Ma alla stazione di Bologna arrivo’ la notizia in un baleno…

Avevo tredici anni, nel 1980.

Erano i tempi dei terroristi, quelli veri: non come adesso, che se succede qualcosa e tu -Stato democratico x- non sai come reagire la butti subito sul “E’ un attentato terroristico!”, e magari promulghi una guerra e leggi speciali che ti permettono di soprassedere per un periodo piu’ o meno lungo alle regole democratiche. Perche’ il terrorismo e’ il nemico invisibile numero uno, pero’ siccome e’ nemico -anche se non si vede…- allora va combattuto.

Ma divago, come sempre.

Una volta i terroristi erano o di destra, o di sinistra.

Quelli di sinistra in Italia si chiamavano “Brigate Rosse”, o “Prima Linea”, o “Nuclei Armati Proletari”. A destra avevamo “Ordine Nuovo”, “Terza Posizione”, “Nuclei Armati Rivoluzionari”. Roba seria, che ammazzava davvero e teneva un’intero paese sotto una cappa di terrore e insicurezza che e’ durato un paio di decenni almeno.

Mi sembra di ricordare che quel giorno -un sabato- fossi al mare con un amico. Tornai a casa in autobus, e a casa scoprii in TV che c’era stata una strage alla stazione di Bologna. Per poche ore qualcuno tiro’ fuori l’ipotesi dell’esplosione d’una caldaia, ma fu chiaro da quasi subito che a Bologna era scoppiata una bomba.

A distanza di 34 anni non si sa ancora ne’ chi l’ha messa, ne’ chi ha deciso di metterla, quella bomba. La versione semi ufficiale da’ la “colpa” ai NAR e a due dei suoi leader, Giusva Fioravanti e la sua compagna, Francesca Mambro. I due si sono sempre dichiarati innocenti, a fronte della confessione di molti altri omicidi. L’altra pista addossa la colpa ai terroristi palestinesi-mediorientali, e tira in ballo il mitico Carlos.

Come in molti altri casi, e’ molto probabile che noi persone normali non sapremo mai la verita’. Sappiamo pero’ che ottantacinque persone morirono per una bomba, il 2 agosto 1980.

E sappiamo che Stefano Benni ne ha tratto un bel racconto, che chiude “Bar Sport 2000” e che -con sprezzo del pericolo- copincollo qua sotto da altro sito. Io il libro ce l’ho.

Prima della lettura, la locomotiva. Che non ci incastra nulla come storia, ma e’ un racconto di treni e di esplosioni.

Stefano Benni – Il Bar di una stazione qualunque

Il bar della stazione della città di B. ronzava di gente.
Erano i giorni di punta dell’esodo vacanziero. Truppe valigiate e zainate riempivano e svuotavano i treni, attendevano stremate dal caldo, si accampavano nelle combinazioni più teatrali, dal presepe al bivacco militare.
E soprattutto si accalcavano alle casse del bar, inseguendo glaciali lattine e rugiadose bottiglie che, una volta conquistate, reggevano alte sulla testa come ostensori, o cullavano maternamente tra le braccia. Soldati in divisa guatavano nordiche rosee, chitarre di alternativi sfioravano teleobiettivi di samurai, mamme monumentali controllavano diserzioni di prole, babbi carichi come somari tentavano, con l’ultimo dito libero, di tenere al guinzaglio un botolo scatenato dagli afrori. Pazienti ferrovieri fornivano indicazioni a suorsergentesse di brigate rosariate mentre branchi di giovanetti si spostavano compatti, e le sponsorizzazioni delle magliette si confondevano con quelle degli zaini, tanto da farli sembrare un enorme polipoide pronto a scivolare dentro al treno da un unico finestrino.
Quattro africani, ognuno con la boutique al seguito, cercavano di piazzare mercanzia con alterna fortuna, un quinto riposava sdraiato tra collane, giraffe e occhiali neri, come il sultano di una reggia in liquidazione.
Due vecchie vestite di nero, in transito dalle isole, tagliavano fette di provola per una nidiata di marmocchi in mutande.
Un uomo obeso, sudato, beveva birra a collo e mostrava coraggiosamente al mondo due cosciotti da tirannosauro sboccianti da shorts fucsia con la scritta “SportLine”. Un barbone camminava reggendo nella mano destra una busta con la casa e nella sinistra il guardaroba.
Un’antilope bionda, bellissima, ambrata, avanzò tra i tavoli accendendo i sogni di tutti i militari presenti, ma ahimè, poco dopo la affiancò un Thor in canottiera traforata a riccioli biondi che educatamente si mise in fila troneggiando sopra brevilinei calabresi e sbarbine romagnole già rombanti in pole position per la discoteca.
Si attendeva il 9,06 in ritardo, il 9,42 speciale, il 10,00 seconda classe settori B e C. Tutti erano partenzapèr o arrivodà.
Solo due clienti del bar sembravano indifferenti alla generale eccitazione, come separati dalla folla da un velo invisibile.
Uno era un occhiceruleo, con un vetusto completo kaki, bastoncino di canna e sandali con calzini di lana.
L’altro un uomo tozzo coi capelli corti, occhiali a specchio, e un completo blu di una certa eleganza. Erano seduti vicino all’entrata del bar. Il vecchio, che chiameremo il Parlante, sorseggiava una birra. L’uomo con gli occhiali neri, che chiameremo il Silenzioso, beveva svogliatamente un caffè freddo.
Chiaramente il Parlante aveva voglia di attaccare discorso e il Silenzioso no: ma in queste situazioni un Parlante è sempre in nettissimo vantaggio. Basta che parli. E cosi’ fu.
– Certo, ce n’è di gente oggi – esordi’.
– Abbastanza – grugni’ il Silenzioso.
– A me non dispiace, – prosegui’ il Parlante, per niente scoraggiato dal preventivo mugugno – voglio dire, una stazione strapiena può dare ai nervi, ma una stazione vuota è triste. E poi, non so come spiegarle, questa gente che parte per le vacnze mi sembra più allegra, frenetica, ma piena di buonumore, non trova?
– Se lo dice lei – rispose il Silenzioso dietro la cortina degli occhiali.
– Io non parto – disse il Parlante, ormai lanciato. – Quest’estate resto in città, mia moglie ha dei problemi di cuore, e i medici ci hanno sconsigliato di muoverci, allora mi piace venire qua perchè nel mio quartiere c’è un gran mortorio, sembra tornato il coprifuoco. Qua ci sono tante facce, dei bei giovani, delle belle giovanotte abbronzate. E la gente sembra migliore, ride di più, si chiama a alta voce, scherza. Forse perchè stanno partendo, e sperano di trovare qualcosa di buono là dove vanno. Si parte per questo, no?
– C’è anche qualcuno che sta già tornando – disse il Silenzioso.
– Si’, ritornano e allora osservo quelle belle scene che mi piacciono tanto, uno scende dal vagone e guarda in fondo al binario, affretta il passo e poi riconosce la persona che lo aspetta, e le corre incontro. Si vedono degli abbracci che non si vedono tutti i giorni. E certi baci appassionati! E’ un momento che ci si vuole bene, magari un’ora dopo si litiga ed è già tornato tutto normale. E si hanno tante cose da raccontare; magari in vacanza non ti è successo granchè, ma raccontandolo tutto si colora, si trasfigura. Anche senza volere, la vacanza diventa più bella di come è stata: le cose brutte diventano quasi comiche, le cose belle diventano uniche. Non trova?
– Non lo so. Non racconto mai quello che mi succede in viaggio…
– Ce n’è anche quelli come lei, che si tengono tutto dentro, come un bel segreto, da coltivare durante l’inverno, come una pianta che si compra in vacanza e si mette sul balcone. E magari tornando si accorgono che gli mancava la loro vecchia città, che sentivano un pò di nostalgia. Il loro quartiere sembra meno noioso del solito. Fanno progetti, si dicono: “no, questo inverno non andrà come l’anno scorso”. Magari questi progetti si spengono in fretta, ma che importa? E quelli che partono? Si stancano più a organizzare la partenza che a lavorare una settimana, ma sembrano contenti. Perchè sperano che là, nel posto dove arriveranno, ci sarà qualcosa di nuovo, che cambierà il loro destino. O magari gli basta qualche foto da guardare nelle sere d’inverno. Che ne pensa?
– Penso, – disse il Silenzioso con un sorriso sarcastico – che lei dovrebbe andarci piano con la birra.
– Parla come mia moglie, – sospirò il vecchio – ma vede, dal momento che non parto, non mi va di stare chiuso in casa a mugugnare da solo, o guardare alla televisione gli ingorghi sulle autostrade, o invidiare quelli che sono partiti. Vengo qui e faccio anch’io parte della festa, immagino dei posti al mare o in montagna, o in un’altra città, dove ci potrebbe essere qualcosa di speciale per me. Ecco, guardi quella ragazza: c’ha scritto sulla schiena “Ocean Beach”. Se la guardo, già sento aria di mare, e vedo le palme.
– Guardi che “Ocean Beach” è la marca dello zaino. E non sente che qua dentro manca l’aria per la ressa?
– Ha ragione – disse il Parlante. – Si’, anche a me spesso la folla dà fastidio. Divento nervoso nelle file, soffoco quando sono circondato dal traffico, mi viene da dar di matto, vorrei roteare il bastone e gridare via, via, lasciatemi un pò di spazio, due metri, tre metri almeno. E poi ci sono i rumori che ti svegliano la notte, i motorini, le facce ostili alla finestra, il nervosismo di quelli che credono di essere gli unici a patire il caldo. Si’, qualche volta mi arrabbio, ma poi mi chiedo: vivere insieme in fondo non è questo? Difendere il proprio diritto ad avere un pò di spazio, aria, silenzio, rispetto, speranza, ma senza aver paura di ciò che ci circonda, non vedere nemici dappertutto, invasori, gente che ti passa davanti. Lei, se per strada qualcuno la urta, cosa pensa? Che l’ha fatto apposta?
– Ma che razza di domande, – si spazienti’ il Silenzioso – e poi di che rispetto parla, non vede quanti barboni, quante persone inutili, miserabili, disperate, ci sono qua dentro?
– Forse ha ragione. Ma non li guardi nel momento in cui sono feriti, chini a terra, vinti. Li guardi nel momento che si tirano su, che sono allegri, che cercano di respirare. Guardi quel nero: carico come una bestia, va a vendere chissà cosa in chissà quale spiaggia, e canta. E guardi come si gode la sigaretta quella vecchiaccia. E quella coppia di ragazzi, beh, non sono proprio dei modelli di eleganza, ma vede come sono abbarbicati insieme a dormire, li’ per terra…
– Si’, capisco cosa pensa – prosegui’ il vecchio. – Che lei è diverso, che non è affar suo occuparsene. Eppure sono sicuro che anche lei, almeno un giorno della sua vita, era ridotto da far pena. Ma negli ultimi tempi, in questo paese, si fa più in fretta a buttare via la gente. Si è accorciata la data di scadenza come gli yogurt. Vecchio, alè, scaduto. Drogato, alè, non dura un mese. Disoccupato, alè, tanto finisce male. Per carità non vorrei buttarla in politica. Ma di questo passo facciamo cittadini solo quelli che tengono il ritmo del gruppo, non so se lei si intende di ciclismo, o anche peggio, quelli che marciano tutti al passo, o quelli che c’hanno i soldi da farsi portare a spalla.
– Calma, calma, – disse il Silenzioso – altrochè politica, lei mi sta facendo un comizio!
– Ha ragione, sono un chiacchierone. Ma ogni giorno vedo gente diventare cattiva per niente, odiare quella che non conosce, ripetere i tormentoni della televisione invece di dire quello che c’ha dentro. Allora mi arrabbio. E a me, glielo dico subito, se la borsa sale o scende non me ne frega niente. Io vedo se sale o scende l’avidità e la cattiveria. E sa cosa le dico? Ma che miseria, che crisi! Noi siamo un paese che potrebbe esportarla l’allegria, come le arance, aiutare gli altri paesi, potremmo essere gente che regala la speranza, invece di aver paura di tutto e montare le fotoelettriche intorno alla casa.
– Ma che discorsi sconnessi. Ci vorrà pure un pò di ordine – sbuffò il Silenzioso.
– Ha ragione ha ragione, sto esagerando. Volevo solo spiegarle perchè passo il mio tempo qui. Perchè penso che bisognerebbe sempre sentirsi come se si partisse il giorno dopo, o come se si fosse appena tornati. Tutto diventa più prezioso; quello che si lascia e quello che si trova. Il dolore è facile da ascoltare, quello che arriva addosso, urla una voce terribile, è sempre lui a raggiungerti. La speranza è una vocina sottile, bisogna andarla a cercare da dove viene, guardare sotto il letto per poterla ascoltere. O venire in una stazione.
– I suoi sono discorsi da pomeriggio estivo, – disse il Silenzioso consultando l’orologio, – ma mandare avanti un paese è molto più difficile.
– Ne convengo – disse il vecchio sorridendo. – Mi scusi se le ho attaccato un bottone, vedo che lei sta partendo. Beh, spero che vada in un bel posto e che passi una bella vacanza.
– Grazie – disse l’uomo, e si allontanò, fendendo deciso la calca.
– E’ difficile parlare con un uomo che ha gli occhiali neri, – pensò il vecchio – non si vede mai cosa pensa davvero. Forse l’ho annoiato. O forse il mio discorso lo ha toccato. Sembra che a certuni perlar di speranza metta paura. Eppure a me questa gente che parte e torna mette allegria. Si’ , saran avidi, nervosi, pigri, disordinati, cialtroni, si spingono e si rubano il posto ma hanno diritto di provarci un’altra volta, han diritto di cercarsi un posto migliore, o di tornare a casa e ricominciare. Si, ricominciare almeno una volta prima di rassegnarsi. Non è molto, ma è qualcosa.
Una famiglia gli passò davanti di corsa, il treno stava arrivando. Un bambino correva goffo, trascinando un triciclo rumoroso. La bimba teneva la mano sul cappello di paglia per non perderlo. Il padre aveva un gilè da pescatore a trenta tacshe e naturalmente non trovava più il biglietto. La madre lo perquisiva rimproverandolo. Il barbone, guardando la scena; rise. Il nero addormentato si svegliò sbadigliando come un leone.
Il vecchio aveva finito la birra, si asciugò la fronte e usci’, un pò barcollante, sulla pensilina del primo binario. Venendo dall’aria condizionata del bar, fu come tuffarsi nel brodo. Vide il Silenzioso che si avviava verso l’uscita. Gli sembrò che non avesse più la valigia, ma non ci fece troppo caso. Era troppo incantato a guardare la gente. Gli sembrava di aver scoperto qualcosa, qualcosa di importante che gli sarebbe servito per quello che gli restava da vivere.
“Se avessi con me un quaderno ce lo scriverei sopra” pensò.
“Oggi, stazione di Bologna, due agosto di un anno vicino al duemila, ore dieci e venti del mattino, tutti sono allegri perchè partono, e faccio finta di partire anch’io”.

Barney

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11 pensieri su “Ma alla stazione di Bologna arrivo’ la notizia in un baleno…

  1. blogdibarbara

    Dovevo essere lì, quel giorno a quell’ora. In attesa di coincidenza e quindi, con tutta probabilità, al bar o in sala d’aspetto. Poi la mattina precedente mi ha chiamata la segretaria del dentista per informarmi che al dottore era capitato un contrattempo, che quel pomeriggio non poteva essere in studio per finirmi il lavoro, e mi pregava di andare la mattina successiva. Ho mandato un paio di accidenti all’indirizzo del dentista, ho chiamato l’albergo per avvertire dell’arrivo posticipato, e il due agosto, alle dieci di mattina, invece che alla stazione di Bologna me ne stavo sotto il trapano del dentista.
    (Tanto l’avevi capito che noi vecchie streghe siamo immortali, no?)

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    1. Barney Panofsky Autore articolo

      Si, conosco. E conosco uno degli autori del libro che ho linkato nel post. Ci ho discusso a lungo, e devo dire che se non mi ha convinto del tutto, ha sicuramente messo nella mia testa il tarlo del dubbio…

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      1. Pendolante

        Noi si viveva in provincia e non ho mao avuto timori per i miei famigliari. Ero piccola e tutto era lontano. Bologna però era poco distante ed ebbi per la prima volta la sensazione che la cosa mi riguardasse. Lo scorso anno ho ricordato il 2 agosto con lo stesso racconto di Benni

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  2. Anifares

    Il 2 agosto del 1980 avevo 9 anni ero in vacanza ad Amantea in Calabria. Guardavo le immagini dalla tv e non capivo. “Ma perchè ci sono tutte queste macerie?” chiesi alla mamma e lei “Hanno messo una bomba in una stazione dei treni”. Io invece ero al sicuro al mare e mi sentii fortunata. Non sapevo che le macerie sarebbero arrivate anche a casa mia più tardi con il terremoto. Non si è mai sicuri in nessun luogo su questa Terra, cazzo!

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  3. menade

    Ero su quel treno il giorno prima.
    5 anni.
    Andavamo su in trentino, quando estati rigogliose coprivano le mostruosità della mia infanzia.

    Ciao Barbey!

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