Arrietty, Hiromasa Yonebayashi (Studio Ghibli)

Ieri, ultimo giorno di Lucca Comics & Games, dopo un rapido giro tra gli stand dei fumetti (giro in cui ho avuto il piacere di vedere da vicino Jiro Taniguchi, impegnatissimo a disegnare sui suoi libri per i numerosi fan in adorazione) ho portato Greta a vedere “Arrietty“, l’ultima fatica dello Studio Ghibli.

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Il lungometraggio animato e’ bellissimo, da vedere di sicuro come tutti i lavori precedenti dello Studio Ghibli. Miyazaki, oramai settantenne, si limita alla supervisione e lascia la regia all’esordiente Yonebayashi. Il risultato e’ notevole, anche grazie alla musica che accompagna il film:

Cecile Corbel rida’ alla storia la collocazione anglosassone originale (la storia e’ ispirata al libro “Gli sgraffignoli” di Mary Norton, meglio noti da noi come “I rubacchiotti”), e completa con le sue atmosfere gaeliche i coloratissimi disegni del gruppo di Miyazaki.

La storia e’ un racconto classico di amicizia tra due ragazzi molto dissimili l’uno dall’altro: Sho, un adolescente gravemente ammalato, che deve passare l’estate che precede una difficile operazione al cuore nella casa di campagna abitata solo dalla bisbetica governante, e Arrietty, una quattordicenne “prendimprestito”, una specie di piccola fatina alta una decina di centimetri. Arrietty vive con i genitori in una casetta sotto il pavimento della casa di Sho, e i piccoli folletti “prendono in prestito” (vulg.: rubano) piccoli oggetti e roba da mangiare durante avventurose scorrerie notturne.

Come tutte le fiabe la storia e’ il pretesto per parlare di altro: della paura del diverso (la governante nei confronti dei folletti, ma anche i folletti nei confronti degli uomini), della consapevolezza della caducita’ della vita (Sho che sa benissimo che le probabilita’ di sopravvivere all’operazione sono pochissime, e aspetta l’evento quasi rassegnato al peggio), della fragilita’ delle creature viventi (il discorso di Sho sull’estinzione di molti animali, e sulla probabilita’ che pure i prendimprestito si estingueranno presto), della forza d’animo che riesce a superare piccole e grandi difficolta’.

L’intera storia e’ poi un inno al sogno, alla fanciullezza in cui tutto e’ possibile, tutto e’ credibile e ogni cosa e’ superabile: anni fa il nonno di Sho aveva costruito una piccola casa per i prendimprestito, che pero’ non si facevano vedere non fidandosi degli umani. Ma anche la mamma di Sho credeva all’esistenza dei folletti, e cosi’ suo figlio. Dall’altra parte, c’e’ l’anziana governante che per anni e’ stata convinta dell’esistenza dei folletti, ma che -fino all’arrivo di Sho- non e’ stata in grado di scoprire dove si nascondevano. La sua voglia di catturarli vivi e’ probabilmente il prodromo di uno sfruttamento economico: magari vuole vendere i prendimprestito a qualche circo, o usarli per far chissa’ cosa: e’ il personaggio negativo del film, ma non si riesce a volerle male sino in fondo proprio perche’ le sue intenzioni rimangono poco chiare sino in fondo.

Il film si chiude con un finale “da grandi”: la famiglia di Arrietty che abbandona la casa perche’ gli umani non devono vederli, e se ne va alla ricerca di un altro posto dove ricostruire un rifugio sicuro; Sho che dopo una corsa a perdifiato riesce a salutarli per l’ultima volta, proprio il giorno prima dell’operazione. Il sole finale lascia capire che l’intervento avra’ successo, ma i grandi questo gia’ lo sanno: il lungometraggio inizia con Sho che racconta di quell’estate passata tutta alla casa in campagna, come se fossero passati anni da quei giorni bellissimi.

Se avete dei bambini, portateli senza indugio a vedere Arrietty; se non ne avete, trovate il tempo e il coraggio di andare comunque ad assistere ad uno spettacolo emozionante come difficilmente accade con i prodotti ipertecnologici di Pixar e DreamWorks.

Barney

 

 

 

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