The Cure, Firenze Rocks (16 giugno 2019)

Vale la pena partecipare a questi mega raduni musicali, in enormi arene trasformate in circhi equestri pieni di bancarelle e chioschi di sarcazzo cosa, in cui si deve comperare da mangiare e da bere usando i minibot i token, fottuti pezzi di plastica da 2 Euro l’uno, acquisto minimo 8 pezzi, non rimborsabili?

Vale la pena sorbirsi per un’ora e qualcosa i Sum41, band canadese di cui nessuno sentiva la necessità, che quando hanno attaccato una versione “punk” (ahahahahaha!) di “Another brick in the wall” ho avuto l’impulso di farmi i cinquecento metri che mi dividevano dal palco a balzi, solo per scaraventarli in pasto alla folla urlante?

Vale la pena, a 52 anni suonati?

Beh, si. Per quanto e soprattutto per come han suonato Robert Smith e compagni domenica sera, quasi due ore e mezza ininterrotte di tutto il loro quarantennale repertorio, decisamente si.

Il frontman ha sessant’anni ma non li dimostra, è lo stesso omone quasi immobile sul palco, capelli sparati in tutte le direzioni, che canta e ogni tanto tira fuori battute di un umorismo british da fare invidia ai Monthy Pyhton. La voce è quella di sempre, e quello di sempre è il basso potente e definito di Gallup. Alla chitarra c’è Gabrels, uno che suonava con Bowie -non esattamente Young Signorino, insomma-, alla batteria Jason Cooper che non sbaglia un colpo e che è il perfetto complemento al basso suonato col plettro di Gallup. O’Donnel completa la formazione con tastiere mai invadenti e imprescindibili nelle loro canzoni.

Dite una canzone dei Cure che conoscete, e l’hanno quasi certamente suonata: dalle scontate “Friday I’m in love” e “Boys don’t cry” dell’ultima parte, a “A forest” passando per “High”, “Lovesong”, “Pictures of you” e ovviamente questa splendida versione di “Just like Heaven”, ripresa da un benemerito sotto al palco con il suono quasi tutto dalle spie:

Il pubblico per una volta aveva un’età media vicina alla mia, anche se non mancavano giovani entusiasti.

La cosa più bella è stata vedere loro, i ventenni, a questo concerto. Uno dei commenti al video di “Just like heaven” qua sopra mi ha commosso:

Ho 17 anni e domenica sera c’ero anche io sotto il palco. Penso di aver capito per davvero il significato di “vera musica” ascoltandoli. Concerto che mi porterò nel cuore per sempre!

C’è speranza, in fondo: chi a 17 anni balla su “Friday I’m in love” non può votare a 18 i Serpeverde.

 

Barney

Un pensiero su “The Cure, Firenze Rocks (16 giugno 2019)

  1. ammennicolidipensiero

    sulla conclusione ho qualche riserva. alle ultime elezioni ho visto cultori dei nostri cantautori “schierati” come guccini e de andré non solo votare ma addirittura candidati (e vincenti, sic) nella lista degli evergreen. casi sporadici, forse, ma neanche troppo. temo che la più grossa conquista fatta (anzi, ripresa e ricontestualizzata dalle modalità dei poulismi di sempre) dai populismi del nuovo millennio, e quello del nostro ruspante non è da meno, sia il prefettametne riuscito gioco della collettiviazione del “noi”, noi la gente reale, noi la gente comune che ascoltiamo i cure e de andré e ci squarciamo la gola cantando le cover di rino gaetano alle sagre popolari (ché tanto, la zappa il tridente Il rastrello la forca l’aratro il falcetto il crivello la vanga e a terra che spesso t’infanga non c’è rischio di cantarla perché non se la fila nessuno e la capisce metà di quelli che se la filano, se va bene)

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