“Il passaggio”, Justin Cronin. Ed. Mondadori, 2011

Si prenda “The Stand” del Re, e lo si infili in un capiente shaker con “I am legend” di Richard Matheson.

Prima di dare il via al frullatore, si aggiungano pagine ben stagionate prese a caso dal “Dracula” di Bram Stoker, e riccioli di pellicola 16 mm tagliuzzati dalle pizze di “Mad Max“, “Il Signore degli Anelli” -e quello “delle Mosche“-, “L’alba dei morti viventi” e un altro paio di film di genere a vostro piacere.

Attivare quindi la velocita’ massima, non prima di avere inserito nel bicchierone anche ghiaccio, limone e angostura a piacere.

Quel che si ottiene, alla fine del processo, e’ “Il passaggio“, romanzone da quasi 900 pagine che rappresenta il primo tassello di una trilogia postapocalittica che dovrebbe terminare nel 2014.

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La copertina e’ quella della versione inglese, ma quella italiana e’ identica, tradotta

Se vi piacciono gli scenari postapocalittici stracolmi di personaggi e di situazioni, i salti di tempo e di spazio, gli scannamenti, le sospensioni della realta’, i romanzi in cui tutto inizia da un esperimento sbagliato condotto da una sezione deviata del Dipartimento della Difesa che ovviamente perde quasi subito il controllo della situazione, beh: io vi consiglio di andare in libreria (o su Amazon) e comperarvi “L’ombra dello Scorpione” (che non e’ altro che la traduzione di “The Stand” di cui all’inizio) di Stephen King, e leggervelo tutto d’un fiato.

Se invece vi piacciono i patchwork, “Il passaggio” e’ quel che fa per voi: l’idea di fondo e’ esattamente quella del libro di King, il risultato finale e’ sputato quello che Will Smith ha reso non malissimo nella riproposizione cinematografica del capolavoro di Matheson. E quando dico “esattamente” e “sputato” chiedo di essere preso alla lettera. Per dire: quante probabilita’ ci sono che due romanzi postapocalittici ambientati negli Stati Uniti destinino buona parte delle residue speranze del genere umano a cittadine che si trovano in Colorado? E quante probabilita’ ci sono che due romanzi postapocalittici si basino per buona parte sul fatto che due fazioni (che chiameremo per semplicita’ “i buoni” e “i cattivi”) sognino gli stessi sogni?

Ma le similitudini sono veramente tantissime: pure Cronin cede al facile rifugiarsi nella religione, non solo inserendo pure lui nel romanzo una figura messianica femminile (Amy, al posto della vecchia Abigail di King), non solo definendo fin da subito il bene e il male in maniera che nemmeno Borghezio si possa sbagliare (le suore, Mario… Le suore sono le buone. Incredibile, eh? E i condannati a morte per stupro plurimo e omicidio di massa, invece, sono i cattivi!), ma addirittura creando non uno, non due, non otto, ma dodici-cattivi-dodici, a significare l’AntiCristo e gli AntiApostoli (qua a Mario gli ci voleva er disegnetto: fatto!).

Una delle scene finali del romanzo, poi, e’ identica a una delle scene finali di “The Stand”, fin nella scelta del residuato bellico da far esplodere per eliminare definitivamente un bel po’ di cattivi.

Insomma, a me “Il passaggio” ha dato un senso di deja vu molto pronunciato. E m’ha quasi convinto ad investire venti Euro in “Joyland“, che e’ uscito solo in edizione cartacea (??!!!!). Potenza dell’ispirazione romanzesca…

Barney

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