, comunque, perche’ lo sguardo di Jonathan Coe sul mondo di oggi e sui suoi abitanti e’ di una piacevole levita’, pur essendo profondo e spiazzante come quello di pochi altri.

BP