Summer Festival 2013: Neil Young and the Crazy Horse

Introdotto da un buon set di Devendra Banhart, divertente ed istrionico songwriter californiano con radici nell’America Centrale, alle dieci della sera di ieri Neil Young ha fatto il suo trionfale ingresso sul palco del Summer Festival accompagnato dai Crazy Horse, fedeli pards degli ultimi quarant’anni della vita musicale del rocker canadese.

ImageIl set, di piu’ di due ore di musica in pratica ininterrotta, ha pescato da tutta la sterminata discografia di Young, con alcune pregevoli concessioni all’attualita’ di “Psychedelic Pill“, album splendido del 2012 (la title track, Ramada Inn e Walk like a giant che assieme han coperto una quarantina di minuti del concerto, con l’ultimo pezzo concluso da un assolo per chitarra, amplificatore ed effetto Larsen voluto e addomesticato dal vecchio rocker che da solo valeva il prezzo del biglietto), e introspezioni acustiche per Martin sei corde vecchia quanto lui e armonica, di cui fortunatamente posso dar testimonianza diretta attraverso questo video di “Heart of gold“, uno dei gioielli da quel gioiello che e’ “Harvest“:

Diecimila persone si son messe a cantare “I want to live, I want to give, I’ve been a miner for a heart of gold” senza accendere i telefonini del cazzo, e dieci minuti dopo si son ritrovati increduli a cantare “Blowin’ in the wind” che ha chiuso il mini set acustico, per ridare la giusta scena anche ai cavalli pazzi e alle Gibson elettriche di Young. Una “Fuckin’ up” che non voleva finire mai ha aperto la strada ad una riesumazione che a me personalmente ha fatto molto piacere: “Surfer Joe and Moe the Sleaze“, da “Re-Ac-Tor“, uno degli album meno amati dai fans (ma adorato da me e dall’omino del mio cervello). Eccola -in una ripresa indegna- fatta un par di settimane fa in Crucconia:

Il pezzo mi permette di far notare come il buon Neil, a sessantasette annetti, suona e canta come quando aveva trent’anni. Usando strumenti vecchi quanto lui ma dal suono vero, ruvido e vitale come nessuna robina digitale dei miei cogloini riesce a fare. I Killers che ho visto la scorsa settimana non hanno sbagliato una fottuta nota nel loro concertino di un’oretta e mezzo scarsa, ma il loro suono era cosi’ rileccato che ho passato meta’ concerto a cercare di capire come mai i BRMC avessero suonato cosi’ poco, all’inizio. Con Young non c’e’ stato tempo di annoiarsi ne’ motivo di recriminare se ogni tanto partiva una corda per i fatti suoi, perche’ l’energia e l’intensita’ vitale che si sprigionava dal palco erano tutto quello di cui gli spettatori avevano bisogno.

Si nota il tempo sulla faccia di Neil (che e’ comunque una roccia molto meno rigata rispetto a quella del settantenne Jagger), le sue mani dalle enormi dita da contadino sembrano sempre sul punto di cedere ad una artrite tremenda, spesso pare che piu’ che ballettare le gambe tremino… Ma il risultato e’ la stessa fottutissima musica di sempre, incattivita dai riverberi e distorsioni della Les Paul vecchia quanto il canadese, oppure resa gentile dalla cassa di legno della chitarra acustica o del pianoforte (che Young usa solo -e bene- per “Singer without a song“). Sempre fottutamente una spanna sopra il resto del mondo, sempre orso quasi fino in fondo, ma poi scopri un uomo che si accomiata dalla piazza introducendo “Roll another number for the road” che quasi pareva il Papa Giovanni di “fate una carezza ai vostri bambini, stasera quanto tornate a casa”: un vecchio padre di famiglia che ne ha viste tante e che vorrebbe un futuro diverso per i suoi figli.

Un grande evento, e se pensate che abbia esagerato potete leggervi questa recensione qua, che va oltre qualsiasi mia iperbole gia’ dal titolo.

ImageChiudiamo con “Powderfinger“, che gli viene sempre benissimo:

La voce e’ sempre la solita, la voglia di suonare dei quattro vecchi amici pure: speriamo che Manitu ce li conservi in salute per tanti anni ancora.

Amen.

Barney

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