“L’età giovane”, J-P e L. Dardenne (Belgio-Francia, 2019)

Due registi di culto abituati a vincere la Palma d’Oro a Cannes che quest’anno si son dovuti accontentare del premio per la miglior regia (perchè obbiettivamente Parasite è anni luce meglio di questo film), una ambientazione che mi ha sostanzialmente trascinato al cinema (la storia si svolge a Bruxelles, che considero la mia seconda casa), un argomento certamente interessante e altrettanto certamente di attualità. Tutto questo non fa di “L’età giovane” un capolavoro, e molto influisce sul mio personale giudizio la decisione politicamente corretta (ma cretina e radical-chic) di cambiare il titolo originale francese in quello che trovate nelle sale.

etagiovane

I fratelli Dardenne hanno intitolato la loro ultima fatica “Le jeune Ahmed” pour cause, come direbbero loro. La storia è semplice e può essere raccontata  tutta in due righe: Ahmed, tredicenne di origine araba, viene convinto da un Imam ad imboccare la via del radicalismo islamico, fino a farne un potenziale terrorista in erba. La scelta di eliminare la componente islamica in italiano è incomprensibile, anche perchè a mio modestissimo avviso il film è neutro (aggiungerei colpevolmente neutro) sull’argomento che tratta, ossia la radicalizzazione religiosa.

Non è tutto qua ovviamente, ma a me ha colpito di più quello che manca, nella pellicola: le motivazioni per l’inizio del percorso di radicalizzazione, i mezzi usati per questo percorso, i passaggi intermedi da ragazzino normale a fanatico pronto ad uccidere in nome di Allah… tutto viene dato per scontato, perchè -mi è stato detto- la forza di questi registi è il non interferire nella storia, il filmare come se si trattasse di un documentario, il non far vedere la mano di Dio dietro la macchina da presa. Non c’è nemmeno come ho già detto una netta presa di posizione che potremmo definire “politica” (e come potrebbe esserci, stanti le premesse sopra?), tutto avviene nel distacco più algido.

Si, certamente si capisce bene che Ahmed è minoritario anche in un ambiente come quello delle periferie di Bruxelles in cui la crisi economica e la ghettizzazione degli stranieri produce parecchi jihadisti: i suoi compagni, la famiglia, la maestra pur essendo islamici sono tutto fuori che fanatici terroristi. Tanto che i bersagli della rabbia folle del bambino sono proprio gli arabi vicino a lui, considerati impuri e indegni delle parole del Corano.

Boh, alla fine m’è parso che il soggetto avrebbe potuto essere completamente diverso e il film si sarebbe potuto girare esattamente nella stessa maniera, un po’ come se davvero si trattasse di un documentario e si passasse dalla migrazione dei capodogli artici all’accoppiamento del cervo della Birmania in tre fotogrammi.

Forse è questo che caratterizza i grandi registi? Non lo so, il film a me non ha lasciato molte emozioni, direi “sufficiente” sulla mia personale scala di gradimento.

Come parziale compensazione, e su un argomento parallelo (anche se non completamente assimilabile) segnalo questo bell’articolo di Michel Onfray, filosofo ateo e anarchico che parla di una Francia che ha parecchi punti in comune con il Belgio dei Dardenne, ma descritta meglio.

 

Barney

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