Farewell, Mr. Stardust

Stamani, quando  letto la notizia ho pensato subito a una presa in giro di qualche sito del cazzo.

Invece no: in dieci secondi e’ arrivata la conferma che David Bowie era davvero morto, a qualche giorno dall’uscita del suo nuovo album che rimane un capolavoro, anche se adesso sara’ visto piu’ come un testamento -e lo e’- che un disco di musica rock -e lo e’, ed e’ splendido a prescindere-.

Le morti famose non mi smuovono piu’ di tanto in genere, ma Bowie e’ una rara eccezione.

Da anni speravo contro ogni logica che riprendesse a fare concerti, e che tornasse al Summer Festival a cantare. Perche’ io quindici anni fa lo persi, e questo sara’ per sempre uno dei miei rimpianti.

Come mai mi piacesse un cantante come lui non e’ neanche tanto difficile da spiegare: ho sempre visto Bowie come un alieno nel mondo della musica. I suoi due occhi diversi, la sua faccia da eterno bambino (almeno fino a cinque o sei anni fa), i suoi capelli biondi col ciuffo, quell’algido distacco che mostrava in tutte le performance che m’e’ capitato di vedere in rete… Mi rivedevo nel cantante poliedrico e polimorfo, in grado di passare dal rock and roll di “Rebel, rebel” al pop raffinato di “China girl” (io che odio il pop ho amato alla follia China girl), da ballate stracitate qua dentro come “Space Oddity” a pezzi epici come “Heroes” (abusatissimo oggi in tutte le salse, e gia’ il duca bianco si rotola nella tomba…), dalla ambiguita’ sessuale al matrimonio con la splendida Iman. Dieci vite in una sola, tutte vissute con distacco britannico e classe da gentleman francese. Dieci vite come tu vorresti che fosse la tua, insomma.

Rispetto alla recente morte di Lemmy dei Motorhead l’impatto emotivo per me e’ stato enormemente differente, e non basta il fatto di non avere mai sopportato piu’ di tre brani heavy metal di fila per spiegare le differenze. Un po’ come quando morirono Lucio Battisti e Fabrizio de Andre’, insomma. O John Entwistle e qualsiasi altro bassista vi venga in mente.

Si, ho detto “qualsiasi”.

Mi dispiace veramente sia morto Bowie. E confesso che il dispiacere e’ piu’ egoistico, per non potersi piu’ aspettare una genialata dall’artista, o un concerto a sorpresa, che per la morte dell’uomo.

Ma questo credo sia vero sempre: la parte egoistica penso la faccia sempre da padrone sulla pietas.

Stronzo? No, solo onesto con voi, miei due lettori.

Che altro devo dire? Che Space Oddity cantata da Happy Rhodes mi fa sempre piangere?

Che oggi tutte le volte che mi trovavo da solo mi mettevo a canticchiare “The man who sold the world”?

Un paio di mesi fa parlavo di “Blackstar”, il singolo che chiudeva la trilogia del maggiore Tom disperso nello spazio (secondo me), un anno fa celebravo San Valentino con un altro suo splendido pezzo recente, nel 2010 era nella mia playlist delle canzoni che avrei voluto con me se fossi sopravvissuto ad una catastrofe atomica… Space Oddity credo sia la canzone piu’ citata qua dentro, e non solo perche’ lo spazio e’ il mio lavoro…

Mi manchera’, Mr. Stardust. E lo vorrei ricordare anche con la ragazza cinese che a molti fece storcere la bocca, ma a me piace davvero un sacco:

 

 

Barney

 

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