Pietre miliari della SciFi: “Il distruttore nero”, A. E. van Vogt, 1939

Il racconto breve -di qualsiasi genere esso sia- e’ una prova d’ardimento letteraria che lascia poco spazio alle cadute di stile o alle pause di riflessione. Lo scrittore non puo’ permettersi di annoiare il lettore, ne’ di lasciare sottintesi e trame a meta’, nell’attesa che la storia si dipani qualche decina di pagine dopo: semplicemente, non ha spazio per lunghi pipponi, ne’ per colpi di scena men che fulminanti.

E’ per questo che le raccolte di racconti, soprattutto quelle di autori diversi, possono oscillare e molto come qualita’ dei contenuti.

Un ottimo esempio e’ rappresentato dalle raccolte “Le grandi storie della fantascienza“, una serie di antologie curate da Isaac Asimov in cui si collezionano in venticinque volumi i migliori racconti di SciFi degli anni dal 1939 al 1962. I volumi sono attualmente stampati da Bompiani, e rappresentano una pietra miliare per ogni appassionato del genere (oltre che un’ottima lettura in generale).

Bene: il primo volume, quello del 1939, racchiude una ventina di storie (la maggioranza ottime, alcune buone, un paio pessime a mio insindacabile giudizio) scritte da L. Sprague de Camp, R.A. Heinlein, lo stesso I. Asimov, T. Sturgeon, L. del Rey, C.L. Moore, J. Williamson… Oltre che un racconto di A. E. van Vogt che a me e’ sempre piaciuto parecchio: “Il distruttore nero”, che si ritrova sia su molte altre raccolte, sia come capitolo del romanzo di van Vogt “Crociera nell’infinito” (pessima traduzione del titolo originale “The voyage of the Space Beagle”).

Il racconto e’ molto bello, e sin dall’attacco (che suona barocco e un po’ antico come costruzione della frase) ci proietta su un mondo desolato in cui vive il protagonista:

Sempre più avanti strisciava Coeurl! La notte nera, senza luna e quasi senza stelle, cedette con riluttanza a una truce alba rossastra che avanzava alla sua sinistra. Era una luce vaga, opaca, che non dava la sensazione di un calore imminente, di qualcosa di confortante; non era null’altro che una luminosità diffusa, gelida, che lentamente svelava un paesaggio da incubo.

Sapremo immediatamente dopo questo paragrafo che Coeurl e’ affamato, e che sul suo mondo brullo e deserto non c’e’ piu’ cibo.

Chi -o cosa– e’ Coeurl?

La descrizione di van Vogt e’ cosi’ precisa e dettagliata che chi la legge si immagina vividamente l’alieno: un gattone con le zampe davanti molto lunghe e dei tentacoli prensili che gli escono dalle spalle.

Image

(C) Neil Weber

L’animale si dimostrera’ un formidabile cacciatore, spietato, forte e intelligente, alla perenne ricerca di id, la sostanza organica che -scopriremo leggendo il racconto- permea i corpi degli animali. L’arrivo di una astronave in esplorazione (che diverra’ la “Space Beagle” del romanzo di una decina d’anni dopo) rappresenta una inaspettata e provvidenziale scorta di cibo. Almeno, potenzialmente…

Chi non avesse ancora letto il racconto puo’ trovarlo qui, oltre che in libreria.

Barney

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3 pensieri su “Pietre miliari della SciFi: “Il distruttore nero”, A. E. van Vogt, 1939

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