“Pandemonium” di Daryl Gregory

Recensione di un buon libro difficilmente catalogabile come genere, stasera.

Il romanzo in questione e’ “Pandemonium“, opera prima dello statunitense Daryl Gregory. Edito da Fanucci, che è una delle case editrici che mi piacciono di più. L’unica libreria Fanucci d’Italia (e di conseguenza del Mondo) e’ vicino a Piazza Madama, a Roma, e tutte le volte che sono in zona ci faccio un salto, e non esco mai senza almeno un libro. Ah, apprendo adesso dal loro sito che il 15 dicembre inaugureranno una seconda libreria 🙂 , sempre a Roma, in via di Vigna Stelluti 162.

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La trama in breve: l’azione si svolge in una realtà identica alla nostra, con un’unica differenza: a partire dagli anni ’50 vi sono nel mondo fenomeni di possessione demoniaca, da parte di un manipolo di spiriti ben caratterizzati (“il Pittore”, il fuochista di locomitive “Jack Ciminiera”, “il Kamikaze”, “il piccolo Angelo”, e così via) che -in genere- possiedono per poche ore le malcapitate vittime. Il protagonista del libro è un uomo che da bambino è stato posseduto da Hellion, lo spirito di un ragazzino scavezzacollo e bizzoso; insomma: un teppista in erba. Troviamo il protagonista che ritorna a casa della mamma, dopo un terribile incidente d’auto provocato -si capirà in seguito- dal riapparire dei segni di possessione demoniaca. E scopriremo pure che il demone è lo stesso Hellion che ha segnato la sua infanzia.

Tra una citazione di P.K. Dick (uno dei demoni è addirittura Valis) e una di A.E. Van Vogt (gli slan sono onnipresenti), il libro si dipana attraverso trovate intelligenti e brillanti ed inevitabili cadute di stile, finché si arriva alla parte finale-rivelatrice del romanzo in cui il libro diviene meta-letterario, e la potenza della lettura e dell’immaginazione del lettore si erge a protagonista assoluta. Questa parte è molto probabilmente meno rivelatrice di quel che dovrebbe, nel senso che a un certo punto Gregory ha già svelato il colpo di scena che attende i lettori qualche decina di pagine più in là, ma tutto sommato si regge perfettamente in piedi.

Il finale a me è piaciuto molto, sia per la sua relativa non scontatezza, sia per l’aria di triste malinconia che permea le ultime pagine.

Da leggere, sicuramente: uno dei migiliori esordi degli ultimi anni.

 

BP

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