La Terra vista dall’alto

In economy class si dorme malissimo, cosi’ i due viaggi ravvicinati in Cina mi hanno premesso di osservare un bel pezzo di Terra da una decina di chilometri di quota. Cerchero’ qua sotto di riportare quello che ho visto e provato guardando giu’, mentre ascoltavo in cuffia un mix di Pink Floyd, Radiohead, Nick Cave, Creedence Clearwater Revival e Bob Dylan gentilmente offerti dalle compagnie aeree con le quali ho volato assieme ai miei colleghi.

La cosa emozionalmente piu’ potente e’ stata passare la linea del terminatore, domenica scorsa.

L’atmosfera terrestre diffonde la luce solare, per cui la situazione non e’ netta e definita come sarebbe sulla Luna o su Mercurio, come si vede dalle immagini qua sopra, ma volare a 900 chilometri all’ora verso il Sole (che si muove verso di te ad una velocita’ apparente di 1.600 chilometri all’ora), lasciandosi dietro il buio della notte fa un effetto corroborante: sembra di rinascere, la luce si diffonde sempre piu’ velocemente, a spingere via il nero che pure l’aereo si lascia dietro. Poi, finalmente, il rosso aranciato dei primi abbaglianti raggi ti piglia in faccia e annuncia la nascita ufficiale del nuovo giorno. E tu puoi ricominciare a guardare dal finestrino il mondo ancora addormentato.

Questa volta la luce del Sole ci ha colto poco dopo Ulan Bator, e sotto l’aereo e’ apparso un paesaggio selvaggio e disabitato, fatto di montagne coperte di neve e valli desolate, d’un grigio-nero che fa pensare all’ardesia invece che alle pendici verdeggianti delle nostre vallate alpine. Raramente si vedono dall’alto segni di vita: soprattutto in questi posti mancano le strade (almeno, quelle grosse), e le tracce sul terreno somigliano piu’ a mulattiere, che a volte convergono verso quel che sembra essere un villaggio distante chilometri e chilometri da tutto.

Dopo le montagne grigie e innevate inizia un lunghissimo tratto di pianura completamente deserta, di un bel colore rossastro che non puo’ non far venire in mente una visione satellitare di Marte. Anche qua i segni di vita sono rarissimi, ogni tanto si indovina un primo indizio certo della presenza umana: la ferrovia che corre dritta per lunghi tratti, magari vicino ai torrenti e ai fiumi della zona. Gli agglomerati sono sempre rari, ma somigliano meno a villaggi di iurte, e piu a mucchi di case ammucchiate le une alle altre. I campi coltivati sono rarissimi, ogni tanto si notano enormi rettangoli di terreno che pare arato, e uno si domanda cosa caspita ci possa venir su, in quella terra rosso-nerastra. Alberi non se ne vedono, da nessuna parte, magari quei campi non sono altro che enormi scavi per tirar su chissa’ quale minerale o terra rara.

Ancora piu’ avanti (e siamo sicuramente in Cina, adesso) il deserto rosso e’ punteggiato da cose che sembrano laghi circolari, pieni di liquidi dall’inquietante colore pastello (verdolino, ocra, rosso, azzurro…), che spero sia naturale. Le cicatrici rettangolari dei campi arati aumentano in numero e diminuscono in dimensione, si vede finalmente un po’ di verde e poi, alla periferia di Pechino, enormi agglomerati di capannoni dai tetti blu elettrico, delle dimensioni d’un borgo dei nostri, e fuori quelle che sembrano povere case messe a caso.

Poi inizia la cappa di smog, che quando e’ presente rende l’atmosfera quasi irreale, a tutte le del giorno e della notte, avvolge Pechino con il suo manto di polvere appiccicosa e rende impossibile vedere a piu’ di cento metri di distanza.

Ad agosto ero al finestrino nel viaggio di ritorno, ed e’ stato splendido vedere l’evolversi dei paesaggi dalle periferie di Pechino, ai deserti montuosi mongoli, fino alle enormi praterie russe, pure esse deserte ma d’un verde spettacolare. Anche nel viaggio verso l’Italia si passa da una presenza quasi invisibile dell’uomo a piccole fattorie con stradine a collegarle a quelle vicine, a paesi circondati da campi di molti colori, a citta’ piene di case, strade, ferrovie, aeroporti. Questa volta abbiamo fatto scalo a Mosca, l’aeroporto e’ una trentina di chilometri a nord della citta’, ed e’ cosi’ circondato dalla taiga, che dall’alto non capisci come possa esserci una metropoli da 11 milioni di abitanti poco distante.

Tutto quello che e’ fatto dall’uomo pare piu’ ordinato e pulito di qua dagli Urali, tutto e’ sicuramente piu’ verde, tutto pare meno inquinato, i paesaggi da Mosca in poi sono familiari, con campi e strade e case in numero sempre crescente a chiedere prepotentemente spazio a boschi e prati.

Poi, se parti da Mosca e vuoi tornare in Italia, passi l’Ucraina, la Moldova e la verdissima Romania, prima degli stati dell’ex-Jugoslavia e del mare Adriatico costellato dalle isolette croate.

Poi e’ gia’ Italia, e’ gia’ casa, anche se manca ancora un volo e anche se a Fiumicino la prima cosa che ci accoglie e’ la notizia che i ministri del PdL (stavo per scrivere “di Berlusconi”, e non sarebbe stato mica sbagliato, no? Dopo tutto, sono di sua proprieta’…) si dimetteranno in massa non ho ancora capito perche’.

Capiro’ la prossima volta…

 

Barney

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3 pensieri su “La Terra vista dall’alto

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