“Non è un paese per vecchi”, Cormac McCarthy, Einaudi 2006

Il vantaggio di avere letto un buon numero di libri [1] e’ che se ti vien voglia di scrivere qualcosa e non sai di preciso cosa scrivere puoi avvicinarti alla tua parte di libreria (tutti abbiamo una nostra parte di libreria, anche se siamo da soli in casa…), leggere qualche titolo, scegliere un libro e tirare giu’ qualcosa.

Stasera e’ toccato a “Non e’ un paese per vecchi“, libro che ha reso famoso anche da noi Cormac McCarthy grazie al film che i fratelli Cohen ci hanno tratto.

Il film e’ bello, ma il libro e’ un’altra cosa.

Non-e-un-paese-per-vecchi-copertina

La storia e’ semplice: un giovane cacciatore, Llewelin Moss, nel mezzo di una solitaria battuta di caccia nei deserti del Texas, si trova davanti a quel che resta di uno scontro tra trafficanti di droga messicani: auto crivellate, morti ammazzati a bizzeffe, panetti di eroina come se fossero mattoni, e solo un superstite, gravemente ferito. L’uomo trasporta una borsa con qualche milione di dollari, e Moss se ne impossessa credendo d’avere vinto la lotteria.

I “legittimi” proprietari dei soldi scatenano una tremenda caccia all’uomo per recuperare i soldi, in cui ha il ruolo di capo cacciatore un folle assassino a pagamento: Anton Chigurn, che ammazza le sue vittime sparando loro in testa con una pistola ad aria compressa da mattatoio.

A punteggiare le varie sparatorie, la fuga di Moss e la caccia di Chigurn ci sono nel libro le riflessioni di uno Sceriffo prossimo alla pensione che si ritrova a dover seguire il caso, Ed Bell. La fine tragica perseguitera’ Moss anche nei suoi affetti piu’ cari, e la figura incredibile di Chigurn si stagliera’ come impunito ed amorale vincitore su tutto e su tutti.

Lo stile secco e deciso di McCarthy rende la lettura quasi disturbante per come le cose ti vengono sparate in faccia: senza filtro, senza abbellimenti letterari, senza alcun fronzolo. Essenziali nella loro bellezza, le frasi colpiscono la dove devono colpire, come la pistola di Chigurn.

Si fa un minimo di fatica -all’inizio- ad abituarsi ai dialoghi, che McCarthy non evidenzia con apici, lineette o altri segni editoriali: si va a capo, si mette la maiuscola e si inizia un nuovo discorso. E’ a volte difficile capire chi sta parlando, ma dopo qualche decina di pagine (se non si conosce gia’ lo scrittore)nci si abitua a questo stile del tutto personale. E si scoprono conversazioni assolutamente allucinanti, di una luminosita’ quasi tagliente. Ecco un paio di esempi:

Chigurn che riporta i soldi recuperati al trafficante. Siamo nello studio del boss, che chiede:

E lei? Perche’ non mi parla dei suoi nemici?

La risposta di Chigurn:

Io non ho nemici. Non permetto che esistano.


O lo stupendo dialogo tra la moglie di Moss e lo stesso Chigurn, che si fa trovare in camera della donna di ritorno dal funerale di sua madre:

Non hai motivo di farmi male, disse.

Lo so, ma ho dato la mia parola.

La tua parola?

Si. Qui siamo alla merce’ dei morti. In questo caso di tuo marito.

Non ha senso.

Invece si, purtroppo.

Io non li ho, i soldi. E tu lo sai che non li ho.

Lo so.

Hai giurato a mio marito che mi avresti ammazzata?

Si.

Ma e’ morto. Mio marito e’ morto.

Si. Ma io no.

Tu mi vuoi ammazzare.

Mi dispiace.

 

Il dialogo va avanti cosi, per quasi sei pagine. E nessuna e’ inutile, e sino alla fine speriamo che vi sia una deviazione dal binario entro il quale le parole stanno scorrendo sempre meno rapide, sempre piu’ rassegnate, ineluttabili.

E sopra tutto e tutti, lo sceriffo Bell che viene fatto pensare piu’ che parlare da McCarthy ogni tanto, con capitoli di una o due pagine in cui il vecchio sceriffo, in prima persona, riflette sia sulla vicenda che sta seguendo che sulla vita in generale, sulla vecchiaia, la morte, il progresso e il degrado dei costumi. Questi capitoli si distinguono dal resto anche per l’uso dell’italico come font di scrittura, a tracciare proprio una netta distinzione tra azione e riflessione.

Bell passa sulla storia -del libro, sua personale e dell’America- come il vero protagonista del romanzo, e chiude degnamente la vicenda ricordando amaramente suo padre, e un sogno che su di lui ha fatto dopo che e’ morto. Sogno che probabilmente e’ metafora della morte che si avvicina al vecchio, ma che non lo coglie ancora, visto che si sveglia per raccontarcelo.

Gran libro, insomma.

 

[1]… e di avere una memoria ancora decente.

 

Barney

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