“Pink Floyd: Live at Pompeii”. A. Maben, USA, 1972

C’e’ una parola che ricorre continuamente nelle poche parti parlate di “Live at Pompeii”, pellicola che mischia sapientemente musiche dei PF e immagini degli scavi archeologici campani, visioni dallo spazio ed eruzioni vulcaniche.

La parola e’ “equipment”, attrezzatura, e tutti e quattro i PF la usano per descrivere parte di quello che e’ la loro musica: strumenti, amplificatori, effetti… Equipment, appunto. Salvo poi dire -mi pare sia Waters-: “Beh, se e’ cosi’ facile fare i Pink Floyd, perche’ la gente non si compra l’attrezzatura e va sul palco al posto nostro?”.

Perche’ in effetti non ci sono solo sintetizzatori, chitarre, batteria e basso: il talento di Gilmour, Waters, Mason e Wright e’ innegabile, cosi’ come innegabile la loro ricerca della perfezione in ogni performance. In “Live at Pompeii” si vedono registrazioni delle versioni di “Us and them” e di “Brain Damage” che poi si troveranno in “The dark side of the Moon”, e vedere Gilmour che rifa’ quattro o cinque volte l’assolo di “Brain damage” e’ quasi stupefacente: non si direbbe, a sentirlo scazzare strafatto e ubriaco pochi minuti prima, che sia cosi’ professionale.

Da recuperare, per assistere alla performance di un gruppo che ha fatto la storia della musica.

Qua sotto Nick Mason tambureggia da par suo in “One of these days”:

 

 

Barney

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