“La famiglia Winshaw”, Jonathan Coe. Ed. Feltrinelli, 1995

La morte di Margaret Thatcher mi ha fatto venir voglia di rileggere “La famiglia Winshaw”, il primo libro di Coe che ho letto anni e anni fa. Avevo un ricordo assai preciso della trama e della storia in generale, ma i mille intrecci e i molti protagonisti li avevo persi quasi tutti; la rilettura non ha che smosso la polvere dal ricordo e riesumato un testo -e un autore- fondamentale per la comprensione della letteratura e della societa’ inglese moderne.

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Il libro e’ assai complesso: cambia epoca e modo narrativo quasi ad ogni capitolo, non vorrei dir nulla di piu’ dell’indispensabile… cerchero’ di limitarmi al massimo per invogliare chi non l’ha mai letto a recuperarlo immediatamente, e a chi l’ha gia’ letto a ricercarlo per una rilettura obbligata dai tempi che stiamo vivendo.

Attraverso la storia della ricchissima famiglia Winshaw dal 1942 al 1990, Coe racconta il crollo del partito Laburista e l’ascesa inarrestabile dei Tories di Maggie Thatcher, ma soprattutto le conseguenza del falso liberismo imposto dalla Lady di Ferro su una nazione intera: lo smantellamento del sistema educativo pubblico, il supporto ai cibi-spazzatura, la completa demolizione della sanita’, il crollo dei fondi pensione, le stravaganti giravolte morali per vendere centinaia di milioni di sterline in armi a Saddam Hussein, per poi accusarlo di essere un dittatore e scatenare contro di lui una bella guerra.

Gli anni ’80 insomma, raccontati con una ferocia e una mancanza di pieta’ non comuni, in cui i ricchi sono diventati ricchissimi, i poveri sono morti e chi prima era middle class s’e’ ritrovata rovinata.

Il romanzo e’ strutturato come un racconto in prima persona del protagonista principale, Michael Owen, intervallato da lunghi capitoli in cui vengono presentati i vizi e le aberrazioni dei vari componenti la famiglia Winshaw. Vorrei dare un’idea del tono scopiazzando citando brani qua e la, perche’ certe istantanee dell’Inghilterra della Thatcher somigliano in modo inquietante all’Italia di oggi, 2013.

Saro’ lungo e prolisso, siete avvertiti.

[Iniziamo con un dialogo tra Alan Beamish, un liberal che lavora alla BBC, ed una giovane Hilary Winshaw, futura giornalista d’assalto di ultra destra straconservatrice. Il capitolo e’ appunto dedicato a Hilary]

“Sai qual’è il segreto del successo in televisione?” le chiese, un pomeriggio. “E’ semplicissimo. Basta guardarla. Tutto qui. Non bisogna mai smettere di guardarla.”

Hilary annuì. Lei la televisione non la guardava mai. Era convinta di essere già troppo brava.

“Ora ti dico cosa faremo noi due”, disse Alan.

La cosa che dovevano fare era sin troppo chiara e con che orrore, per Hilary: si sarebbero seduti davanti al televisore per un’intera serata, e Alan avrebbe commentato ogni programma, spiegando com’era costruito, quanto costava, perché era stato programmato ùin quella fascia oraria e chi ne era il pubblico.

“La programmazione è tutto”, disse. “Se un programma s’impone o fallisce, dipende dal palinsesto. Capito questo, sbaraglierai tutti gli altri illustri laureati con cui ti troverai a competere.”

Cominciarono dal telegiornale della Bbc1 delle sei meno dieci, seguito da una rubrica dal titolo Città e circondario. Indi cambiarono canale sintonizzandosi sulla Itv e guardarono Il santo con Roger Moore.

“Questo è il genere di spettacolo in cui eccellono le indipendenti”, disse Alan. “Vendibilissimo sui mercati esteri: persino in America. Alti costi di produzione, tanto lavoro di set. E vivace la regia. Per i miei gusti è una cosetta un po scialba ma non la toccherei.”

Hilary sbadigliò. Alle sette e venticinque guardarono una roba su un medico scozzese e la sua colf, che a lei parve troppo lenta e provinciale. Alan le rammentò che era uno dei programmi più seguiti in televisione. Hilary non ne aveva mai sentito parlare.

“Domani mattina di questa puntata si parlerà in tutti i pub, negli uffici e nelle fabbriche di tutta l’Inghilterra”, disse. “E’ questa la cosa eccezionale della televisione: essere una delle fibre che tengono insieme il paese. Fa cadere le barriere di classe e aiuta a creare un senso di identità nazionale.”

Fu ugualmente ispirato parlando dei due programmi a seguire: un documentario dal titolo Nascita e caduta del Terzo Reich, e un altro notiziario delle nove, che durava un quarto d’ora.

[La stessa Hilary Winshaw, in uno dei suoi editoriali a’ la’ Feltri (se m’e’ permesso l’accostamento) che difende la privatizzazione delle reti televisive]

Il governo non ha fatto a tempo a pubblicare il suo Libro bianco sul futuro della televisione, che quelle lamentose nullità del sistema radiotelevisivo sono già in armi! Ci vorrebbero convincere che la deregulation porterebbe una televisione di tipo americano (e non si vede in questo che male ci sia). Ma la verità è che c’è una parola capace, più d’ogni altra, di terrorizzare quella banda di liberali di Hampstead.

La parola è “scelta“.

E perché mai a loro non piace? Perché sanno che, avuta l’opportunità, ben pochi di noi sceglierebbero di vedere la desolante giostra di sceneggiati impagliati e di agitprop sinistrorsi che ci vorrebbero infliggere. Quando mai capiranno queste tate non richieste della mafia radiotelevisiva che il popolo inglese, alla fine della giornata, vuole solo rilassarsi un po, vuole solo divertirsi un po: e non essere educato da qualche saccente critico barbuto che presenta tre ore di un mimo bulgaro con una sola gamba. Procedi, deregulation, dico io, se ciò significa più potere a portata di mano del pubblico e più spettacoli a noi graditi con gente come Bruce, Noel e Tarby (N. B. per la redazione: verificare i nomi). Nel frattempo, la prossima volta che alla tele ci sarà solo uno di quei noiosi documentari sui contadini peruviani, o uno di quegli incomprensibili film d’arte (con tanto di sottotitoli, naturalmente), ricordatevi che c’è sempre un’altra scelta che nessuno può toglierci.

La scelta di pigiare il tasto off e precipitarsi al videostore più vicino.

Il buon senso comune, novembre 1988.

[Qua abbiamo invece un estratto da una pagina del diario di Henry, che racconta di come suo zio, Lawrence, lo catechizza sulla necessita’ di privatizzare il servizio sanitario. La data e’ 11 febbraio 1948]

Gli ha chiesto cosa pensasse dell’idea di un Servizio sanitario nazionale e naturalmente Gillam ne era entusiasta.
Ma poi lo zio ha detto: “In questo caso, perché, secondo te, tutti i medici sono contrari?” Sembra che proprio ieri l’Ordine dei medici abbia votato (di nuovo) di non collaborare.
Gillam ha detto qualcosa di poco convincente a proposito delle forze reazionarie che dovevano essere vinte, e poi lo zio lo ha messo di nuovo alle strette quando ha detto che in realtà, come uomo d’affari, pensava che l’idea di avere un sistema sanitario centralizzato era ragionevole, perché in definitiva poteva essere gestito come un’azienda, con degli azionisti, un consiglio di amministrazione e un direttore generale, e trattarlo come si tratta un’impresa commerciale ovvero con l’obiettivo di trarne profitti era il solo modo sicuro per renderlo efficiente.

Tutto questo, naturalmente, è suonato come un anatema per Gillam.

Ma lo zio ormai era tutto infervorato e ha cominciato a dire che il sistema sanitario, se gestito correttamente, poteva essere l’affare più redditizio di tutti i tempi, perché l’assistenza sanitaria è, come la prostituzione, qualcosa la cui domanda non diminuisce mai: è inesauribile.

Ha detto che se qualcuno avesse potuto nominarsi manager di un sistema sanitario privatizzato, questo qualcuno sarebbe diventato l’uomo più ricco e potente del paese.

[Qua sotto invece Henry e’ parlamentare. Siamo nel 1973 e l’argomento e’ la riforma del sistema sanitario. C’e’ da rimarcare che Henry e’ eletto tra i Laburisti, ma vota sempre come i Conservatori]

Il dibattito sulle riforme del Sistema sanitario nazionale proposte da Joseph è andato avanti per un altro giorno. Sono i soliti che fanno le solite obiezioni cretine.

Il Nostro Uomo ha fatto una magra figura con il suo discorso.

Non sono rimasto a sentire tutta la discussione, ho continuato a entrare e uscire per tutto il corso della giornata.

Il disegno di legge non è ancora come dovrebbe essere, ma è un passo nella giusta direzione: strutture direttive più efficienti, più esterni (o interdisciplinari come li chiama lui) nei vari consigli e ho idea che abbia in mente degli uomini d’affari. Credo che potremmo esserci: l’inizio del processo di smantellamento dei beni.

Quindi devo cominciare a preparare la mia mossa.

Finalmente abbiamo votato alle 10.15.Ho fatto il mio dovere, come sempre.

Dovrò cercare di agganciare Sir Keith uno di questi giorni, per fargli sapere con chi sto veramente.

Sembra il tipo capace di mantenere un segreto.

Nota: La legge per la riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale (1973), che venne infine approvata dalla maggioranza alla sua terza lettura alla Camera dei Comuni il 19 giugno con una maggioranza di 11 voti.

[Ancora Henry, nel 1987, commenta il libro bianco sulla sanita’ del terzo ed ultimo governo Thatcher]

Finalmente un altro incontro del consiglio di revisione, il primo dalla vittoria di Margaret in giugno. il primo Libro bianco è pronto e ne inizieremo un secondo e un terzo.

Le prossime riforme saranno di maggiore portata.

Finalmente stiamo raggiungendo il nocciolo della questione.

Per ricordare a tutti quali siano le nostre priorità, ho appeso al muro un messaggio scritto in grande che dice:

LIBERTA’

COMPETIZIONE

SCELTA

Ho anche deciso di condurre una severa battaglia contro la parola ospedale. Ormai vietata in sede di dibattito, d’ora in poi sarà sostituita con unità di distribuzione. Questo perché in futuro il loro unico scopo sarà di distribuire servizi che verranno acquistati dalle autorità sanitarie e dai medici generici dotati di fondi, attraverso dei contratti negoziati.

L’ospedale diventa un negozio e un’operazione chirurgica una merce, con un sacrosanto prevalere delle normali consuetudini in atto nel mondo degli affari: accumula e poi vendi a buon prezzo.

La meravigliosa semplicità di questa idea mi sbalordisce.

In agenda oggi c’era anche il tema fonti di reddito. Non vedo proprio perché le unità di distribuzione non debbano, per esempio, far pagare il parcheggio ai visitatori. Inoltre dovrebbero essere incoraggiate ad affittare spazi per il commercio al dettaglio. Non ha senso lasciare quelle corsie vuote quando potrebbero essere trasformate in negozi che vendono fiori, uva, o tutto quel genere di cose che la gente compra volentieri quando si reca a far visita a un parente ammalato.

Hamburger et similia.

Piccoli soprammobili e souvenir.

Verso la fine della riunione qualcuno ha sollevato il tema degli Anni di Vita in Rapporto alla Qualità. E’ tra i miei argomenti preferiti, devo dire. L’idea è che si prende il costo di un’operazione e poi si calcola non solo quanti anni di vita vengono garantiti, ma anche la qualità di vita che ne consegue. Gli si dà semplicemente un numero.

Poi si può elaborare il rapporto costo-efficacia di ogni operazione: e così un’operazione come la sostituzione di un’anca verrebbe a costare 700 sterline per Avrq, mentre un trapianto di cuore 5.000 sterline e una dialisi condotta interamente in ospedale costerebbe 14.000 sterline per Avrq. E’ da una vita che lo sostengo: la qualità è quantificabile!

[Passiamo alla tenera Dorothy, allevatrice intensiva di qualsiasi animale possa poi essere trasformato in cibo redditizio. Qua si lamenta col fratello perche’ negli USA si pensa di vietare l’uso della sulfadimidina nei maiali sani. Perche’ e’ cancerogena…]

“Allora”, disse Henry, “che c’è di nuovo nella tua azienda?”

“Come al solito”, disse Dorothy. “Gli affari non vanno male, ma andrebbero molto meglio se non dovessimo spendere metà del nostro tempo a difenderci da quei fanatici ambientalisti. Non male queste, no?”

Il pronome dimostrativo si riferiva alle fresche uova di quaglia, avvolte in peperone verde e rosso, che costituivano il loro hors d’oeuvre. Henry e Dorothy stavano cenando assieme in una sala privata dell’Heartland Club.

“In parte era di quello che volevo parlarti”, continuò Dorothy. “Arrivano delle storie spaventose dagli Stati Uniti. Hai sentito di quella droga che chiamano sulfadimidina?”

“No, in verità, non ne so nulla. Che cosa fa?”

“Beh, per quanto concerne l’allevamento di maiali, ha un valore inestimabile. Assolutamente inestimabile. Come sai, abbiamo fatto enormi passi avanti nei livelli di produzione negli ultimi venti anni, ma ci sono stati uno o due effetti collaterali controproducenti. Malattie respiratorie, innanzi tutto: ma la sulfadimidina può essere un efficace rimedio contro le forme più acute.”

“E allora dov’è il problema?”

“Oh, gli americani l’hanno testata sui topi e sostengono che è cancerogena. Ora pare che approvino una legge che ne proibisce l’uso.”

“Mmh. E ci sono altri farmaci disponibili?”

“Niente di così efficace. Cioè, si potrebbe ridurre l’incidenza della malattia con un allevamento meno intensivo, ma…”

“Oh, che assurdità! Non ha senso mettere a repentaglio la tua competitività di mercato. Dirò io una parolina al ministro. Sono sicuro che comprenderà il tuo punto di vista. I test sui topi non provano nulla, del resto. E inoltre, abbiamo alle spalle una lunga e onorevole storia di facce di bronzo: sappiamo bene come svincolare le raccomandazioni dei nostri consiglieri indipendenti.”

Il secondo consisteva in una lonza di maiale glassata, con patate all’aglio. La carne (come le uova di quaglia) era di Dorothy: i suo chauffeur l’aveva portata in una ghiacciaia nel portabagagli dell’auto quel pomeriggio e lei aveva impartito precise istruzioni allo chef su come cucinarla.

Dietro la fattoria teneva un piccolo stabbio di maiali ruspanti, per suo uso personale.

Il resto dei Winshaw e dell’Inghilterra di quei tempi li’ e’ tutto nel libro: Thomas, Mark, Roddy, la pazza e vecchissima zia Thabita, e suo cugino altrettanto vecchio, Mortimer… E Michael Owen, il biografo ufficiale della famiglia, incaricato da Thabita di scriverne la storia senza censure ne’ omissioni.

Tra continue citazioni di film anni ’50 e un finale che cita spudoratamente -e splendidamente- Agatha Christie, il libro ripercorre una intera epoca con una forza evocativa non comune. Non credo si possa morire senza aver letto questo romanzo, e se vi avvicinerete a Coe non potrete non leggere almeno anche “La banda dei brocchi” e “Circolo Chiuso”, che raccontano rispettivamente il prima e il dopo-Thatcher.

Coe e’ piu’ di un romanziere, insomma: e’ un cronista della sua epoca, e riesce a raccontare l’Inghilterra dal dopoguerra ad oggi meglio di qualsiasi storico.

La chiusura del pezzo non puo’ non essere lasciata a Morrissey, che realizza con “Margaret on the guillotine” la perfetta colonna sonora per “La famiglia Winshaw”:

Barney

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8 pensieri su ““La famiglia Winshaw”, Jonathan Coe. Ed. Feltrinelli, 1995

    1. newbrain

      Gaz,
      dai retta a Barney, è un affresco mernitido e doloroso dell’era thatcheriana (ma tante cose le vedi, purtroppo, anche oggi nel nostro paese), permeato da un sottile umorismo, tipico di Coe. Il finale è sorprendente.
      E dopo questo libro, ti verrà voglia di leggere tutti gli altri di Coe, fino all’ultimo (I terribili segreti di Maxwell Sim), e fino al primo (Donna per caso).
      Meglio ancora se li puoi leggere in lingua originale.

      (Si nota troppo che mi piace Coe?)

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      1. Barney Panofsky Autore articolo

        Si, si nota che ti piace Coe, ma solo un poco… Ma piace molto pure a me, e scrive veramente bene per non leggerlo. In inglese non l’ho ancora provato, vedo di rimediare pure a questa mancanza 🙂

        Ciao,
        B.

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    1. Barney Panofsky Autore articolo

      In questa situazione appare un gigante della politica addirittura Renzi, che s’e’ subito smarcato. Certo, siamo ridotti al lumicino… Magari esce fuori anche da noi una Thatcher, che ci seppellisce definitivamente in un paio di mesi (altro che tre legislature!)

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