“L’uomo di Marte”, A. Weir, Newton Compton (2014)

Non e’ che non leggo piu’, eh?

E’ solo che m’ero intestardito nello spararmi tutto di seguito “La Ruota del Tempo“, di Robert Jordan, e se avete idea di che roba sia potete capire perche’ sono mesi che non parlo di libri, qui.

Ok, che si sappia: ho terminato l’immensa saga di Jordan (incluso il prequel e i due tre volumi finali scritti da Brandon Sanderson alla morte di Jordan, basandosi sugli appunti di Robert), quindi -liberatomi dal giogo- ho ricominciato a leggere anche altro.

Il primo libro che m’e’ capitato sottomano e’ stato questo “L’uomo di Marte“, di cui gli appassionati di fantascienza parlavano benissimo su vari siti.

luomodimarteIl giudizio sintetico e’ “tutto qui? Mah…“. Sotto, una analisi (oddio, analisi: una accozzaglia di pensieri casuali, diciamo) piu’ approfondita, con i soliti spoiler che non posso esimermi dal metter giu’ alla fine.

Il romanzo di Weir mischia allegramente non solo “Gravity” e “Robinson Crusoe” (come ci strilla in faccia la copertina italiana), ma anche “Pianeta Rosso”, un film di qualche anno fa ricordato assai male da piu’ o meno tutti quelli che l’hanno visto.

La sinossi e’ semplice: siamo in un prossimo futuro, e la terza missione manned verso Marte, composta da sei astronauti, rischia di rimanere bloccata sul pianeta a causa di una violenta tempesta di sabbia che sta demolendo il Mars Ascent Vehicle, il veicolo che deve riportarli sull’astronave che li aspetta in orbita.

La comandante della missione comanda il rientro immediato, ma nella tempesta uno dei sei viene portato via da una raffica di vento e scompare. I suoi sensori fisiologici segnalano zero segni di vita, e l’equipaggio -dopo una inutile quanto necessariamente veloce ricerca nella polvere- e’ costretto a partire.

Come avrete capito, lo scomparso non e’ morto, e appena riavutosi ha il problema di sopravvivere -da solo- sino a che qualcuno lo soccorrera’.

Da qui in poi il libro e’ un continuo infodump tecnico sulle trovate da McGyver del nostro astronauta solingo (che per botta di culo e’ espertissimo di botanica, maanche di ingegneria e di astronomia e probabilmente sa anche leggere i tarocchi).

[Da qua in poi e’ tutto ‘no spoiler]

Si capisce da quasi subito che la speranza puo’ solo venire dall’astronave dei compagni, e che la storia andra’ a finire bene. Addirittura non muore nessuno, il protagonista dice sei o sette volte “piscia” e “cacca”, manca “culo” poi saremmo a posto. Non ci sono donne nude.

Fine. Delusione cocente.

Barney

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4 pensieri su ““L’uomo di Marte”, A. Weir, Newton Compton (2014)

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