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Sono per l’ennesima volta a Bruxelles, nel mezzo dell’ennesima trasferta, di ritorno dall’ennesima cena alla Brasserie St. Germain (che e’ l’opzione easy quando sono solo, che tanto dentro si trovano piu’ stranieri che belgi, e posso stare un’oretta a leggermi un libro al tavolo senza che nessuno mi chieda altro che “un’altra birra, signore?”), e ho deciso di andare a letto presto, che domani c’e’ l’utimo giorno di workshop.

Ho la tv accesa sul canale 3 della BBC, c’e’ un programma di giornalismo per giovani fatto da giovani, con una simpatica mulatta con piercing e splendida capigliatura (avra’ si e no venticinque anni) a condurre.

Si parla di payday loans. Di cui non sapevo nulla, sino a qualche minuto fa.

A volte capita di essere attratti da qualcosa senza un motivo particolare: qua forse gioca il fatto che mi e’ purtroppo piu’ facile adesso capire l’inglese che il francese (che da giovane parlavo decentemente e capivo bene. Adesso sopravvivo, forse…), o le cifre cui mi imbatto all’inizio. Vedo infatti passare sullo schermo un 27,274% che penso sia un refuso, pero’ gli inglesi usano la virgola come noi usiamo il punto, per cui quella cifra lassu’ e’ proprio ventisettemiladuecentosettantaquattro percento. E rappresenta l’APR, ovvero l’annual percentage rate che viene richiesto come tetto massimo dalle finanziarie che lucrano su questo tipo di prestiti. Tutto legale, nel 2013, in Gran Bretagna. Il 3605,35% del titolo rappresenta la media dell’APR applicato dai millanta operatori su questo mercato del guano finanziario.

Ma di che sto parlando? In breve, il payday loan e’ un piccolo prestito (in genere poche decine di sterilne, fino a un paio di migliaia), fornito in minuti dietro semplice richiesta. Con una minima verifica di solvibilita’: tu vai su un sito (o entri in un payday loan corner, pare che Londra ne sia piena) e i soldi arrivano sul tuo conto alla velocita’ della luce. In genere il contratto e’ per poche settimane o al massimo un mese, e l’interesse mostrato e’ quello alla fine del prestito:150, 200, 350%… Elevato, ma uno li’ per li’ ha in mente solo quanto gli viene prestato e quanto deve poi restituire, non la percentuale dell’interesse. Nessuno pensa a quel che succede se il debito non viene ripagato al momento giusto, nessuno pensa all’APR. I siti piu’ “seri”, come Wonga, fanno esempi in cui e’ evidente che siamo di fronte a strozzini. Ecco lo screenshot fatto stasera di una simulazione:

ImageLe cose impressionanti di questi prestiti “a semplice richiesta” sono due: i motivi per cui la gente chiede soldi (moltissimi giovani under 25 hanno addotto come motivo “per andare a un party”, oppure “per fare shopping”), e la recidivita’ altissima di chi questi prestiti chiede. Ossia: se lo fai una volta, e’ probabile che tu lo rifaccia molte altre volte. E allora, e’ probabilissimo che tu canni uno o piu’ pagamenti, e che tu entri nel vortice dell’APR a quattro o addirittura cinque cifre.

Che poi -visti gli importi- quasi sempre si tratta di cifre “ragionevoli” (alla fine alcune migliaia di sterline), quindi e’ rarissimo che partano azioni legali contro questi strozzini legalizzati da parte, ad esempio, di famiglie tirate in mezzo da ventenni decerebrati/e che si sono fatti intortare dal Wonga di turno.

Alla fine quindi chi puo’ pagare paga interessi elevatissimi. E chi non e’ solvente (si parla di un 15-20% di mancato rientro) e’ abbondantemente coperto dagli interessi da cravattaro che vengono pagati dagli altri.

Un modello di capitalismo criminale e davvero schifoso che non puo’ che vincere, se la legge permette questo tipo di business…

Il servizio si e’ chiuso con l’evocazione del prossimo Natale, e dei milioni di inglesi che chiederanno un payday loan per fare un regalo o prendersi la vacanza che non si possono permettere. E con una scritta che preannunciava una modifica alla legge di riferimento per il 2015.

Bene: oltre che dire che la merda avvolge l’intero orbe terracqueo, e che passiamo in pratica la nostra esistenza a cercare di non fare l’onda, non mi resta che augurare buona serata con un brano a tema.

 

Barney

Requiem per Detroit

E’ di oggi la notizia che Detroit e’ tecnicamente fallita.

La citta’dell’automobile americana non ha retto al morso di una crisi che da una decina di anni attanaglia l’economia del mondo, e trasforma metropoli di quattro milioni di persone in scheletri di archeologia industriale.

Il Documentario “Requiem for Detroit” racconta il declino della citta’ usando le enfatiche parole del sindaco degli anni ’60, in cui tutto girava per il verso giusto, proiettate sui palazzi e  le fabbriche in disfacimento, quasi fossero elefanti morti che marciscono molto lentamente.

Lentamente, ma nemmeno troppo: l’affascinante testimonianza della morte di una citta’ la possiamo vedere anche in una serie di filmati su youtube dal titolo “Discovering the abandoned Detroit”. Qua sotto la parte centrale dell’esplorazione del Whittier, un bellissimo ex-hotel che ha ospitato le maggiori celebrita’ in visita a Detroit. Dopo pochi anni di abbandono e’ cosi’ tipo per esempio questo qua:

Si trovano moltissimi video come questo, e se ne troveranno sempre di piu’, e immagino che Detroit sia solo la punta dell’iceberg, cosi’ come la caduta dell’industria automobilistica rappresenta solo il prodromo di qualcosa di piu’ grande.

L’unica consolazione -amara- e’ che le citta’ in disfacimento hanno un fascino innegabile: probabilmente la loro fine sara’ molto, molto bella. O almeno interessante.

Il pezzo musicale e’ dei Virginiana Miller, ed e’ un requiem per qualcos’altro:

Update del 21 luglio 2013

Grazie al commento di DeadWharols mi sono letto un po’ di cose in giro, e la bancarotta di Detroit e’ molto meno poetica di quel che ho scritto qua sopra. Resto convinto che l’implosione del settore automobilistico abbia avuto il suo peso, ma dagli articoli che potete leggere qua sotto -se vi va…- emerge un quadro complesso e lungo decenni. Eccovi quindi una bibliografia minima:

Barney