Filosofia da muro #111 (hat trick: pendolante)

Ancora Pendolante, da Reggio Emilia, a fornire questa scritta in bella calligrafia su muro cittadino:

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Siamo nel campo delle citazioni di quella che adesso si chiama “musica”, ovvero persone che escono da talent a caso, o -come per l’autore di questi versi- vivono di visualizzazioni su Youtube. Contate a milioni. Il musicista e’ tal Carl Brave, qua assieme a talaltro Franco 126 che performano “Sempre in 2”, attualmente visto 4 milioni e 292 mila volte e che non sara’ la colonna sonora del pezzo, sappiatelo sin d’ora. I due sono rapper romani, per chi fosse appassionato al genere.

Oltre alla bella mano che ha riportato una strofa della canzone, la foto cela una aggiunta quasi invisibile, in minuscole lettere rosse.

No, non il “Ti amo, Marco” a destra, a sormontare un cuore pure rosso che sta sbiadendo come la dichiarazione (chissa’ se lo ama ancora, quel Marco…).

Parlo di quella specie di rebus che inframmezza con una qualche logica che al momento mi sfugge la parola “intera”.

Se ingrandite potete osservare una “H” tra la “T” e la “E”, una “E” piccola che fa da apice alla stessa “E” di prima, ed infine una “Y” tra la “R” e la “A”.

A unire i puntini verrebbe fuori THEERYA, THE ERYA, o addirittura IN THE ERYA. Google mi informa che Erya e’ il piu’ vecchio dizionario cinese, e questo -ve ne fosse bisogno- ammanta di oscuri significati il tutto.

La composizione e’ firmata .17, che potrebbe essere dot17 inteso come nickname, o un calibro da fucile, o chissa’ cos’altro.

Molto bella la foto in se: il muro, le bici, lo scorcio di via a sinistra, il tubo nero ad interrompere lo scatto a destra, il cartello stradale da cui si intuisce che quella strada e’ a senso unico. Forse.

Questo brano ha 475 visualizzazioni e basta, sul Tubo. Mia figlia direbbe che la conosco solo io, ma questa in realta’ la conosce anche lei, perche’ e’ la mia sveglia mattutina.

 

Barney

 

 

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Lucca Comics and Games 2017

Credo sia il capitolo finale, il passaggio definitivo da evento per appassionati a prodotto per bimbiminkia seguaci del flusso e del “si deve fare/si deve andare/lo si deve guardare”.

Da crema a merda, insomma.

Le mostre sono state come sempre eccellenti, con la personale di Bertolucci una spanna sopra il resto. Igort non mi e’ mai piaciuto molto, visto che disegna piu’ da giapponese che da europeo,  Sio e’ un buon prodotto ma NON da mostra, le due ragazze che disegnano per adolescenti sono fuori dal mio target e Whelan (il disegnatore del manifesto di quest’anno) e’ forse troppo scolastico per farmelo piacere del tutto (anche se ha illustrato sia “La torre nera” che “La ruota del tempo”).

I cosplayer sono come tutti gli anni un piacere per gli occhi, e la massa di persone che ha invaso la mia citta’ una piacevole iniezione di vita.

Quello che proprio non reggo e’ l’ (inevitabile?) mercificazione di tutto quel che e’ mercificabile, e l’applicazione del modello “Rolling Stones” all’evento, con la scusa che e’ per la sicurezza ma in realta’ solo perche’ del tutto funzionale al lucrare su -quasi- tutto.

Per esempio: nel raggio di 5 chilometri dalla citta’ non esiste un parcheggio gratuito. Nemmeno per i residenti, che per uscire dal centro storico devono seguire percorsi che variano non di giorno in giorno, ma di ora in ora, tra chicanes e moccoli sulla segnaletica inesistente.

Ancora: il classico concerto di Cristina D’Avena, trasformato da happening ad ingresso libero in un prive’ per 3000 fortunati in possesso di tagliando di autorizzazione all’accesso. Che si stacca solo se hai pagato il biglietto per l’evento.

Banchetti di venditori di cibo ogni cinquanta metri, sensi unici pedonali che -pure loro- cambiano con i giorni e le ore del giorno, code immense per puttanate acchiappa-coglioni come “il castello di Hogwarts” che in realta’ e’ solo un padiglione in cui puoi COMPRARE la qualunque associata ai libri e ai film di Harry Potter, o il baluardo delle mura trasformato in posto dove si puo’ “rivivere” l’atmosfera di Stranger Things e incontrare per 10 minuti gli attori della serie.

L’unica cosa gratis pare sia rimasta l’accesso ai cessi chimici, da tutti definiti un incrocio tra una fogna a cielo aperto di Calcutta e un maelstrom di merda.

Suggerisco agli organizzatori di lasciare lo stato dei cessi chimici cosi’ come adesso, MA di renderli accessibili solo con una moneta da 2 Euro, credo sia fattibile e renderebbe anche l’andare a pisciare organico con tutto il resto: mungere la vacca finche’ ha una goccia di latte. In alternativa, i residenti potrebbero aprire le loro case per bisogni fisiologici impellenti a prezzi di favore (5 Euro mi sembra adeguato, non c’e’ nemmeno da fare troppi conti per l’eventuale resto).

Qua sotto una delle tavole di Taiyo Matsumoto, altro autore presente alle mostre a Palazzo Ducale. Un giapponese piu’ europeo di Igort.

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Barney

Filosofia da muro #109 e #110 (hat trick: neurino)

Luca, milanese emigrato a Brema, mi spedisce questo florilegio doppio dai muri della fortezza di Belgrado:

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C’e’ di tutto, un paio di calligrafie si stagliano sul resto e vergano a bomboletta blu frasi apodittiche. La mia preferita e’ quella qua sopra a sinistra: “non voglio essere tuo amico, voglio baciarti il collo” e’ la traduzione letterale, ma molto probabilmente il significato e’ diverso, e ci si arriva abbastanza facilmente anche senza google a cosa puo’ anche essere  il collo… Pure la filosofia spicciola e pratica che consiglia di aggiungere vodka se la vita ti da’ limonate non e’ male, e come non notare l'”I hate that I love u“?

Un tazebao su cui risalta pure l’italico “basta” a dare quel tocco internazionale che fa subito casa.

Quasi quanto un “Pisa merda”.

Quasi…

 

La musica piacera’ al delatore. E’ un gruppo genovese che ho sentito dal vivo anni fa, molto bravi e molto in tema geografico:

 

Barney

 

 

 

“It”, A. Muschietti (U.S.A., 2017)

Stephen King lo conoscono tutti come il “Re del brivido”. Data la quantita’ di libri che vende c’e’ una discreta fetta di popolazione mondiale che ha letto almeno uno dei suoi libri, e una discreta fetta di popolazione mondiale che, fatta l’equazione

“re del brivido+tanti libri venduti=robaccia da decerebrati”

non s’e’ mai accostata ne’ mai si accostera’ a un libro di Stephen King. E’ un peccato, per questa fetta di popolazione, ma me ne faccio una ragione.

A me piace leggere King perche’ scrive benissimo. I suoi romanzi si leggono con piacere  per come sono scritti, per come quasi sempre le trame sono tutte cosi’ connesse che arrivi in fondo e non pensi che quella storia potesse avere un’altra fine. Se per caso avete mai avuto per le mani una versione in lingua originale vi sarete accorti di quanto questa cosa funzioni, e tanto di cappello ai traduttori italiani che riescono a mantenere il livello anche nelle trasposizioni nella nostra lingua.

It e’ uno dei romanzi piu’ conosciuti di King, ed uno dei piu’ belli per parecchi motivi. Uno di questi motivi (il come la storia e’ narrata, con continue alternanze di flashback e flashforward tra il 1957 e il 1984 a scandire i vari capitoli e a legare il tutto in modo magistrale) viene meno nella trasposizione cinematografica attualmente nelle sale. Questo e’ un problema per chi ha letto il libro, ma e’ uno dei problemi di questa pellicola strutturata esattamente come mille altre di questi tempi: un prodotto seriale che sfrutta un titolo famoso per fare incassi. Mandando in culo la storia, la logica, il pathos, l’introspezione dei vari personaggi, la spiegazione del perche’ certe cose succedono.

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Il film si riduce al clown Pennywise (fatto benissimo, per la verita’, ma grazie al cazzo…) e ai palloncini, che seppure demode’ sono pur sempre un ottimo strumento di marketing. Ma allo stesso tempo definiscono il target vero di questa operazione economica: i teenager dei nostri tempi, sempre meno avvezzi a leggere libri, e sempre piu’ consumatori di serie televisive che vanno riproducendo di annata in annata sempre gli stessi identici stilemi. Facili da seguire, senza bisogno di accendere il cervello.

L’assenza del pendolare di capitolo in capitolo avanti e indietro nel tempo e’ ovviamente funzionale al capitolo 2, che ci sara’ prima o poi non perche’ lo vuole la storia, ma perche’ i botteghini hanno macinato biglietti su biglietti grazie al tam tam mediatico che ha preceduto l’uscita del film. E’ funzionale anche alla riduzione del budget (non devi avere due cast in parallelo, distanziati da 27 anni di eta’, quindi nemmeno ti poni il problema di fare il casting “a coppie”: Ben quattordicenne e Ben quarantenne, e cosi’ Beverly, e Mike, e gli altri), e forse (magari, ma non ci spero: e’ troppo lungo per i canoni dei best seller odierni. Con un It ci vengono sei FabioVolo, per dire) anche alla vendita del libro.

Lo spostamento temporale della storia dal 1957 alla fine degli anni ’80 e’ pure funzionale al target dei bimbimink teenager, che a malapena sanno che c’e’ stato qualcosa prima del 2000, figurarsi se potevano apprezzare un tuffo nel passato di tale portata. Il capitolo 2 sara’ ambientato ai nostri giorni, e cosi’ anche i rimandi musicali (di cui King e’ maestro nei libri) saranno adeguati ad un pubblico venuto su ad X-Factor e ad Amici.

Da It fu tirata fuori una miniserie tv, decenni fa. E’ una produzione a basso costo se la si paragona a quel che lo stars system tira fuori in un mese oggi, ma almeno manteneva la struttura splendida e lineare (si: lineare. Pare strano dirlo d’un libro che salta avanti e indietro ma e’ cosi’) del romanzo.

Il film di adesso tradisce tutto del capolavoro di King, non fa capire allo spettatore ignaro della storia perche’ succedono certe cose, e colpisce forse solo per l’ambientazione e la fotografia. Il resto fa veramente schifo.

Due di incoraggiamento (a lasciare stare certe sceneggiature), come i film fatti sino ad oggi dal carneade muschiato Muschietti, onesto manovale della macchina da presa e niente piu’.

Barney

Filosofia da muro #108

La scritta non mi e’ nuova (traduco: mi sa che qualcuno me l’ha mandata e io l’ho gia’ pubblicata), ma siccome me la sono trovata davanti poche ore fa non ho potuto fare a meno di fotografarla e (ri?)proporla qua:

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Siamo in una Madrid piena di bandiere spagnole a quasi ogni finestra (e no, il calcio non c’entra nulla per una volta), in Calle Cid. A pochi metri dalla scritta quello che mi pare l’equivalente castigliano del DAMS, da dove probabilmente e’ uscito il graffitaro.

Il messaggio e’ chiaro e ben contestualizzato e per una volta c’e’ uno spigolo diritto in una mia foto, fatto raro come una cometa.

D’improvviso mi viene in mente che il giochino viene bene anche con “heart”, pero’ rimane un “he” che sa di risata cretina. Figurarsi poi dove potrebbe apparire la scritta “a heart without art is just he”: davanti a una cardiologia?

Beh (o B-“eh”), e’ tempo di musica.

 

Barney

Filosofia da muro #107 (hat trick: adp)

Ammennicoli di pensiero mi manda questo muro milanese (Via Mincio), composito e variegato nelle scritte e nelle tecniche:

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La scritta piu’ leggibile e’ sormontata da uno stencil contro la tortura, e alla sua destra un altro stencil rosso avverte il lettore che “lo smartphone controlla te e chi ti sta intorno”. Altri stencil raffigurano due tizi pare con in mano un telefonino e un telecomando (mia libera interpretazione, potrebbero essere anche due pistole. Ma non ci vedrei tutta questa differenza, alla fine…), poi c’e’ l’altro stencil aerografato a bomboletta che inneggia all’incendio dei centri di identificazione e espulsione.

Una macedonia rivoluzionaria chiusa da una specie di tag forse lasciata a meta’, ABN… che chissa’ che vorra’ dire.

A naso non siamo davanti ad una sede della Lega Nord, ecco…

Come brano musicale mi ci sta questo, che temo d’avere gia’ giUocato su questi schermi. In ogni caso e’ perfetto, a dare il senso della lenta rivoluzione che non arriva mai.

 

Barney

 

Il Paese e’ (ir)reale

Sono di ritorno da una due giorni in giro per -soprattutto- aeroporti, in cui ho avuto modo di verificare -sempre ve ne fosse il bisogno…- uno dei motivi per i quali l’Italia arriva sempre dopo la banda.

Ho avuto davanti due CEO (ossia due amministratori delegati) di due aziende, una grande (circa 800 dipendenti), l’altra enorme (40.000 dipendenti). Mercato aerospaziale e difesa, quindi per definizione globale e ancor piu’ per definizione strategico.

Tra le tante cose che accomunano i due (ottimo inglese pur non essendo nessuno dei due inglese, preparazione notevole sulle innumerevoli cose che fanno le due aziende, brillantezza nell’eloquio) quella che e’ saltata piu’ ai miei occhi e’ stata l’eta’. Il piu’ vecchio, quello dell’azienda enorme, ha 48 anni.

L’altro non arriva a 40, anzi credo ne abbia appena 35.

Mi chiedo se avremo mai in Italia una situazione del genere (retoricamente; la risposta e’ “col cazzo che l’avremo”), con aziende che fatturano miliardi di Euro guidate da un neanche cinquantenne che s’e’ presentato sul palco di Monaco di Baviera appena dopo essere rientrato da una conferenza negli USA, che ha spaziato su decine di argomenti a braccio, con slide di sottofondo (parete di dieci metri per tre) fatte solo di fotografie di aerei, satelliti e razzi. Senza una scritta in Comics Sans, magari gialla su sfondo blu come ho visto fare migliaia di volte in Italia[1].

Uno dei motori del cambiamento e’ il ringiovanimento della classe dirigente, e qua il ringiovanimento piu’ clamoroso lo ha portato uno come Matteo Renzi, profittando di congiunzioni astrali irripetibili e uniche, aggiunte alla capacita’ di cavalcare l’onda empatica del malessere nazionale. Piu’ che un ringiovanimento mi e’ sembrato un rimescolamento, perche’ di novita’ fattuali non mi pare ne abbia portato. A discorsi si, ma si sa che i discorsi li porta via il vento.

Ma torniamo a noi.

Stamani il CEO quarantottenne era accompagnato dal suo top management. Anche li’ i giovani non mancavano, e anche stavolta il paragone con l’Italia e’ impietoso. Basti dire che io (il cinquantenne italiano) abbassavo notevolmente la media dell’eta’ della pattuglia nazionale industiale, formata da ben tre persone.

La finisco qui, lascio a Manuel Agnelli il commento musicale.

[1] mi piacerebbe sapere a chi e’ venuta per prima l’idea di usare il Comics Sans per una presentazione che non sia quella di un bambino di terza media. Probabilmente ad un CEO italiano di almeno sessant’anni, che ha visto usare powerpoint dalla nipotina…

Barney