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“Quo vadis, Aida?”, Jasmila Žbanić, Bosnia Erzegovina, 2020

“Quo vadis, Aida?” è tra i film più disturbanti che mi sia mai capitato di vedere: non per quello che mostra la pellicola, ma perché sai già la fine, sai cosa succederà e non puoi farci nulla. Perché niente è inventato, tutto è storia vera.

Il film è molto bello, da vedere.

1995, Bosnia Erzegovina, città di Srebrenica. L’esercito filo serbo del generale Mladic è alle porte della città, i caschi blu dell’ONU promettono raid aerei e rappresaglie ogni giorno, e ogni giorno disconoscono le loro promesse, e intanto i serbi fanno quello che vogliono.

Aida è interprete dei caschi blu, e assiste impotente alla presa della città. Vi assiste dal compound ONU, teoricamente territorio protetto e inviolabile, in mano al comando olandese. Compound ripetutamente violato dalla milizia di Mladic, che fa il bello e il cattivo tempo. Fino a farsi consegnare tutti gli abitanti di Srebrenica, per poterli deportare in altre città.

Non serve dire altro, se non che alla fine più di ottomila abitanti della zona vennero trucidati sotto lo sguardo complice e inerme dei caschi blu. Per questo episodio Mladic verrà soprannominato “il macellaio di Srebrenica”, e poi condannato all’ergastolo. Catturato dopo 16 anni di tranquilla e dorata latitanza solo perché altrimenti la Serbia non avrebbe mai potuto richiedere di entrare a far parte della UE, adesso Ratko a quasi ottant’anni si gode la meritata prigione.

Il film colpisce per come riesce a non far vedere quasi niente del conflitto (un solo morto ripreso dalle macchine da presa), ma il resto lo racconta benissimo proprio non inquadrando sangue e genocidio, quasi spostando la telecamera per pudore un attimo prima dei colpi di kalashnikov.

A parte la ferocia dei serbi -continuamente a caccia di musulmani come i nazisti facevano con gli ebrei- si staglia nella pellicola la connivente inazione dei militari olandesi (anche loro poi condannati per non avere fatto nulla per salvare le migliaia di sfollati della città assediata, condanna che ha portato alle dimissioni di un paio di ministri).

Finale amaro con -forse- fievole barlume di speranza per un gran bel film, un gran colpo nello stomaco. Soprattutto se ci ricordiamo che tutto questo e’ successo ventisei anni fa, non nel 1800.

E a qualche centinaio di chilometri da casa nostra, non in Afghanistan.

Barney