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“Blade Runner 2049”, D. Villeneuve (USA, 2017)

Si inizia con un’infodump a tutto schermo.

Scritto piccolissimo.

Per quelli che non hanno visto il Blade Runner originale, e per contestualizzare la storia che si svolge trent’anni dopo il film di Ridley Scott. Due parole in rosso, per i piu’ tardi: “replicanti” all’inizio, e “blade runner” alla fine.

Si parte quindi con le immagini, splendide davvero e saran cosi’ per tutto il film. E c’e’ subito un lavoro in pelle da ritirare per l’Agente K, un Ryan Gosling che anche se non ci diceva che era un replicante si sarebbe capito dalla monoespressione che tiene per tutto il film. Non ci sta male, sia chiaro. Ma e’ cosi’.

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Il film ha pretese di capolavoro (alcuni ne parlano come di un prodotto migliore dell’originale. Mah…), ma oltre che cercare -e trovare- agganci col primo ne vuole ricalcare anche lo schema, in quasi tutti i personaggi. Cosi’ al posto di Deckard abbiamo K, al posto della Tyrrel Corporation e del suo fondatore ora c’e’ la Wallace e il suo fondatore (con Jared Leto simpatico come una ciaffata nel muso), al posto di Rachel ci sono ben due donne (una virtuale, ovviamente).

La Los Angeles del 2049 e’ molto piu’ bella di quella del 2019 (la tecnologia cinematografica ha fatto passi da gigante, in questi anni), i cartelloni luminosi sono ancora piu’ enormi, ogni tre per due si legge “SONY” (sara’ un caso che SONY Pictures distribuisce il film? Non credo…) e c’e’ anche una splendida ATARI per nerd nostalgici.

Oltre la fotografia (davvero da applausi) e gli effetti scenografici manca pero’ il decadente pathos che permeava l’opera tratta dal racconto di PK Dick, e il finale farraginoso lascia l’amaro in bocca.

Un film alla fine decente, con alcune buone trovate e un Harrison Ford che alla fine fa quel che negli ultimi anni gli riesce meglio: il padre vecchio di un personaggio chiave.

Pensavo molto peggio, via.

 

Barney

“Arrival”, D. Villeneuve (USA, 2016)

Una delle poche cose sbagliate del film e’ il titolo. Avrebbe dovuto essere quello del racconto da cui e’ stato tirato fuori pari pari, “Story of your life” di Ted Chiang, che per questo scritto qualche anno fa vinse il premio Nebula (che per la fantascienza e’ come il Pulitzer, o il Nobel per la letteratura). Capisco che Villeneuve abbia evitato volutamente di dare allo spettatore qualsiasi suggerimento sulla trama, ma “Arrival” e’ proprio bruttino.

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Brutto perche’ distoglie dal vero centro del film. Che non sono gli alieni a sette braccia arrivati non si sa da dove su enormi disconi che fluttuano a pochi metri dal suolo in numerose localita’ del mondo, e neanche alla fine la linguista Louise Banks (interpretata da un’ottima Amy Adams). La vera protagonista e’ Hannah, di cui viene raccontata in maniera discronica (esiste, ‘sta parola? Volevo dire asincrona) la storia, dalla nascita alla morte.

Il protagonista di spalla e’ il destino; un certo punto la Adams chiede:”che faresti se fossi in grado di prevedere esattamente tutto quello che succcedera’ nella tua vita?” Il film ci da la sua risposta, nel finale (che si inizia ad intravedere almeno mezz’ora prima della fine ma non da noia, questo preannuncio dell’ineluttabile), allo spettatore giudicare se e’ buona o no.

Qualcuno -leggo in giro- tira fuori anche la scienza come coprotagonista. Ecco, quello direi proprio di no. Se questa e’ hard SciFi, auguri.

Da vedere, secondo me: fa comunque pensare, e si perdonano le piccole cadute di stile nel luogo comune trito e ritrito proprio perche’ il contenuto supera il contenitore, come qualita’.

Proprio per questo non dico una parola di piu’ sulla trama e mi cheto qui.

 

 

Barney