Parlando del naufragio della London Valour (ovvero: il lento e inesorabile declino d’un paese che si bulla ancora d’essere nel G8)

(Cominciamo con la musica, che mi serve per introdurre il resto. Sara’ una roba lunga, credo, e molto poco organizzata. Io vi ho avvertito…)

Siamo nel 1978, e tra le altre meravigliose scoperte tecnologiche di quei tempi vi fu (almeno nella casa dei miei) l’arrivo dei registratori a cassette. O meglio: della combinazione magica tra una radio e un aggeggio nel quale si infilavano delle robe strane, da cui usciva musica, ma ce la potevi anche mettere dentro la musica, direttamente dalla radio! E te la potevi portare in tasca fuori casa, e sentire in un’altra di quelle macchinette infernali o addirittura in macchina, ad avere l’autoradio giusta. Magia.

Ero un undicenne appena entrato alle scuole medie, e la musica inziava ad interessarmi abbastanza[1]. In casa v’erano tonnellate di dischi di musica classica e di opera, e pochi altri 33 giri di un cantante italiano: Fabrizio de Andre’. Non ricordo altra musica in casa dei miei: classica, opera o de Andre'[2]. Per ovvii motivi fui attratto piu’ dal Faber che da Bach, Vivaldi e Beethoven, e quindi non mi stupii piu’ di tanto quando in casa, assieme alla combo radio-registratore arrivo’ una singola cassetta: “Rimini“. Dell’album di de Andre’ mi piacevano molto la title track, poi “Sally” e “Volta la carta“, perche’ hanno la struttura della filastrocca da bambini, un po’ come “Alla fiera dell’est” di Branduardi, e “Avventura a Durango“, che ho scoperto dopo decenni essere una cover di un brano di Dylan. E l’ultimo brano, “Parlando del naufragio della London Valour” appunto.

La storia raccontata nel testo e’ vera, la nave e’ veramente esistita ed affondata, nel 1970, all’imboccatura del porto di Genova:

ImageIl naufragio della London Valour (classificata splendidamente come “portarinfuse”, che mi sembra possa voler dire “portiamo un po’ quel che cazzo ci pare, come cazzo ci viene in mente, dove minchia vogliamo”: una descrizione perfetta del comportamento italiano tipico) mi permette di introdurre la seconda parte del post, che parla del disastro di un paese -il nostro- frutto di decenni di ignavia e presupponenza.

(Magari questo e’ il momento giusto per prendervi una pausa, fumare una sigaretta se non avete ancora smesso… farvi una birra o un bicchiere di buon brandy spagnolo… Ovvia, lasciate qua il post e riprendete domani, con calma…)

Mi e’ venuta in mente la canzone ieri mattina, quando sono atterrato verso le sette e quaranta a Roma, proveniente da Pisa (un voletto di mezz’ora piu’ o meno, fatto tutto dormendo) per una riunione troppo mattutina per un comodo viaggio in treno.

Ho viaggiato Alitalia, e molti sull’aereo hanno fatto battute su quanto sarebbe durata la societa’, visto che e’ previsto un CdA drammatico in questi giorni. CdA dedicato a definire la strategia di uscita da una crisi che si trascina oramai da anni e anni, e che pare giunta al capolinea: troppi debiti, margini operativi nulli, concorrenza spietata di compagnie low cost e di aziende piu’ strutturate e meno elefantiache sembrano lasciare poco spazio di manovra anche a salvatori taumaturgici, nel caso esistano e nel caso vogliano cimentarsi con una missione che pare piu’ complicata che resuscitare Lazzaro dopo un par di giorni dalla sua morte. Stasera pare che al capezzale della ex-compagnia aerea statale stia arrivando la ex-azienda monopolista del settore poste e telegrafi. Auguroni…

ImageLa cosa inquietante e’ che nell’attesa dell’arrivo del personale di terra che doveva farci scendere ho avuto il tempo di leggere una delle notizie economiche del giorno: il declassamento a “junk bond” dei titoli Telecom da parte di Moody’s.

Image

Per semplificare: due pilastri dell’economia italiana dal dopoguerra alla fine degli anni novanta sono sull’orlo del fallimento, se non un paio di metri oltre quell’orlo. E la cosa inquietante e’ che queste due aziende sono state monopoliste nei rispettivi settori per decenni, e in quei decenni i due settori erano assolutamente remunerativi. Hanno potuto godere di protezioni economiche, politiche e sociali inimmaginabili per altre aziende (do you remember “canone SIP”?), e si sono potute permettere enormi inefficienze per anni e anni, sulla pelle dei loro clienti obbligati. Ossia, di noi cittadini italiani.

Poi, a un certo momento -siccome il capitalismo prevede la concorrenza e teorizza l’assenza di monopoli, e siccome ogni tanto qualcosa per il mercato bisogna pur farlo, porca miseria!- per decisione politica si e’ provveduto all’abbattimento delle barriere all’ingresso di concorrenti, e alla privatizzazione delle due mega aziende di stato. Le due cose hanno proceduto con passi differenti, e ovviamente nelle fasi iniziali s’e’ assistito alla svendita degli asset strategici a cordate “amiche” (rispetto al potere politico del tempo), le quali cordate si sono affrettate a fare quello che l’illuminato industriale italiano (ecco le tre “i” di berlusconiana memoria!) in genere fa: arraffare quanti piu’ soldi puo’ nel minor tempo possibile, nel contempo buttandola nel culo al povero utente e ostacolando in tutte le maniere i nuovi concorrenti che volessero affacciarsi timidamente sul mercato.

Dopo qualche anno di spolpamento del vitello grasso, l’illuminato industriale italiano in genere procede alla richiesta di sussidi pubblici per risanare una situazione che (chissa’ come mai? Eppure s’e’ fatto tutto ammodino!) ha portato l’azienda vicino al fallimento. Le conseguenze sono tutte positive per i Rockefeller de noantri: Cassa Integrazione Ordinaria e Straordinaria a protezione di qualche decina di migliaia di posti di lavoro, delocalizzazione di impianti e sedi, agevolazioni per gli investimenti, scissione dell’enorme azienda-madre in tante aziende-figlie, a loro volta svendute ad amici o fatte fallire dopo averle riempite di asset negativi, chiusura immediata di qualsiasi laboratorio di ricerca e sviluppo (che i laboratori costano e non si monetizza immediatamente il risultato)… Magari l’azienda-elefante per qualche anno poi riparte, e l’illuminato imprenditore italiano riesce a mungere altre decine di milioni di Euro da utenti e enti pubblici, per poi dichiarare bancarotta, oppure ricominciare il ciclo crisi-casse integrazioni-sussidi statali, senza soluzione di continuita’.

Il povero utente riuscira’ a godere di qualche beneficio un paio di decenni dopo la “privatizzazione” del moloch pubblico, e la concorrenza sara’ vera circa un decennio dopo. In tempo per la successiva storia di fantastico successo nella privatizzazione di azienda statale (non che sia rimasto tantissimo da demolire, dopo che Autostrade ha fatto ricco Benetton…). E cosi’ via andare, in una ruota che vede l’illuminato industriale italiano fare quel che a lui riesce meglio: campare sulla pelle del resto del paese.

Perche’ di investire per difendere la posizione di ex-monopolista non se ne parla, cosi’ come non si parla di mettere a capo dell’azienda non l’illuminato industriale italiano (che spesso e’ un ex-politico trombato, ignorante, gretto e attento solo al suo tornaconto), ma il giovane e rampante manager senza padrini politici, che si prenda la responsabilita’ di far guadagnare soldi agli azionisti e anche agli utenti (se capitalismo deve essere, che sia vero, dio cristo. Che si applichi la teoria dell’evoluzione alle aziende, e che lo scopo ultimo sia il profitto. E chi non si adatta, che muoia!), che si confronti insomma con il mercato e non con il suo protettore.

Ma ovviamente sto svalvolando, e perdo di vista i punti salienti del dibattito politico di questi giorni: la cittadinanza per gli immigrati, il gossip sulla Pascale (sara’ lesbica? chiede la “colonna delle stronzate” di Repubblica on line. Ma ci importaunasega! risponde il buon padre di famiglia di Antignano.), dove andra’ Berlusconi a scontare i suoi lavori socialmente utili, la figliola della Hunziker, la sbroccata di Sgarbi non ho capito a che trasmissione… Questa roba qua insomma. Assieme al problema dei problemi: il matrimonio tra omosessuali.

Insomma, io il naufragio lo vedo abbastanza intevitabile. E le scialuppe mi paiono gia’ tutte occupate.

 

Barney

 

 

[1]: E’ incredibile ripensare alla mia fulminante carriera di fruitore di dischi, che da quei primordi di undicenne curioso arriva a quattordici-quindici anni a “The kids are alright” (Who), “Greetings from Absbury park, N.J.” (il Boss, il suo primissimo album comperato tra l’altro d’importazione al doppio d’un disco normale) e “The dark side of the moon” in un modo che francamente ancora oggi mi sfugge.

[2]: In realta’ m’e’ venuto in mente un altro disco. Un LP di canti di natale, con una copertina blu e un Babbo Natale sorridente in primo piano.

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2 pensieri su “Parlando del naufragio della London Valour (ovvero: il lento e inesorabile declino d’un paese che si bulla ancora d’essere nel G8)

  1. icalamari

    Uno dei post più belli dell’ultimo periodo.
    I miei il “mangiacassette” lo avevano da molto prima del ’78 ma io la musica ho iniziato ad ascoltarla dal “mangiadischi”, tutti nomi che ben simboleggiavano l’opulenza del boom economico appena terminato…
    No, non è curioso un percorso di scoperta musicale rapido come il tuo, semplicemente perché dipende tutto dalla sensibilità persona.
    Quanto al salvataggio di Alitalia da parte di Poste… Ahimé, la vedo anche io molto male. Tutto ‘sto can can, e po inon cambia niente. Speriamo nelle nuove (nuovissime, praticamente nei feti, o nel neonato della Hunziker) generazioni…
    Ciao 🙂

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  2. daniele

    L’ha ribloggato su crossing mediae ha commentato:
    Ecco due articoli con i controcazzi che difficilmente vi capiterà di leggere sui media mainstream (si dice così, no?). Uno ve lo ribloggo, l’altro lo trovate qui. Per farsi un quadro generale di come siamo messi in Italia. Proprio rassicuranti.

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