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Meta-art: paintings squared

Karin Jurick's Museum Hours

Karin Jurick e’ l’artista amerregana che fa queste cose qua sopra. Niente male, ma si tratta di una piccola parte della produzione della tizia, che potete trovare sul suo blog qua: http://karinjurick.blogspot.com/. Ah, la sua roba la vende, se siete interessati…

Barney

Remake!

Spettacolare iniziativa di un blog americano: reinterpretare quadri o sculture di artisti famosissimi e fotografare il risultato.

Sopra abbiamo il famosissimo “autoritratto” di Vincent Van Gogh, ma la galleria e’ stracolma di remake bellissimi.

C’e’ tempo fino al 21ottobre per spedire il proprio contributo.

Barney

Mona!

La notizia l’ho ricavata da qui. E parecchio di quello che c’e’ scritto e’ condivisibile e poco sorprendente, compresa la parte “succosa”: una donna americana ha pagato 10.000 $ per “acquistare” un'”opera d’arte” che non esiste, se non nella testa dell’artista che l’ha pensata. Cioe’: non c’e’ alcuna messa in pratica dell’idea, la tipa ha pagato per l’idea stessa di opera d’arte. In cambio, ha ottenuto un titolo, e una didascalia che spiega l’idea/opera d’arte/quel che vi pare. Iniziamo dal titolo:

Fresh air

Ok, non c’e’ bisogno di traduzione. (Psss… State “guardando” un’opera d’arte da 10.000 dollari, ve lo ricordo)

Adesso passiamo alla targa che accompagna il titolo e -spero- la fattura:

A unique piece, only this one is for sale. The air you are purchasing is like buying an endless tank of oxygen. No matter where you are, you always have the ability to take a breath of the most delicious, clean-smelling air that the earth can produce. Every breath you take gives you endless peace and health. This artwork is something to carry with you if you own it. Because wherever you are, you can imagine yourself getting the most beautiful taste of air that is from the mountain tops or fields or from the ocean side; it is an endless supply.

Anche qua penso si capisca tutto. Compreso il fatto che l’artista sta -come dire?- calcando un pochettino la mano: a me pare che la signora, per 10.000 dollari, stia ottenendo una presa in giro mica male. Ma forse sono un malfidato… Bene, andiamo avanti, e sveliamo il nome dell’artista:

James Franco.

Eccolo qua, l’attore noto alle teenagers di mezzo mondo, che ci illustra “Fresh air“:

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A me suona e appare un po’ italiano. No?

Ma continuiamo. James Franco ha contribuito a dare vita ad un museo, e l’ha chiamato -ovviamente-…

Museum of Non-Visible Art“.

Il sito web lo si raggiunge digitando www.nonvisiblemuseum.com, (NON ci cliccate ancora, grazie…), e sia il dominio che il nome paiono appropriati.

Quello che mi perplime, se mi metto a fare due piu’ due piu’ due, e’ l’acronimo che e’ stato scelto per il sito. Si, vabbe’: a Roma abbiamo i bellissimi MACRO e MAXXI (andateli a vedere, se non l’avete ancora fatto: meritano entrambi piu’ di una visita), ma qua si va oltre, qua (ecco, ora potete cliccare su nonvisiblemuseum) siamo davvero all’italian job senza scasso: siamo al…

MONA

E allora tutto ha un senso: diecimila dollari, aria fresca, mona… Si: ora torna tutto. A gentile richiesta, e dietro simbolica donazione di almeno tremila Euro, fornisco le coordinate per contattare l’amante dell’arte Aimee Davison, che e’ la tizia che ha sborsato i soldi.

 

Barney

Il suicidio più bello [da Malpertuis di Elvezio Sciallis]

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La foto e’ stupenda e drammatica assieme.
E’ stata scattata nel 1947, ed e’ vera, come vera e’ la storia che Elvezio ci racconta nel suo blog. Vi consiglio di leggerla, la storia, ascoltando in sottofondo “Last kiss” cantata da Eddie Vedder, magari in questa versione live:

Barney

Perchè ci piace Bansky e Povia no?

Ieri mattina mi ha colpito un bell’articolo di Alex Ross tradotto su Repubblica e affiancato dal commento di Baricco (che francamente aggiunge poco a quanto scritto dal critico musicale americano, ma per il tipico provincialismo italiota rafforza -nella mente semplice dei redattori di Repubblica- il messaggio di Ross). La questione trattata era: come mai la gente scappa a gambe levate quando, a teatro, l’orchestra comincia a suonare roba di Schoenberg o Steve Reich o Arvo Pärt (chiunque siano questi tipi, sia detto per inciso), mentre i musei d’arte moderna attraggono milioni di persone esponendo opere di Pollock, Warhol, Klee?

Io sono francamente ignorante, nel campo della musica colta. Arrivo a malapena a Philip Glass, che scoprii da molto giovane perche’ non ricordo quale dei rockettari che ascoltavo (e ascolto tuttora) dichiaro’ (A “Rolling Stone”? A “Chitarre”? Insomma, a una roba del genere) che Glass lo aveva profondamente influenzato. Ricordo che influenzo’ pure me, nel senso che l’ascolto di una facciata dell’LP che mi procurai fu sufficiente a farmi dichiarare Philip Glass peggio di qualsiasi garage band NewYorkese. Poi i giudizi son cambiati, e in tempi meno giurassici ho acquistato -ed ascoltato- dischi di Mertens e di Nyman, scoperti ovviamente grazie a Peter Greenaway e ai suoi film, ma sospetto non si possano definire “musica colta”.

Per quel che riguarda le arti visive sono ugualmente un ignorante visto che i fumetti non penso contino, ma e’ evidente che Ross e Baricco hanno ragione: un Klee lo si puo’ fruire anche senza essere critici d’arte, e molte persone (me compreso) visitano musei d’arte moderna.

Ma in questi giorni la potenza evocativa e la assoluta semplicita’ (a volte) delle arti visive contemporanee m’e’ venuta in mente anche in riferimento a questa raccolta di foto prese nell’aretino da un collettivo di street artisti dei nostri giorni. Il sito e’ interessantissimo, e pieno di stupendi esempi di come si possano riempire -letteralmente- le citta’ di opere d’arte che si confondono a tal punto con l’architettura del luogo da sembrare elementi necessari dell’insieme. Le foto rappresentano dei cartelli stradali “hackerati” in maniera semplice ma assolutamente evocativa. Un esempio qua sotto:

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Figura 1: Segnale di divieto di lavoro, forse…

Come esempio estremo di street art vi lascio alla contemplazione di una delle opere piu’ note di Bansky, lo street artist di Bristol:

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Figura 2: No Future, Bansky.

Ah, rimarrebbe da spiegare cose c’entra “Povia” con tutto il resto. Nulla, e’ chiaro. Solo, mi serviva un riferimento piu’ basso dello “0”, qualcosa che avesse scavato in profondita’ nei meandri della spazzatura spacciata per musica. Ecco, Povia e’ perfetto.

 

Barney

Punti di vista

Bella storia, quella raccontata qui. Che ci fa vedere come le cose possano chiamarsi con nomi diversi, a seconda dei punti di vista di chi osserva. E anche che la definizione di “arte contemporanea” e’ qualcosa di impalpabile. Come fumo, direi.

 

BP

La solitudine di Barney

(DISCLAIMER: questo post puo’ contenere tracce di astio, parolacce e moccoli tirati a coppiole finche’ ‘un diventano dispari)

(DISCLAIMER2: questo post puo’ risultare relativamente lungo. Non spaventatevi: astio, parolacce e moccoli vi allieteranno sino alla fine)

Il blog si chiama Panofski in onore di uno dei personaggi letterari a me piu’ cari: Barney Panofsky. Chi non lo conosce, vada subito a comperare il libro di Mordecai Richler, e se lo legga prima di compiere i 75 anni (o prima di rincoglionire del tutto), soprattutto se e’ un uomo: e’ un capolavoro, e risarcisco personalmente il prezzo dell’acquisto del libro a chi non piacera’ [1].

Questa premessa mi e’ indispensabile per introdurre l’argomento e spiegare il titolo, che e’ a sua volta una crasi di due titoli di (mioddio) libri (beh, un libro e una zeppa per mobili che traballano, ma andiamo avanti). Lo spunto iniziale e’ stato la lettura in treno, stamane, del “Venerdì di Repubblica”, che riporta in copertina il lancio del film-evento della prossima Biennale di Venezia. “La solitudine dei numeri primi” (ecco, l’ho scritto…), tratto dal libro del 2008 del fisico teorico Paolo Giordano, un esordio che ha spopolato allo Strega e al Campiello opera prima. Un (mi si scusi l’overstatement) libro che e’ stato letto (pare) da un milione e mezzo di persone, forse due milioni perche’ e’ uscita una versione paperback economica che (si dice) e’ andata esaurita come la focaccia del Giusti appena sfornata in un qualsiasi pomeriggio della settimana. Con un piccolo problema, almeno dal mio punto di vista: mentre sono perfettamente in grado di diluviarmi un chilo di focacce assortite del Giusti, il (cristosanto) romanzo di Giordano e’ uno dei due soli libri che in vita mia non ho finito.

Un giudizio sintetico sull’unico capitolo che sono riuscito a leggere e’ questo. Piu’ estesamente: un libro artificiale, falso come una dentiera, costruito -peraltro pure male- sin dalle prime parole per dimostrare come fare le scuole di scrittura creativa non serva a un cazzo se hai il talento di un raddrizzatore di banane, che sa emozionare forse una real doll, non certo me. Una cagata pazzesca, per rimanere in tema col primo capitolo del libro, che di merda tratta in maniera assolutamente gratuita. Come se parlar di merda facesse assurgere quel coacervo di parole raffazzonate a qualcosa di piu’ che a zeppa per il mobile che traballa in cucina. Un libro che da la cifra di come in Italia la gente legga solo quello che la pubblicita’ gli dice che si debba leggere.

Giordano uno scrittore? Ma non fatemi ridere, via…

Il regista del capolavoro che sbanchera’ i botteghini di tutta Italia, da Vergate sul Membro a Aci Cazzidi e’ Saverio Costanzo, casualmente figlio di Mr. Buonacamiciaatutti, ma sono sicuro che e’ bravo a prescindere (col cazzo: provi a presentarsi come Adelmo Sfrangimaroni e dire che vuole girare un film, poi mi sa ridire…).

Ma il Venerdi’, nella sua munificenza e nello splendore delle sue pagina patinate mi ha regalato, dopo le sei o sette paginate sulla Solitudine di quella roba li’, una seconda anticipazione sulla Biennale: verra’ presentato anche “Barney’s version“, tratto dal romanzo di Richler. Il settimanale di Repubblica se la cava in un paio di paginette, ricordando che il libro e’ un cult in un certo milieu culturale (pare che parlare di cultura sia paragonabile a parlare del diavolo, anche a sinistra…) che comprende anche Giuliano Ferrara. Estiquaatsi ce lo vogliamo mettere?

E lo vogliamo ricordare che quel libro (che E’ un capolavoro) e’ stato letto in Italia da solo 100.000 persone?

Cioe’: per uno che ha letto Barney, ce ne sono 15 che si sono finiti “La solitudine dei tarzanelli cammellati”. E cio’ e’ assolutamente scandaloso.

 

BP

 

[1]: dopo che il soggetto mi dimostra di raggiungere almeno 90 in un qualsiasi test di misura dell’intelligenza (va bene anche un metro a nastro, si, certo che si…). Leghisti ed elettori di Silvio esclusi, chiaro.

 

Them Crooked Vultures – Spinning In Daffodils (With Lyrics)

Uno dei migliori album del 2009 e’ quello di esordio di un gruppo che nuovissimo non e’, se si guarda da chi e’ formato… Ma il 2009 e’ stato anche l’anno dei Chickenfoot. E dei RATM che sono schizzati al primo posto in UK con “Killing in the name”, che ha una quindicina di anni -portati peraltro benissimo…-.

OK, ecco i Them Crooked Vultures.

“Suttree”, Cormac McCarthy, Einaudi

Inizio il blog scrivendo qualcosa su “Suttree”, il libro di Cormack McCarthy scritto nel 1979 e pubblicato in Italia solo due settimane fa (Einaudi).

Iniziamo col dire che e’ stupendo, cosi’ il piu’ e’ fatto, e proseguiamo con lo spiegare succintamente il perche’.

“Suttree” e’ la storia di un uomo (Cornelius “Buddy” Suttree, per l’appunto) che incontriamo nel 1951 a vivacchiare sulle rive del Tennessee, a Knoxville. Si intuisce che l’uomo (di eta’ indefinibile, tra i 25 e i 40 anni) aveva una vita molto diversa, prima. Ma McCarthy non ci dice quasi nulla di questo “prima”, ne’ del motivo che ha sbattuto Suttree in una baracca galleggiante a pescare pesci gatto e ubriacarsi quando capita, con chi capita e bevendo qualsiasi cosa contenga alcool.

In compenso, lo scrittore ci immerge nel sottobosco che popola i bassifondi di Knoxville, e ci fa vedere la citta’ con i loro occhi. La maestria di McCarthy nello scrivere emerge ad ogni pagina: frasi secche e colorate da costrutti scarni ma efficaci, situazioni paradossali e grottesche che proprio per questo risultano vere, ma soprattutto una vitalita’ senza confine. E -sopra tutto- Buddy e il suo affannarsi ad aiutare chi sta come lui o peggio; quasi a redimersi ed espiare una colpa che -da lettori- e’ possibile solo intuire in qualche sprazzo, poche righe che servono solo a dipingere sul fondale di Suttree due o tre schizzi a matita di un quadro che si capisce drammatico. Il resto e’ lasciato a chi legge, cosi’ come il giudizio sui personaggi che gravitano invariabilmente attorno a Buddy.

E, tra i personaggi secondari ma non per questo meno importanti, Harrowgate e’ lo schizzatissimo giovinastro che viene sorpreso mentre si tromba un intero campo di angurie, e cosi’ si fa la sua prima galera; Ab e’ il negro che vive al di sopra di molti bianchi sia socialmente che economicamente, e quindi viene regolarmente battuto -ma non domato- da loro; Joyce e’ la puttana di Chicago che si innamora di Suttree e che rappresenta per l’uomo una delle poche parentesi felici della sua esistenza.

Tra tragedie, farse e splendide descrizioni di luoghi e personaggi, il libro segue Suttree nel suo cercare di sopravvivere, di tenersi a galla in un mondo che gli e’ ostile. Fino alla fine, che sembra -come nel recente “La strada“- segnare il sentiero per un futuro se non roseo almeno non peggiore di quello che ci si lascia alle spalle.

Il libro rientra secondo me nel ristretto novero dei capolavori contemporanei.

 

G