Archivi categoria: Musica

Nizza

Avrei voglia di scrivere qualcosa di compiuto sull’ennesima strage di questi anni bui, ma credo che per il momento si possa lasciare spazio a Renaud e ad Axel Red. Che essendo francese e belga hanno da dire sicuramente piu’ di me. E lo dicono meglio.

 

 

Barney

Giorgio Canali & Rossofuoco (The Cage, 17/04/2016)

Non e’ che ho smesso di andare a concerti, eh? E’ che son pigro, e quindi non e’ che posso raccontare sempre tutto. Ma quando ascolto dal vivo Canali qualcosa lo devo scrivere.

Intanto, ancora una volta non si capisce perche’ la gGente non abbia fatto a cazzotti per i biglietti, iersera. La Bandabardo’ ha fatto il sold out, come i Cani qualche settimana fa. Giorgio Canali e i Rossofuoco hanno riempito tre quarti del Cage, pero’ raramente ho visto uscire all’una e mezza del mattino spettatori cosi’ esaltati e soddisfatti dallo spettacolo come ieri.

Non e’ che ci voglia un’occasione particolare per un tour per questi qua, ma da qualche settimana e’ uscito un nuovo disco dello spettrale ex-chitarrista dei CCCP-C.S.I.-PGR e del suo attuale gruppo, ed e’ un disco di cover di pezzi mediamente ignoti ai piu’, che spazia su vent’anni e oltre di musica underground italiana. Il titolo e’ gia’ una garanzia: “Perle per porci“. Si, c’e’ anche una incredibile versione di “Le storie di ieri” di De Gregori (gia’ inserita anche da De Andre’ in uno dei suoi dischi, ve la trovate in fondo), ma poi Canali ha pescato nelle primissime edizioni di Eugenio Finardi (F104), nel primo Cd di Le luci della centrale elettrica (Lacrimogeni), e nelle registrazioni di altra gente sconosciutissima che merita evidentemente di essere riscoperta. Qua c’e’ la presentazione del disco scritta direttamente dal chitarrista di Predappio; potete anche acquistarlo (fatelo!).

Ieri sera la band era al completo, con Steve Dalcol a fare egregiamente da seconda (??) chitarra, e una Angela Baraldi in formissima che si e’ cantata la sua perla (Mi vuoi bene o no?) e s’e’ prestata per un altro paio di brani assieme ai Rossofuoco. Alcune foto della serata le rubo spero con permesso da Sebastiano Bongi Toma’:

canali1SBT

canali2BaraldiSBT

canali3MartelliSBT

canali4SBT

Il suono non ve lo posso riprodurre. Dal vivo i Rossofuoco sono eccezionali, Martelli e’ tra i migliori batteristi in giro e Dalcol da’ alla chitarra di Canali un supporto enorme. Marco Greco tiene su il tutto col basso, e l’energia che scaturisce dalla band e’ qualcosa da provare.

Un’idea di come ha lavorato Giorgio sulle canzoni pero’ ve la do’.

Questo e’ il pezzo originale, la band si chiamava Frigidaire Tango, e ci suonava Stefano Dalcol (quello a destra nell’ultima foto qua sopra). Il brano si chiama “Recall“:

Canali lo traduce in italiano e lo reinterpreta cosi’:

 

Questa qua invece la conoscete tutti.

Versione originale:

Versione-Canali&Rossofuoco:

 

Vabbe’, andateli a sentire che non ve ne pentirete di sicuro.

 

Barney

 

Farewell, Mr. Stardust

Stamani, quando  letto la notizia ho pensato subito a una presa in giro di qualche sito del cazzo.

Invece no: in dieci secondi e’ arrivata la conferma che David Bowie era davvero morto, a qualche giorno dall’uscita del suo nuovo album che rimane un capolavoro, anche se adesso sara’ visto piu’ come un testamento -e lo e’- che un disco di musica rock -e lo e’, ed e’ splendido a prescindere-.

Le morti famose non mi smuovono piu’ di tanto in genere, ma Bowie e’ una rara eccezione.

Da anni speravo contro ogni logica che riprendesse a fare concerti, e che tornasse al Summer Festival a cantare. Perche’ io quindici anni fa lo persi, e questo sara’ per sempre uno dei miei rimpianti.

Come mai mi piacesse un cantante come lui non e’ neanche tanto difficile da spiegare: ho sempre visto Bowie come un alieno nel mondo della musica. I suoi due occhi diversi, la sua faccia da eterno bambino (almeno fino a cinque o sei anni fa), i suoi capelli biondi col ciuffo, quell’algido distacco che mostrava in tutte le performance che m’e’ capitato di vedere in rete… Mi rivedevo nel cantante poliedrico e polimorfo, in grado di passare dal rock and roll di “Rebel, rebel” al pop raffinato di “China girl” (io che odio il pop ho amato alla follia China girl), da ballate stracitate qua dentro come “Space Oddity” a pezzi epici come “Heroes” (abusatissimo oggi in tutte le salse, e gia’ il duca bianco si rotola nella tomba…), dalla ambiguita’ sessuale al matrimonio con la splendida Iman. Dieci vite in una sola, tutte vissute con distacco britannico e classe da gentleman francese. Dieci vite come tu vorresti che fosse la tua, insomma.

Rispetto alla recente morte di Lemmy dei Motorhead l’impatto emotivo per me e’ stato enormemente differente, e non basta il fatto di non avere mai sopportato piu’ di tre brani heavy metal di fila per spiegare le differenze. Un po’ come quando morirono Lucio Battisti e Fabrizio de Andre’, insomma. O John Entwistle e qualsiasi altro bassista vi venga in mente.

Si, ho detto “qualsiasi”.

Mi dispiace veramente sia morto Bowie. E confesso che il dispiacere e’ piu’ egoistico, per non potersi piu’ aspettare una genialata dall’artista, o un concerto a sorpresa, che per la morte dell’uomo.

Ma questo credo sia vero sempre: la parte egoistica penso la faccia sempre da padrone sulla pietas.

Stronzo? No, solo onesto con voi, miei due lettori.

Che altro devo dire? Che Space Oddity cantata da Happy Rhodes mi fa sempre piangere?

Che oggi tutte le volte che mi trovavo da solo mi mettevo a canticchiare “The man who sold the world”?

Un paio di mesi fa parlavo di “Blackstar”, il singolo che chiudeva la trilogia del maggiore Tom disperso nello spazio (secondo me), un anno fa celebravo San Valentino con un altro suo splendido pezzo recente, nel 2010 era nella mia playlist delle canzoni che avrei voluto con me se fossi sopravvissuto ad una catastrofe atomica… Space Oddity credo sia la canzone piu’ citata qua dentro, e non solo perche’ lo spazio e’ il mio lavoro…

Mi manchera’, Mr. Stardust. E lo vorrei ricordare anche con la ragazza cinese che a molti fece storcere la bocca, ma a me piace davvero un sacco:

 

 

Barney

 

“The Voice”, Appino e Monina

The Voice” (of Italy) non e’ Sinatra, non mi piace quel tipo di musica ne’ quel tipo di voce. E’ il talent show che ha visto trionfare una suora qualche anno fa (?!!), che cerca di riciclare vecchie glorie (???!!!!) della musica italiana (Paola di “Paola e Chiara“, per esempio, o la cantante dei “Jalisse” -i Jalisse, vi prego… I Jalisse…-), e che dovrebbe rappresentare il trampolino di lancio per nuovi talenti italiani.

Una puttanata spaziale, insomma, che pero’ ben si inserisce nel panorama dell’entertainment televisivo nostrano, con un palinsesto ricco di “MasterChef”, “Amici”, “Grandi Pasticcieri” e altri spaccati di vita vera (come “Uomini e Donne”, “Forum” e “Il budello di su ma’ vestito da pirata”).

Volete le prove? La stagione che sta per finire ha visto il trionfo (trionfo…) di questa roba qua:

auditel2015

“The Voice” sta selezionando i partecipanti alla nuova edizione, e tra gli inviti che ha diramato c’e’ stato anche quello per Andrea Appino. Che nessuno o quasi conoscera’ a parte me, ma che di mestiere fa il cantante e chitarrista di un gruppo, gli Zen Circus, che calcano la scena musicale italiana da una ventina di anni, hanno pubblicato parecchi dischi e girano come trottole -sempre- in tour infiniti. Appino ha anche pubblicato due album solisti, “Il testamento” (in memoria di Mario Monicelli, grande disco veramente, per favore ascoltatelo) e “Grande raccordo animale“, uscito quest’anno che a me e’ piaciuto meno soprattutto perche’ le musiche sono molto meno dure e molto piu’ pop di quelle de “Il testamento”. Appino ha risposto pubblicamente all’invito della redazione di “The Voice” con un post su facebook. Questo qua, che inizia con la citazione dell’invito:

AppinoFB

E’ un lungo discorso autocelebrativo e riassuntivo di una carriera che personalmente seguo con affetto e interesse (ho perso il conto di quante volte ho visto gli Zen Circus o Appino da solo suonare dal vivo. Ma ho visto anche Ufo fare il DJ, e Qqru con il suo gruppo “La notte dei lunghi coltelli”, se e’ per quello), un discorso che condivido nell’essenza, che e’ “se volete fare innamorare i giovani della musica, fateli andare a sentire i concerti, non fate vedere loro i Talent Show”, o anche, tradotto: “non e’ che i R.E.M. siano venuti fuori da The Voice of USA, eh?”. Tra l’altro c’e’ una frase bellissima: “io non ci voglio provare, io lo voglio fare“, che da la cifra della persona. Si, certo: e’ toscano, quindi borioso (facciamo tutti “Boria” di secondo nome, in Toscana), antipatico, cinico e strafottente. Ma e’ vero; e’ un uomo che suona e canta veramente e non in playback davanti a una giuria che deve schiacciare un pulsante, per poi essere visto da milioni di telespettatori omologati e omogeneizzati.

Avevo letto la notizia stamani, poi dopo un po’ un amico (che tra l’altro suona, dal vivo, e non credo andrebbe mai a The Voice…) condivide questo articolo di Michele Monina, sul Fatto Quotidiano. Io non conoscevo Michele Monina, ma letto l’articolo sottoscrivo molti dei commenti che sono immediatamente fioriti sotto il pezzo, manco fosse primavera.

Monina infarcisce il pezzo di grassetti, iniziando con la citazione di Lemmy Kilmster -storico frontman dei Motorhead morto ieri-, per passare poi a Laura Pausini e ai Radiohead, a Lou Reed, ai Velvet Underground, e via andare. Per chiudere cosi’:

ilFattoAppino

Come ho gia’ detto, sicuramente Appino e’ borioso. Ma non parla di se in terza persona (“ci sta solo facendo molto ridere“. Anche il signor Michele ha un omino del cervello come me, forse?) come invece fa Monina. Il quale accusa il cantante degli Zen d’essere salito su un piedistallo non accorgendosi che su quel piedistallo sta sbavando dalla voglia di esserci lui stesso, Michele Monina. Che mi pare piu’ borioso di Appino e di me messi assieme, se devo essere sincero.

Ah, i gatti che vanno a sentire gli Zen Circus sono spesso piu’ di quattro, in file sparse e poganti. Come testimonia questo da me abusato video d’una delle loro migliori canzoni, a tema oggi piu’ che mai:

 

 

Barney

Ninna nanna

In inglese “lullaby”, o cradle-song (canzone da culla).

La Lullaby di Mr. Smith e dei Cure e’ una ninna nanna alla rovescia, un incubo abitato da ragnatele e da enormi ragni che finiranno per mangiare l’incauto che riposa.

https://www.youtube-nocookie.com/embed/tYtYe9K6zv4?rel=0

Mi piace sia il ritmo ipnotico, sia il titolo, sia lo svolgimento del testo:

On candy stripe legs the spiderman comes
Softly through the shadow of the evening sun
Stealing past the windows of the blissfully dead
Looking for the victim shivering in bed
Searching out fear in the gathering gloom and suddenly!
A movement in the corner of the room!
And there is nothing I can do
When I realize with fright
That the spiderman is having me for dinner tonight…

Quietly he laughs and shaking his head
Creeps closer now
Closer to the foot of the bed
And softer than shadow
And quicker than flies
His arms are all around me and his tongue in my eyes
“Be still be calm be quiet now my precious boy
Don’t struggle like that or I will only love you more
For it’s much too late to get away or turn on the light
The spiderman is having you for dinner tonight”

And I feel like I’m being eaten
By a thousand million shivering furry holes
And I know that in the morning
I will wake up in the shivering cold
And the spiderman is always hungry…

Lo spiderman del testo non e’ Peter Parker, sia chiaro.

Buona notte.

 

 

Barney

John Garcia ed Ehren Groban (Borderline, Pisa, 12/12/2015)

Non mi piace particolarmente l’heavy metal, ma questo concerto l’avevo selezionato da mesi: Garcia (californiano leader di varie formazioni di rock piu’ o meno peso, tra cui i Kyuss) gira adesso il mondo con un tour acustico, lui e Ehren Groban alla chitarra, su due sedie o poltrone (a seconda delle location), un tavolino con abbondanti bevute per loro e per il pubblico e basta.

Un concerto acustico di musica rock ti fa capire innanzitutto quanto sia divertente ascoltare musica dal vivo, poi ti riporta alle radici della musica moderna, ovvero al blues fatto di giri ossessivi di chitarra e voce che con le sei corde duetta. Per la perfetta riuscita del tutto conta anche il posto dove il concerto si svolge, e il Borderline ieri sera era una location perfetta: una oscura caverna in pieno centro, a Pisa, difficile da trovare se non sai dove si trova, con atmosfere da saloon piu’ che da teatro che sono state ottimo sfondo per uno degli innovatori dello stoner rock da deserto del Mojave.

Ma veniamo a noi.

Chi non c’era s’e’ perso roba come questa (ma ieri sera si sentiva molto meglio di cosi’, questa e’ una registrazione di qualche giorno fa dall’Olanda):

Questo qua sotto e’ uno dei pezzi piu’ famosi, “Space Cadet”, sempre di qualche giorno fa ma a Londra:

 

La chiusura, dopo che Garcia ha diviso una bottiglia di Jack Daniel’s con il pubblico, e’ stata lasciata ad una spettacolare versione di “Gardenia”, che vi metto in versione elettrica per farvi sentire come suona:

 

 

Tutto molto bello, davvero.

 

 

Barney

 

Kaki King, The Cage (Livorno, 28 novembre 2015)

Il concerto di ieri sera non si puo’ raccontare facilmente, quindi consiglio subito di beccare Kaki King in giro (ha altre tre date in Italia, da stasera a mercoledi’, poi se ne torna negli USA), o di comperare “The neck is a bridge to the body“, il suo ultimo disco che poi e’ questo show che ha fatto ieri sera. Che e’ si un concerto per sola chitarra elettrificata (come sempre una Ovation, stavolta tutta bianca come di bianco veste lei sul palco), ma e’ pure un film, che si proietta su uno schermo dietro Kaki, e sulla sua chitarra. I due video sono diversi, e la chitarra “comanda” le sequenze proiettate. Ah, la chitarra e’ immobile sul palco, piantata su due ritti di metallo, perche’ la proiezione su di essa deve essere precisa al millimetro. E infatti non c’e’ una sbavatura di colore sul bianco del vestito della chitarrista.

Ve l’avevo detto: non si puo’ spiegare, va visto. Guardate quindi un pezzo di “The neck” fatto ad un TED quest’anno:

 

E come non si puo’ voler bene a questa ragazza, quando come ieri sera finisce il concerto con un pezzo dedicato alla Missione ESA “Rosetta-Phylae” sulla cometa 67P?

 

Barney

 

Fantasmi dallo spazio profondo

E’ uscito l’altro giorno il singolo “Blackstar“, che anticipa di un paio di mesi l’omonimo album di David Bowie. Il pezzo e’ strano, lunghissimo per i gusti dell’ascoltatore medio attuale (quasi dieci minuti…), avvezzo a canzoncine da treminutiemezzo al massimo, cambia continuamente registro e musicalita’ (al primo ascolto volevo spegnere tutto, ma se si superano i primi 4 minuti, e magari poi lo si riascolta un paio di volte, le cose si evolvono in positivo) arricchendosi man mano che va avanti e lascia le dissonanze quasi jazzistiche dell’inizio.

Il video e’ altrettanto spiazzante: molto bello, molto inquietante, molto disturbante -per me- in alcune parti, soprattutto quelle in cui i ballerini sembrano tarantolati e si muovono a scatti  (odio questi movimenti a scatti, che ci volete fare?), eccolo qua:

Basta avere retto per un par di minuti che ci si imbatte in quello che -per me e l’omino del mio cervello- e’ sufficiente a giustificare il titolo del post e ad anticipare un altro par di brani (in realta’ tre) del Duca Bianco.

Per gli idiosincratici di youtube, la cosa di cui parlo e’ una tuta spaziale che si presume debba contenere un astronauta, seduto sul terreno spoglio di un pianeta sconosciuto. La ragazza con la coda che si avvicina alla tuta e apre il visore del casco ci fa scoprire che il legittimo proprietario e’ morto da eoni, il suo teschio in bella mostra annerito dal tempo ma imbellettato da pietre preziose varie che ne incastonano quasi ogni centimetro.

E siamo arrivati al punto: di chi potrebbe mai essere il corpo di quell’astronauta sperduto su un lontano pianeta? Siamo dentro ad una canzone di Bowie, e a me (e -prima che a me- all’omino del mio cervello) e’ venuto in mente subito il Maggiore Tom, lo sfortunato protagonista di “Space Oddity“, “Ashes to Ashes” e anche di “Hallo, Spaceboy”.

La storia di Tom che si perde nello spazio per un guasto della sua astronave scomoda come una lattina la conoscono tutti, eccola di nuovo su questi schermi per la sessantesima volta, in una versione che ci testimonia quanto il pezzo -scritto nel 1969- debba a “2001 Odissea nello Spazio”:

La sorte del povero Maggiore Tom e’ cantata di nuovo da Bowie una decina di anni dopo, nella splendida “Ashes to ashes“, che gia’ dal titolo ci fa propendere per una finaccia per l’astronauta sperduto:

E mica e’ finita qua, eh? Perche’ quindici anni dopo Mr. Bowie ci torna sopra, con “Hallo, Spaceboy“, qua dal vivo in tutta la sua energia:

E vent’anni dopo “Hallo, Spaceboy” c’e’ la tuta con il teschio tempestato di diamanti di “Blackstar”. Che pero’ in molti dicono essere stata scritta contro l’ISIS, a denunciare la caduta delle religioni nel fondamentalismo. Magari e’ cosi’, magari anche la stella nera che fa da copertina al disco a quello vuole ammiccare.

Ma per me e per l’omino del mio cervello e’ l’ennesimo capitolo della storia di Tom, disperso nello spazio e morto in solitudine su chissa’ quale pianeta lontano.

Fossi uno strizzacervelli, impazzirei per dare un significato a tutto questo.

 

Barney

Three songs

A caso, rigorosamente.

I cani:

I Sinfonico Honolulu che coverizzano i R.E.M. da par loro:

I Brian Jonestown Massacre, che ci stan sempre bene:

Barney