“L’amico estraneo”, Christoph Hein, ed. E/O

Gran bel libro, questo di Hein. Pubblicato per la prima volta nel 1982 nella DDR, quando il muro di Berlino era ancora bene in piedi, e l’anno dopo in Germania Ovest con un titolo orripilante (“Sangue di drago”, citazione Wagneriana che si chiarira’ solo una pagina prima della parola “fine”), il romanzo -o meglio, come spiega il suo autore, la novella- ha un classico impianto circolare che a me piace particolarmente.

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Si inizia dalla fine, quindi, e li’ si tornera’ nelle ultime pagine a chiosare una storia diversa per gente normale -come canterebbe De Andre’-.

Una storia scritta da un uomo che racconta, con voce di donna, la storia della protagonista. E’ uno dei pochi libri che ho letto in cui la cosa funziona, e funziona benissimo, e funziona benissimo anche l’ambientazione nell’ex-DDR che potrebbe essere anche la Milano o la New York di oggi.

Claudia, un medico quarantenne, ci racconta nelle prime pagine la sua indecisione sull’andare o meno al funerale di Henry. Henry era l’amante di Claudia, l’amico estraneo del titolo, un vicino di appartamento della protagonista, che vive in un immenso palazzone con appartamenti tutti uguali, due stanze piu’ bagno, e nessuno sa quanti coinquilini abbia in questa specie di caserma-dormitorio.

Claudia e’ benestante anche per una berlinese dell’Est, lavora in una clinica e ha parecchi pazienti. E’ divorziata, ha abortito due volte, ha una sorella e i genitori che vivono in una cittadina di provincia. Henry penetra nella sua vita fatta di trantran e routine semplicemente suonando una sera il campanello. Dice che ha fame, che non ha voglia di stare da solo e che vorrebbe compagnia per quella sera. Claudia lo fa entrare, si mette a letto e lascia che Henry mangi e le racconti un po’ di se. Poi, lui si infila nel suo letto e ne esce la mattina dopo.

La storia va avanti lieve e asciutta, con una prosa molto diretta ed essenziale; conosciamo i pochi amici di Claudia -coppie con problemi, in genere, in cui il marito vuole portarsi Claudia a letto, e la moglie tradisce il consorte con qualche ragazzetto di citta’- e a poco a poco anche la vita di Henry. Che e’ doppia: l’uomo ha infatti una famiglia in periferia, moglie e due figli. Ma anche la moglie ha l’amichetto, e quindi va tutto bene; le loro storie parallele non sono assolutamente di intralcio ad una non vita familiare che -perlappunto- non c’e’.

Claudia rivendica una certa autonomia da Henry: decide lei quali week end passare con l’amico estraneo, e quali invece trascorrere da sola a leggere nel piccolo bilocale. Presenta anche Henry alla sua famiglia, una vigilia di Natale, e per l’occasione scopre che il suo ex-marito se la fa con sua sorella.

Nel tempo libero Claudia fotografa paesaggi e particolari della natura, e stampa da sola le sue foto che riempiono il piccolo appartamento accatastate senza alcuno scopo ne’ senso su mensole e scaffali. A un certo punto c’e’ un rifiuto di questo hobby:

Da poco ho cominciato ad avere paura delle mie foto. Riempiono tutti gli armadi e i cassetti della casa. Da ogni parte si riversano alberi, paesaggi, prati, sentieri, legno morto, secco. Una natura senz’anima che ho creata e che ora minaccia di sommergermi.

Nonostante tutto, non smettero’ di scattare fotografie. Ho paura di rinunciare. Mi serve come compensazione, mi e’ di aiuto per superare i miei problemi…

In tutto questo scorrere di avvenimenti e di non vita Hein fa dire spessissimo alla protagonista che va tutto bene, che lei si sente bene, anzi benissimo. E’ chiaro che il significato dell’affermazione e’ esattamente opposto: Claudia non vive, non prende decisioni, si lascia trasportare dagli avvenimenti come un po’ tutti nel libro.

Forse l’unico personaggio con un minimo di carattere e’ Henry, che il giorno dopo il Natale in famiglia attacca questo dialogo con Claudia:

Faceva caldo e camminavamo col cappotto sbottonato. Henry chiese che cosa mi aspettavo da lui. Non lo capii e lo guardai in modo interrogativo.

Voglio dire, sipego’, come pensi che andremo avanti.

Risposi di non averci riflettuto.

Va bene, disse,non voglio deluderti, ma non voglio piu’ neppure restare deluso io.

Ero anch’io di questa opinione, ribattei, ed egli disse un po enigmatico: speriamo.

Ma Henry muore, ucciso in una stupidissima rissa per la quale non ha alcuna colpa. E Claudia si ritrova di nuovo da sola, e non ci mette poi moltissimo a riadattarsi alla non vita precedente: solo sei mesi.

Nelle ultime pagine Claudia ha un unico rimpianto: avere -da ragazza- litigato con la sua unica e vera amica della vita, Katharina, con la quale i rapporti si sono interrotti a causa del fatto che Katharina era cattolica e Claudia atea (come si doveva essere in DDR a quell’epoca). Ma, come ripete quasi a macchinetta nell’ultimissima pagina, lei sta bene, ha un ottimo lavoro, amici, soldi, salute, e -si, ribadiamolo- sta bene. Come Michael Stipe quando finisce il mondo:

 

 

Barney

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