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Sei cattivo e ti tirano le pietre

I fatti, anche se non raccontati da alcun TG nazionale, dovrebbero essere abbastanza noti: nella notte tra il 27 e il 28 novembre una pattuglia di poliziotti belgi ha interrotto quella che è stata definita “gang bang“, “partouze“, “festino“, “ammucchiata“, “orgia” o come meglio vi pare. In breve: gli agenti -richiamati dai vicini disturbati da rumori molesti- irrompono in un appartamento sopra un locale nel centro di Bruxelles, in Rue des Pierres (così giustifichiamo il titolo), e scoprono che 20 (o 25) persone, per la maggior parte (o solo) uomini stava con “les jambes en l’air“. Due dei fermati invocano subito l’immunità diplomatica, un altro cerca la fuga dalla grondaia (e qua già siamo nella commedia di serie z) ma si fa male, e lo beccano subito in strada.

Questo soggetto è quello che ci interessa.

Fermato dalla polizia, dice che non ha documenti e invoca anche lui l’immunità diplomatica. I poliziotti scomodano un paio di ministri per sapere come comportarsi, e dopo averlo perquisito trovando dell’ecstasy nel suo zainetto lo accompagnano a casa, dove l’ignoto discensore di grondaie si scopre essere József Szájer, ungherese, eurodeputato del partito turbosovranista di Orbán.

Partito che -c’è bisogno di dirlo?- è assolutamente contrario alle unioni civili tra persone dello stesso sesso; addirittura il buon József è il responsabile di uno degli articoli della nuova Costituzione ungherese, articolo che recita più o meno questo:

l’Ungheria tutela l’istituto del matrimonio tra uomo e donna, rapporto matrimoniale volontariamente instaurato, nonché la famiglia come base per la sopravvivenza della nazione

A parte l’ecstasy nello zainetto, non mi pare che una lecitissima gang bang tra umani adulti e consenzienti sia da condannare, se non fosse che pure a Bruxelles vige il liberticida coprifuoco e la iper-liberticida regola del divieto di assembramento. E una gang bang mi pare un assembramento da qualunque parte la si guardi. Deve averla pensata così anche József, perchè in tre giorni ha rassegnato le dimissioni dal ruolo di Eurodeputato, con decorrenza dal 31 dicembre 2020. Chapeau per la decisione, non ricordo comportamenti simili in casi paragonabili che hanno visto coinvolti parlamentari del nostro paese. Un po’ meno chapeau per la coerenza tra quello che predicava in pubblico e quello che fa in privato, però sappiamo che la coerenza non è di questo mondo.

Tutta questa sbrodolata non è funzionale a prendere per il culo il buon padre di famiglia sovranista e omofobo in trasferta, ma per dire che Rue des Pierres, a Bruxelles, è un posto che conosco benissimo. Anzi, una delle mie vie preferite. Perché ospita il Bonnefooi, un locale molto carino in cui oltre a bere dell’ottima birra belga si può quasi sempre ascoltare buona musica dal vivo, in un ambiente davvero notevole.

Ecco un po’ di foto del locale, prese in giro:

La cosa bella di questo buco steampunk è che sembra un miniteatro: dalla balconata puoi sentire e vedere chi suona come se tu fossi in galleria.

Penso sia difficile farci una gang bang, ma se vi capita di dover stare a Bruxelles una serata, ve lo consiglio. Anche se siete privi del passaporto diplomatico. E se preferite scendere dalle scale piuttosto che dalle grondaie.

Barney

Filosofia da muro #144

Bruxelles è piena di belle scritte (oltre che di ottima birra); questa, semplice ma profonda,  si trova nella zona della stazione Schuman, dove ci sono i palazzoni della Commissione Europea:

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Il muro -lo si vede- è abbastanza istoriato, e il corsivo che mette la parola “fine ” a chissà cosa è sicuramente tra i graffiti più antichi. E’ bella la calligrafia, molto naif e adatta al lettering dei primi Tintin (d’altronde siamo in Belgio…), e bella la frase: è stato detto tutto, chiudiamola qua.

Vi invito ad ascoltare (e a veder come si suona veramente) tutta la colonna sonora, che ci sta benissimo ed è suonata da una delle band che mi allieta le giornate lavorative da anni e anni. Il titolo dice esattamente il contrario del testo, e la scritta sul muro è perfetta come epitaffio alla storia suonata da Wilson e compagnia.

 

Barney

Filosofia da muro #125

E’ un instant post, perché altrimenti me lo dimentico e lo scatto svanisce come lacrime nella pioggia (cit.).

Il contesto: alla ricerca di un posto dove almeno bere una birra, in una Bruxelles piena di simil-italiani che strombazzano mezzi nudi da auto che trascinano enormi tricolori (i loro), mi dirigo al solito rifugio per vecchi nostalgici di un par di secoli fa (la birreria “A la mort subite”), che risulta chiuso pure quello. Meno male che il pubbettino accanto e’ aperto, e una Leffe extralarge la rimedio.

Tornando al solito hotel (in cui pare abbian soggiornato Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, ai loro tempi) mi cade l’occhio su questa scritta sul marciapiede, stencil su porfid mattonellaccia di cemento:

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Google mi dice che la scritta (che potrebbe essere la traduzione al femminile di “leave those kids alone!” di PinkFloydiana memoria) è abbastanza moltodiffusa in Francia e in Belgio, e anche questa di Bruxelles è stata plurifotografata. La scritta è davanti all’ingresso di una roba che adesso ha chiuso, e che potrebbe essere stata una galleria d’arte moderna, ma anche un bordello guatemalteco sotto copertura. Propendo per la prima ipotesi per le enormi vetrate squadrate e il senso di austerità che ancora trasuda dal palazzo.

Invece del fluido rosa, ci stanno bene questi vecchi trappoloni merregani che sicuramente in pochi avran sentito nominare, il che spiega senza dubbio alcunolo stato della nostra società.

 

Barney

Bruxelles, 22 marzo 2016

 

Ho perso il conto delle volte che sono stato a Bruxelles. Credo sia la citta’ che conosco meglio oltre la mia. Ho il mio hotel, quasi sempre riesco a farmi mettere li’, i miei bar, i miei ristoranti, le mie passeggiate a caso a notte fonda in una piccola capitale che negli anni s’e’ sempre piu’ degradata e sempre piu’ mi da una sensazione di inquietudine quando giro da solo e capito in strade buie e popolate da gente strana ed equivoca.

Andrei subito a viverci, comunque.

Mi piace il clima da non citta’, da non luogo (la stragrande maggioranza della gente che si incontra e’ straniera come te, li’), le birrerie sempre piene (e la birra splendida), la metro puntuale e comoda per girare dovunque.

Anche dopo stamani, ci andrei.

 

Volevo mettere i Girls in Hawaii, ma forse anche oggi ci sta bene questa qua:

 

Barney

Out of office

Da lunedi’ sono -tanto per cambiare…- in trasferta.

E -tanto per cambiare…- sono a Bruxelles, per un workshop in cui quelli del nostro ambiente -siam sempre i soliti, piu’ o meno- si son trovati per parlare delle stesse cose di cui parliamo sempre, e convincere qualcun altro che tra pochi anni (oggi no, domani forse, dopodomani di sicuro) se non andremo su Marte sara’ perche’ siamo gia’ su qualche luna di Saturno.

E’ stata una settimana intensa (e non e’ ancora finita): dalle otto e mezza del mattino alle sette e mezza di sera (la prima sera anche fino alle nove e mezza) ci siamo sorbiti discussioni, slideshow, coffee break, cocktail di benvenuto… in un continuo salutarsi e riprendere discorsi che magari erano cominciati tre anni fa a Wiesbaden o due anni dopo a Pechino, poi ripresi da qualche collega mio e del mio interlocutore chissa’ dove.

Non dico che sia stato come essere alla catena di montaggio (non lo farei mai, ho troppo rispetto per gli operai), ma e’ stato un discreto tuor de force, questo sicuramente.

Due sono le cose che mi hanno fatto estremamente piacere: vedere un paio di ex colleghi (ma ancora amici) che era un po’ di tempo che non incontravo, e la location del workshop.

Si: e’ vero, siamo stati rinchiusi per ore in un grande edificio. Ma signori… che edificio! Il Museo di Scienze Naturali di Bruxelles, una chicca che non conoscevo e che ogni mattina si e’ popolata di turme di bimbetti felici e contenti di poter scorrazzare tra scheletri di dinosauri, elefanti impagliati e altre meraviglie della Natura. Se capitate a Bruxelles, e’ una delle tappe da mettere in agenda.

Le foto cinafoniniche non rendono appieno l’idea:

Beh, poi c’e’ stato il Bonnefooi che oramai e’ una tappa obbligata, il Fin de siecle, Amadeo e le sue spare ribs, e la new entry Goupil le fol (merci, Leo). Business as usual qua: si lavora tanto, ma la sera ci si rilassa.

Ci vivrei, a Bruxelles.

Barney

tremilaseicentocinque virgola trentacinque

Sono per l’ennesima volta a Bruxelles, nel mezzo dell’ennesima trasferta, di ritorno dall’ennesima cena alla Brasserie St. Germain (che e’ l’opzione easy quando sono solo, che tanto dentro si trovano piu’ stranieri che belgi, e posso stare un’oretta a leggermi un libro al tavolo senza che nessuno mi chieda altro che “un’altra birra, signore?”), e ho deciso di andare a letto presto, che domani c’e’ l’utimo giorno di workshop.

Ho la tv accesa sul canale 3 della BBC, c’e’ un programma di giornalismo per giovani fatto da giovani, con una simpatica mulatta con piercing e splendida capigliatura (avra’ si e no venticinque anni) a condurre.

Si parla di payday loans. Di cui non sapevo nulla, sino a qualche minuto fa.

A volte capita di essere attratti da qualcosa senza un motivo particolare: qua forse gioca il fatto che mi e’ purtroppo piu’ facile adesso capire l’inglese che il francese (che da giovane parlavo decentemente e capivo bene. Adesso sopravvivo, forse…), o le cifre cui mi imbatto all’inizio. Vedo infatti passare sullo schermo un 27,274% che penso sia un refuso, pero’ gli inglesi usano la virgola come noi usiamo il punto, per cui quella cifra lassu’ e’ proprio ventisettemiladuecentosettantaquattro percento. E rappresenta l’APR, ovvero l’annual percentage rate che viene richiesto come tetto massimo dalle finanziarie che lucrano su questo tipo di prestiti. Tutto legale, nel 2013, in Gran Bretagna. Il 3605,35% del titolo rappresenta la media dell’APR applicato dai millanta operatori su questo mercato del guano finanziario.

Ma di che sto parlando? In breve, il payday loan e’ un piccolo prestito (in genere poche decine di sterilne, fino a un paio di migliaia), fornito in minuti dietro semplice richiesta. Con una minima verifica di solvibilita’: tu vai su un sito (o entri in un payday loan corner, pare che Londra ne sia piena) e i soldi arrivano sul tuo conto alla velocita’ della luce. In genere il contratto e’ per poche settimane o al massimo un mese, e l’interesse mostrato e’ quello alla fine del prestito:150, 200, 350%… Elevato, ma uno li’ per li’ ha in mente solo quanto gli viene prestato e quanto deve poi restituire, non la percentuale dell’interesse. Nessuno pensa a quel che succede se il debito non viene ripagato al momento giusto, nessuno pensa all’APR. I siti piu’ “seri”, come Wonga, fanno esempi in cui e’ evidente che siamo di fronte a strozzini. Ecco lo screenshot fatto stasera di una simulazione:

ImageLe cose impressionanti di questi prestiti “a semplice richiesta” sono due: i motivi per cui la gente chiede soldi (moltissimi giovani under 25 hanno addotto come motivo “per andare a un party”, oppure “per fare shopping”), e la recidivita’ altissima di chi questi prestiti chiede. Ossia: se lo fai una volta, e’ probabile che tu lo rifaccia molte altre volte. E allora, e’ probabilissimo che tu canni uno o piu’ pagamenti, e che tu entri nel vortice dell’APR a quattro o addirittura cinque cifre.

Che poi -visti gli importi- quasi sempre si tratta di cifre “ragionevoli” (alla fine alcune migliaia di sterline), quindi e’ rarissimo che partano azioni legali contro questi strozzini legalizzati da parte, ad esempio, di famiglie tirate in mezzo da ventenni decerebrati/e che si sono fatti intortare dal Wonga di turno.

Alla fine quindi chi puo’ pagare paga interessi elevatissimi. E chi non e’ solvente (si parla di un 15-20% di mancato rientro) e’ abbondantemente coperto dagli interessi da cravattaro che vengono pagati dagli altri.

Un modello di capitalismo criminale e davvero schifoso che non puo’ che vincere, se la legge permette questo tipo di business…

Il servizio si e’ chiuso con l’evocazione del prossimo Natale, e dei milioni di inglesi che chiederanno un payday loan per fare un regalo o prendersi la vacanza che non si possono permettere. E con una scritta che preannunciava una modifica alla legge di riferimento per il 2015.

Bene: oltre che dire che la merda avvolge l’intero orbe terracqueo, e che passiamo in pratica la nostra esistenza a cercare di non fare l’onda, non mi resta che augurare buona serata con un brano a tema.

 

Barney

Il resto del mondo, seconda puntata

[premessa: il fatto che si parli di NATO e’ del tutto incidentale; armi, guerre ed eserciti NON sono il focus di questo post]

Ieri, ultimo giorno brussellese (per questa volta…), con mattinata dedicata soprattutto alla presentazione di Horizon2020, il nuovo programma comunitario di ricerca e sviluppo. I relatori si susseguono piu’ o meno interessanti, sino a quello piu’ sfigato di tutti, colui che chiude la giornata e traghetta l’uditorio oramai allo stremo verso il vero motivo per il quale non s’e’ ancora schiodato dalle sedie: il pranzo -ovviamente-.

Il compito stavolta spetta ad un rispettabile signore d’una certa eta’, italiano, che si presenta come generale in pensione e responsabile a Bruxelles dei rapporti delle aziende nazionali con la NATO, che ha li’ la sede centrale.

Il simpatico signore snocciola slides su slides di dati e riferimenti alle molte possibilita’ che le imprese dei paesi aderenti hanno di far business con la NATO, non solo vendendo armi o pezzi di esse. Arriva poi, quasi alla fine, ad una tabella che presenta con un sospiro, e che riporta l’elenco dei paesi europei con accanto un numero. Per l’Italia il numero e’ 21.

Il generale in pensione ci spiega che quello e’ l’elenco delle aziende -divise per paese- che sono iscritte all’albo dei possibili fornitori NATO. Cioe’, quando c’e’ bisogno -per dire- di centocinquanta PC per gli uffici NATO, si manda il capitolato di gara alle aziende dell’elenco e si aspettano le varie offerte. Ci dice anche che di quelle 21 aziende italiane, 11 sono anni che non rispondono ad alcuna gara e quindi le considera “morte”. Poi chiede se per caso c’e’ qualche industiale belga in sala e, ricevuta una risposta negativa arringa con pacata e bonaria saggezza la platea: “Signori, vedete che accanto al Belgio c’e’ il numero 82? Avete capito che ci sono 82 aziende belghe che lavorano con la NATO. Ok, giocano in casa. Ma porca miseria: loro sono un sesto di noi, sono probabilmente piu’ scarsi di noi in termini tecnologici e vendono a NATO otto volte piu’ di noi!”.

La slide dopo l’ha saltata di netto: era la percentuale di ritorno economico per paese sulla base della contribuzione al bilancio NATO. In sostanza, ogni nazione da’ una quota di soldi proporzionale al suo PIL. Ogni nazione poi vorrebbe massimizzare il rientro di questi soldi entro i propri confini, sotto forma di commesse per le aziende (le quali poi pagheranno le tasse allo stato, che cosi’ potra’ riprendere il circolo virtuoso. La catena alimentare della savana trapiantata negli uffici di Bruxelles, insomma…). Non c’e’ stato verso di sapere ne’ cifra, ne’ posizione per l’Italia, ma ci ha raccontato che la Francia porta a casa quasi tre volte la cifra che mette a bilancio. Probabilmente molto di questo sovraritorno e’ “merito” dell’Italia…

Terminata la presentazione, siamo rimasti in tre a presentarci, lasciare i nostri biglietti da visita e discutere con il generale, il quale a forza di “benedetti figlioli” e di “ma come si fa” ha continuato nella descrizione della situazione. La sua conclusione e’ che gli imprenditori italiani nella stragrande maggioranza dei casi sono pigri, non vogliono rischiare in ambiti che non conoscono, sono abituati ad un ambiente che favorisce gli accomodamenti e non le gare d’appalto (almeno: non le gare d’appalto “aperte”…), insomma sono l’emblema di una ignavia e una stasi che ha nel non governo del paese la sua piu’ chiara manifestazione.

Tutto cio’ e’ molto sconfortante, anche perche’ in questa trasferta sono stato circondato da giovani italiani che lavorano con competenza ed energia per l’ambasciata, il consolato, l’ICE… Insomma, mi pare si possa oramai dire con un certo grado di certezza che esiste uno scollamento sempre piu’ grande tra il paese reale e chi questo paese dovrebbe guidarlo: sia a livello politico che imprenditoriale, che -non me ne dimentico- sindacale.

Il problema e’ che paese lo siamo solo sulla carta, nel senso che se c’e’ una nazione disunita quella e’ l’Italia: non avete idea di cosa significhi dover competere a livello europeo con aziende che dietro hanno ministeri, confindustrie, agenzie nazionali, governi… che tirano tutti in una sola direzione (il bene del paese, che nel caso specifico e’ il bene di qualsiasi azienda di quel paese), mentre noi siamo drammaticamente soli, o quando non siam soli sembra che l’appoggio ci venga dato per grazia ricevuta. Si nota a tutti i livelli quello che tutti gli ottimi commentatori al pezzo precedente hanno evidenziato: mancanza di coraggio nel prendere una decisione che sia una, inerzia al cambiamento perche’ “tanto ha sempre funzionato cosi’, che cavolo vuoi metterti a cambiare?“, continua riduzione degli standard che significa abbassare i livelli di qualita’ e la capacita’ produttiva. Tra l’altro mi piacerebbe che qualche politico  capisse finalmente che quest’ultima non e’ legata a quanto tempo stai in azienda ma a come ci stai, agli strumenti che hai a disposizione, alla sicurezza che senti che lavorare in quel posto puo’ permetterti una vita, fuori da li’.

Basta piangersi addosso, pero’: per qualche giorno gioja e jubilo.

Barney

Greetings from Place Rogier, Bruxelles

A meta’ dell’ennesima trasferta di questo 2013, un altro classico delle mie gite lavorative: Bruxelles.

Saluti anche da parte di Giorgio Canali, che interpreta bene il mio stato d’animo di oggi.

 

 

Barney

Fast post: cibi tipici belgi

Un rapido e veloce post dalla terra di Hergé, per consigliare le due specialita’ culinarie del paese.

Che sono le moules-frites (ovvero, le cozze al vapore con patatine fritte) e la carbonnade, un sapido e tenerissimo spezzatino di manzo stracotto nella birra e insaporito da senape, carote, zucchero di barbabietola e alloro.

Le moules-frites rappresentano un piatto unico che va sempre bene, l’importante e’ optare per la variante “a’ la’ marinière“, con sedano e cipolla, che e’ lo standard di queste parti.

Per la spiegazione di come si cucina il secondo piatto, vi lascio a questo bel blog di cucina comunista in cui mi sono imbattuto per caso, cosi’ almeno non sono del tutto inutile.

Birra consigliata in entrambi i casi: una bruna trappista, che i belgi non c’avran nulla, ma la birra non gliela si puo’ toccare :-).  Grimbergen o Maredsous vanno benissimo, oppure una Chimay o una Leffe se si vuole andare sul classico.

 

Barney