“Il senso di una fine”, Julian Barnes. Einaudi editore, 2012

A meta’ tra il racconto lungo e il romanzo breve, questo libro di centosessanta pagine vincitore del Man Booker Prize 2011 e’ comunque una splendida lettura.

ImageIl libro si divide in due parti, la prima riepiloga la giovinezza dell’io narrante, Tony Webster -l’uomo senza qualita’ per eccellenza… il mediocre in tutti i campi, dal lavoro al sesso agli hobbies-, ponendo le basi per lo sviluppo della seconda parte, in cui Tony oramai sessantenne si ritrovera’ a fare i conti con un passato mai capito a fondo, una vecchia fidanzata e la rievocazione del suicidio di uno dei suoi migliori amici.

Il libro e’ un concentrato di bellezza, sin dal folgorante inizio in cui il protagonista mette su carta tutti gli elementi della storia, sotto forma di Madeleines proustiane che da ricordo sfumato prenderanno man mano i contorni di fatti accaduti quarant’anni prima. Ecco la prima pagina del libro:

Ricordo, in ordine sparso:

– un lucido interno polso;

– vapore che sale da un lavello umido dove qualcuno ha gettato ridendo una padella rovente;

– fiotti di sperma che girano dentro uno scarico prima di farsi inghiottire per l’intera altezza di un edificio;

– un fiume che sfida ogni legge di natura, risalendo la corrente, rovistato onda per onda dalla luce di una decina di torce elettriche;

– un altro fiume, ampio e grigio, la cui direzione di flusso è resa ingannevole da un vento teso che ne arruffa la superficie;

– una vasca da bagno piena d’acqua ormai fredda da un pezzo, dietro una porta chiusa.

 

L’ultima immagine non l’ho propriamente vista, ma quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni.

Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni, né all’eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comune, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. Esiste al mondo una cosa piú ragionevole di una lancetta dei secondi?

 

Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano; ogni tanto sembra sparire fino a che in effetti sparisce sul serio e non si presenta mai piú.

Non sono particolarmente interessato ai miei anni di scuola, non ne ho affatto nostalgia. Ma è a scuola che tutto è cominciato, perciò mi toccherà tornare brevemente su certi eventi marginali ormai assurti al rango di aneddoti, su alcuni ricordi approssimati che il tempo ha deformato in certezze. Se da un lato a questo punto non posso garantire sulla verità dei fatti, dall’altra posso attenermi alla verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto. È il meglio che posso offrire.

 

Il romanzo-racconto e’ infarcito di considerazioni come questa qua:

All’improvviso mi sembra che una delle differenze tra la gioventú e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri.

 

Questo concetto qua sotto, sui ricordi che noi aggiustiamo man mano che si sedimentano, e’ uno dei tormentoni del libro:

Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E piú avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato.

Ma la frase-icona del romanzo e’ quella che Veronica schiaffa in faccia a Tony un paio di volte, verso la fine, a ribadire il motivo per cui quarant’anni prima tra di loro e’ finita:

“Proprio non ci arrivi, eh? Non hai mai capito e non capirai mai”

In fondo alle centosessanta pagine finalmente Tony capira’ -e noi con lui, noi che ci aspettavamo sicuramente un finale differente-, ma resta al giudizio del lettore valutare se tale tardiva illuminazione potra’ in qualche modo alleviarne l’inquietudine, e riscattarne l’assoluta mediocrita’.

Gran bel libro, senza dubbio, la cui scoperta devo a Nando “Cartaresistente“.

 

Barney

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12 pensieri su ““Il senso di una fine”, Julian Barnes. Einaudi editore, 2012

      1. Gianluca Bartalucci

        Interessanti tutte le considerazioni sulla memoria e sui ricordi come narrazione suscettibili di continui aggiustamenti (cosa peraltro comprovata dalle scienze cognitive).

        Unico difetto, a mio parere, nella prima parte: la relazione con Veronica ai miei occhi non appare così significativa (come in effetti è) e forse è trattata con troppa fretta.

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      2. Barney Panofsky Autore articolo

        Su Veronica sono assolutamente d’accordo. E infatti il “Tu non capisci, non capirai mai” e’ a mio avviso molto piu’ profondo di quel che si scopre alla fine.

        Approfitto per ovviare ad una clamorosa mancanza. Volevo chiudere il post con Morrissey che canta la canzone spesso citata, lo faccio qui:

        Ciao.

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